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Suona quasi assurdo ma Donald Trump potrebbe essere prossimo ad annunciare la sua candidatura alla nomination per le elezioni presidenziali del 2024 del Partito Repubblicano. Proprio quando l’attuale inquilino della Casa Bianca vive un momento di popolarità minima, il 76enne 45° Presidente degli Stati Uniti sembra pronto a lanciare il guanto di sfida ad un mondo che è diventato molto più complicato di quello che aveva lasciato poco più di 500 giorni fa. Molti a Washington giurano che la discesa in campo di Trump sia già una certezza: resterebbe solo da decidere la data ed i dettagli dell’annuncio.

Uno dei personaggi più controversi degli ultimi decenni in realtà non se n’è mai andato. Nonostante sia stato cacciato dai suoi amati social, negli ultimi mesi ha inanellato una serie di incontri pubblici negli stati dell’America profonda. Ovunque vada, dall’Illinois all’Alabama, dall’Oklahoma all’Alaska, trova il modo di lanciare messaggi che lo riportino sulle prime pagine, dall’ultima faida con Elon Musk ai tanti attacchi ai Democratici. La risposta del gran pubblico che lo segue ovunque sembrerebbe provare che la sua presa sulla base repubblicana è ancora solidissima. Le cose in realtà sono più complesse.

Le folle oceaniche non sono la base repubblicana, ma la “Trump Nation”, quel movimento dai confini fumosi che ancora non ha digerito la sconfitta elettorale e sembra bramare una rivincita che “rimetta le cose a posto”. Negli ultimi giorni alcuni sondaggi, come quello commissionato dal New York Times, hanno evidenziato una certa perdita di consensi tra gli elettori repubblicani per l’ex presidente ma siamo sempre attorno al 50%, una montagna da scalare per i potenziali rivali. Se la CNBC parla di “fuga” dei ricchi finanziatori repubblicani, Trump certo non ha problemi da questo punto di vista, alimentato com’è dalle piccole donazioni dei suoi fedelissimi.

Non tutti, però, all’interno del GOP vedrebbero l’annuncio con favore. Molti all’interno della Beltway starebbero lavorando dietro le quinte per convincerlo ad aspettare almeno il risultato delle elezioni di medio termine. Con i Democratici pronti a scaricare Biden e la sua caotica amministrazione per distanziarsi dalla crisi economica e dall’incubo inflazione, cambiare discorso sarebbe un autogol clamoroso. Eppure ci sono diverse ragioni a favore o contro di quella che sarebbe una scelta decisamente insolita in America, dove capita rarissimamente che un candidato si faccia avanti così presto.

Perché sarebbe meglio aspettare

Annunciare la discesa in campo costringerebbe Trump a rispettare le severe regole elettorali sulla raccolta fondi, cosa che potrebbe costargli caro. Per ora i comitati a lui collegati hanno accumulato cifre da record, 124 milioni di dollari nell’ultimo rapporto trimestrale, pubblicato a metà aprile. Continuando per qualche altro mese, la distanza con i Democratici, che sperano nell’effetto aborto per rianimare la propria anemica raccolta fondi, potrebbe diventare già incolmabile. Come se non bastasse, il rientro in campo dell’ex nemico pubblico numero uno sarebbe una boccata d’ossigeno insperata per i media mainstream, i cui ascolti sono crollati a livelli impensabili solo pochi anni fa.

Invece di annunciare nuovi licenziamenti, l’effetto Trump sarebbe il cambio di narrativa che tutti, Democratici inclusi, vedrebbero con estremo favore. Aspettare i risultati delle mid-terms potrebbe poi giocare a favore dello stesso Trump. Nonostante una serie di vittorie alle primarie, c’è chi pensa che i candidati da lui appoggiati siano troppo estremi, incapaci di raccogliere voti tra gli indipendenti ed i cosiddetti “Reagan Democrats”, molti dei quali sarebbero disgustati dalla deriva progressista del partito.

