Trump pressa Zelensky in vista del vertice: “Può porre fine alla guerra”

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Oggi la Casa Bianca ospiterà un summit di fondamentale importanza per il futuro dell’Ucraina e della sicurezza europea. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, accoglierà dapprima il presidente ucraino Volodymyr Zelensky per un bilaterale e successivamente i leader europei, tra cui la premier italiana Giorgia Meloni, per discutere strategie volte a porre fine alla guerra in Ucraina, che si protrae da oltre tre anni e mezzo.

Prima Zelensky, poi i leader europei

Secondo il calendario ufficiale della Casa Bianca, Trump incontrerà Zelensky alle 13:15 (19:15 ora italiana) per un bilaterale nella West Wing. Solo successivamente, alle 14:15 (20:15 in Italia), accoglierà i leader europei nel State Dining Room per un saluto ufficiale, seguito da una “foto di famiglia” nel Cross Hall. Alle 15:00 (21:00 in Italia), inizierà l’incontro multilaterale in East Room, con la partecipazione del segretario generale della NATO Mark Rutte, della presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, del presidente francese Emmanuel Macron, del primo ministro britannico Keir Starmer, del cancelliere tedesco Friedrich Merz, del presidente finlandese Alexander Stubb e della premier Meloni.

L’ordine degli incontri sottolinea l’importanza attribuita da Trump al dialogo diretto con Zelensky, prima di coinvolgere i leader europei: l’obiettivo dell’amministrazione Trump è porre gli europei – che proseguono nelle “azioni di disturbo” nei confronti dell’iniziativa diplomatica statunitense – dinanzi al fatto compiuto. Dopotutto, i leader dell’Ue più il Regno Unito hanno appena investito in un massiccio piano di riarmo che in tempi di pace e senza lo spauracchio di un nemico alle porte (la Russia) non può funzionare.

Le (diverse) posizioni in campo

In vista del vertice, il presidente Usa ha iniziato a mettere pressione sul leader ucraino: ora tocca a quest’ultimo decidere se accettare l’accordo o proseguire la guerra. Trump ha dichiarato su Truth Social che Zelensky potrebbe porre fine alla guerra “quasi immediatamente” se lo volesse, insistendo che l’Ucraina non dovrebbe aspirare a recuperare la Crimea, annessa dalla Russia nel 2014, né a entrare nella NATO. “Nessun recupero della Crimea data da Obama 12 anni fa senza sparare un colpo! E NIENTE NATO PER L’UCRAINA. Alcune cose non cambiano mai!!!” ha scritto il tycoon.

Il dibattito sul Memorandum di Budapest

Zelensky, arrivato a Washington domenica sera, ha risposto su X, sottolineando la necessità di una pace “duratura”. Nel suo discorso del 17 agosto, ha criticato il Memorandum di Budapest del 1994, che prevedeva la rinuncia dell’Ucraina al suo arsenale nucleare in cambio di assicurazioni sulla sovranità territoriale. “Quelle garanzie non hanno funzionato neanche per un giorno”, ha detto, citando l’annessione della Crimea e il conflitto nel Donbass come prove della loro inefficacia.

Riferendosi al Memorandum di Budapest del 1994, Zelensky sostiene che tale documento contenesse “garanzie di sicurezza” per l’Ucraina. Peccato che nel Memorandum di Budapest non ci fossero “garanzie di sicurezza” come peraltro hanno notato diversi analisi su X come Daniel DePetris. Sebbene spesso percepito come un impegno a proteggere l’Ucraina, il Memorandum di Budapest offriva solo “assicurazioni di sicurezza” politiche, non garanzie giuridicamente vincolanti. Steven Pifer, diplomatico statunitense coinvolto nelle negoziazioni, ha chiarito che gli Stati Uniti non promisero interventi militari diretti. La Russia, dal canto suo, ha sostenuto che il Memorandum non fosse vincolante e ha accusato l’Occidente di violarne lo spirito con l’espansione della NATO.

Come nota Responsible Statecraft, “il memorandum è diventato fonte di notevoli miti in seguito alla sfacciata violazione della sovranità ucraina da parte della Russia il 24 febbraio 2022 (anche se alcuni hanno sostenuto che gli Stati Uniti siano stati i primi a violare il memorandum con le loro sanzioni contro la Bielorussia). In particolare, gli atlantisti spesso insistono sul fatto che Kiev abbia rinunciato alle sue armi nucleari – il massimo deterrente e garanzia della propria sicurezza – in cambio di promesse che i suoi confini sarebbero stati rispettati”.

Tuttavia, “questi missili erano sovietici – non sono mai stati funzionalmente ucraini ed erano oltre le capacità di Kiev di mantenerli. Ancora più spesso trascurato in questa discussione è il fatto che il neonato stato ucraino si era vietato di accettare, produrre o acquisire armi nucleari nella sua Dichiarazione di Sovranità Statale del 1990, la stessa dichiarazione in cui Kiev annunciava la sua “intenzione di diventare uno stato permanentemente neutrale”.

Europa: un piano per ostacolare la pace?

In tutto questo, cosa faranno i leader europei, tra cui gli esponenti della “coalizione dei volenterosi”? Questi ultimi insistono nel continuare a proporre di inviare una forza militare in Ucraina per garantire la sua sovranità, senza limitazioni alle sue forze armate o al percorso verso UE e NATO. Tuttavia, è noto che Mosca rifiuti categoricamente questa presenza, senza contare che è una prospettiva difficilmente realizzabile, visto che i governi come Polonia e Regno Unito, pur favorevoli, escludano l’invio di truppe senza il sostegno Usa, che l’amministrazione Trump non ha intenzione di garantire.

Tale proposta, in assenza di un accordo con la Russia e di un sostegno americano garantito, appare quindi come un possibile e alquanto subdolo tentativo di sabotare i negoziati, mantenendo il conflitto in stallo. Una strategia cinica, quanto pericolosa, ma essenziale per dei leader che hanno investito tutto nella retorica del riarmo.

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