La scorsa settimana ha visto il mondo della politica americana animata dalla pubblicazione della prima National Security Strategy firmata da Donald J. Trump e dall’approvazione definitiva da parte del Congresso dell’imponente riforma che opera la più grande rivoluzione del sistema fiscale degli Stati Uniti dagli Anni Ottanta a oggi.

La principale vittoria legislativa conquistata dall’amministrazione Trump a partire dal suo insediamento e il documento che segnala quella che sarà la linea di condotta strategica e geopolitica di Washington negli anni a venire sono accomunati da un importante, denominatore: con le sue iniziative politiche, il Presidente si rivolge direttamente allo zoccolo duro del suo elettorato.

Conseguenza, piuttosto che causa, di una durissima frattura interna agli Stati Uniti, che sul piano politico si é manifestata nella crescente impermeabilità dei blocchi elettorali e sociali che supportano, rispettivamente, il Partito Democratico e il Partito Repubblicano, come segnala Mario Del Pero nel suo saggio Era Obama, l’elezione alla Casa Bianca di Donald J. Trump ha causato un ulteriore polarizzazione degli schieramenti interni al Paese.

Il Presidente, la cui personalità é sicuramente divisiva, si é trovato di fronte un muro di indifferenza e ostilità che lo ha portato a elaborare le sue strategie in funzione del compattamento del blocco politico-sociale a lui favorevole e della ricerca di un modus vivendi con le varie anime del Grand Old Party.

Alla Casa Bianca, insomma, risiede un Presidente intento a una campagna elettorale permanente: la strategia di sicurezza nazionale e la riforma fiscale, in effetti appaiono come le mosse che inaugurano, di fatto, la corsa di Trump alla riconferma alla guida del Paese nel voto del 2020, nonché alle decisive elezioni congressuali di metà mandato del 2018.

La riforma fiscale di Trump e la tregua con il Partito Repubblicano

Portando a compimento la riforma fiscale, l’amministrazione e la maggioranza repubblicana al Congresso hanno conseguito il principale risultato di spessore da gennaio ad oggi e, al contempo, trovato la possibilità di lavorare su un obiettivo comune in grado di portare al superamento delle dure frizioni tra Trump e diversi rappresentanti e senatori del Grand Old Party.

La corsa alle elezioni per la Casa Bianca del 2020 passa obbligatoriamente per il voto di mid-term del 2018, e in funzione dell’obiettivo di preservare il controllo del Partito Repubblicano sui due rami del Congresso, i vertici della formazione conservatrice e il Presidente necessitano di lavorare congiuntamente: Trump é riuscito a portare a compimento uno storico obiettivo del suo partito, fatto che, come segnala Massimo Gaggi sul Corriere della Seragarantirà il sostegno al Grand Old Party da parte dei suoi storici finanziatori, appartenenti al ceto imprenditoriale e finanziario.

Trump é un Presidente in campagna elettorale permanente che ha trasmesso la sua dinamicità anche a numerosi membri del Partito Repubblicano, formazione che vive dinamiche complesse a causa della compenetrazione tra diverse correnti e che ha sancito un vero e proprio “armistizio” con Trump, fondato sul baratto tra una crescente sintonia reciproca e l’accantonamento del “cerchio magico” fondato intorno a Steve Bannon, progressivamente smantellato con il supporto, decisivo, dell’élite militare.

La sicurezza nazionale made in Trump all’insegna dell’America First

La National Security Strategy siglata da Trump condensa un’importante mediazione raggiunta tra le istanze degli apparati di potere, sempre più influenti in seno all’amministrazione, e le linee guida che hanno ispirato la campagna elettorale del Presidente. Con il suo primo documento di sicurezza nazionale, infatti, Trump parla esplicitamente alla metà del Paese che lo ha scelto, all’America profonda che ne ha avallato l’agenda politica.

Come segnalato da Niccolò Locatelli su Limes, il documento si basa su “quattro pilastri – protezione della patria, promozione della prosperità americana, mantenimento della pace attraverso la forza e diffusione dell’influenza statunitense – che riprendono i temi con cui The Donald ha sconfitto Hillary Clinton, senza scostarsi dagli imperativi geopolitici di una superpotenza”.

La dialettica impostata da Barack Obama nel suo precedente documento, che assegnava un ruolo importante al contrasto ai cambiamenti climatici, é ribaltata a favore di un discorso funzionale agli interessi di un’America che legge le politiche ambientali nel quadro di un’intrusione massiccia del big government: Washington, che ha oramai abdicato alla Cina sul campo della leadership contro i cambiamenti climatici, si prepara, come scritto nel documento, a “perseguire il dominio energetico” per mezzo della trasformazione degli USA in Paese esportatore di petrolio e gas naturale, fatto già avallato dagli accordi siglati in materia con la stessa Cina e con la Polonia.

La diplomazia commerciale dell’amministrazione, al contempo, è rilanciata come centrale nel perseguimento dell’America First National Security Strategy. Trump parla, con le sue riforme e le sue mosse, all’America che ne ha approvato le prese di posizione, ma subordinare esigenze primarie come l’interesse nazionale al consolidamento di un blocco elettorale non é sicuramente una mossa lungimirante: il precedente, in campo conservatore, costituito dall’irrigidimento dello schieramento a favore di George W. Bush tra il 2000 e il 2004 dovrebbe segnalare a Trump i rischi che tale eventualità potrebbe causare sull’azione presidenziale.

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