Al 30 giugno, il record degli endorsements di Trump è un impressionante 147 vittorie e solo 11 sconfitte, ma alcune di queste sono state dolorose, come quelle in Georgia, swing state per eccellenza. Se a Novembre la cosiddetta “red wave” dovesse materializzarsi sul serio, Trump se ne prenderebbe sicuramente il merito. A quel punto, mettersi contro al “kingmaker” potrebbe essere politicamente pericoloso per molti Repubblicani.

Perché può essere utile lanciare subito la candidatura

Le ragioni per una discesa in campo anticipata, però, non mancano. A sentire Bill O’Reilly, ex superstar di Fox News da sempre vicino a Trump, nel suo campo c’è chi teme che la copertura mediatica a reti unificate della commissione parlamentare sull’assalto al Campidoglio sia il primo passo verso un’incriminazione formale. Il dibattito tra gli esperti di diritto statunitensi è molto vivace e diviso su linee decisamente partigiane, ma quasi tutti sembrano d’accordo nell’affermare che costruire un caso solido su questioni tanto sensibili e senza prove incontrovertibili sarà un’impresa titanica.

Se le probabilità di successo non sembrano molto alte, gli effetti politici su Trump ed i candidati da lui appoggiati potrebbero essere comunque devastanti. Scendere in campo prima del 5 settembre, Labor Day, la festività che tradizionalmente segna il rientro dalla pausa estiva della politica, renderebbe più semplice far passare l’incriminazione come l’ennesimo attacco da parte del “deep state”, che i fedelissimi di Trump già vedono come il fumo negli occhi.

Altri invece dicono che sarebbe lo stesso Trump a voler aiutare quei media mainstream che continua a chiamare “fake news”. Tanto Trump è entusiasta di raccogliere fondi quanto è restio a spenderli. Fino a quando i media erano potenti, non aveva bisogno di investire miliardi in spot elettorali; CNN, MSNBC e gli altri non facevano che regalargli pubblicità gratuita. Senza il loro aiuto involontario, la sua vittoria nel 2016 sarebbe forse stata impossibile.

In ultima analisi, però, a fare la differenza potrebbe essere la voglia di liberare il campo da possibili avversari interni. Il convitato di pietra è certamente il Governatore della Florida Ron DeSantis. Se Trump suscita emozioni forti sia a favore che contro, l’italo-americano ha un profilo decisamente più digeribile per l’elettore medio. Laureato in legge a Yale e Harvard, ex avvocato militare del JAG, ha un curriculum quasi perfetto. A renderlo popolarissimo tra i conservatori le vittorie contro la Disney ed i sindacati, come la gestione della pandemia e dell’economia della Florida, tra le meno colpite dalla crisi. DeSantis sembra inattaccabile ma costringerlo a venire allo scoperto nel bel mezzo della campagna per la rielezione a governatore sarebbe una mossa tanto spregiudicata quanto in linea col carattere di Trump. Il “dream ticket” è quasi certamente un’illusione ma muoversi d’anticipo potrebbe far venire allo scoperto altri possibili avversari, garantendo a Trump delle primarie più tranquille.

Siamo quindi vicini ad un rientro in campo del personaggio che, nel bene o nel male, ha dominato gli ultimi 10 anni? Pochi nel Gop hanno dubbi sull’intenzione di Trump di candidarsi ancora. Per come la vede lui, ha parecchi conti da regolare con quella “palude” di Washington che avrebbe sconfitto la sua “rivoluzione”. Ai suoi rally si urla a gran voce contro i brogli, con rabbia, astio. I fedelissimi non vedono l’ora di poter tornare alle urne ed il loro entusiasmo potrebbe fare la differenza. Forse, però, renderà Trump ancora meno disposto a scendere a compromessi e quindi più indigesto agli elettori moderati. E l’ex presidente sembra determinato a “sistemare le cose” alla sua maniera, senza mezze misure.

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