Ultimi giorni alla Casa Bianca per il Presidente Usa Donald Trump, che potrebbe decidere, in questo ristretto lasso di tempo, di declassificare documenti top secret piuttosto significativi che potrebbero riguardare anche il nostro Paese, inerenti la controinchiesta sul Russiagate. Come spiega Aaron Matè su RealClear Investigations, voluminosi registri pubblici – inclusi i rapporti investigativi del consigliere speciale Robert Mueller, del Congresso e dell’ispettore generale del Dipartimento di Giustizia – hanno stabilito che Trump e il suo staff sono stati presi di mira da un’accusa di collusione russa priva di fondamento. La teoria è nata per volontà della Campagna di Hillary Clinton, ed è stata alimentata da una fuga di notizie false o ingannevoli,  con la complicità dell’Fbi. Nonostante queste rivelazioni, la domanda rimane: chi ha fabbricato le false prove per incastrare Donald Trump al fine di provare una collusione con il Cremlino che poi si è rivelata falsa?

Sia la Cia che l’Fbi hanno tardato a rendere noti i documenti top secret che Trump, secondo quanto riferito, vorrebbe declassificare. Le agenzie governative affermano che la divulgazione di tali documenti metterebbero a rischio la sicurezza nazionale. Prima di lasciare l’incarico il 20 gennaio, Trump potrebbe usare la sua autorità al fine di declassificare tutti i documenti più “scottanti”, come peraltro gli chiedono i suoi sostenitori, a cominciare dall’ex consigliere per la sicurezza nazionale Michael T. Flynn. Tutto questo in attesa che si concluda l’indagine del Procuratore speciale John Durham sulla condotta delle agenzie governative.

Prima possibile rivelazione: scoprire la verità su Joseph Mifsud

I documenti delcassificati potrebbero riguardare Mifsud. Secondo la ricostruzione ufficiale, il docente maltese della Link Campus Joseph Mifsud, ad oggi scomparso, disse a Papadopoulos di aver appreso che il governo russo possedeva “materiale compromettente” (dirt) su Hillary Clinton “in forma di e-mail”. A quel punto l’ex consulente del presidente avrebbe ripetuto tali informazioni all’alto Commissario australiano a Londra, Alexander Downer, che a sua volta riferì tutto alle autorità americane. Da qui, il 31 luglio 2016, partirono le indagini dell’Fbi sui presunti collegamenti tra Trump e la Russia, accuse che in seguito si sono dimostrate inconsistenti. È dal 31 ottobre 2017 che del professore Joseph Mifsud non si ha ufficialmente traccia. Come ha successivamente stabilito un’inchiesta della Verità, il misterioso docente maltese della Link è rimasto nascosto per qualche mese ad Esanatoglia, nelle Marche, ospite di Alessandro Zampini, compagno di Vanna Fadini (Gem), società che gestisce tutti i servizi e paga gli stipendi ai dipendenti della Link Campus. Come ha poi rivelato una fonte anonima a Panorama, il docente maltese era in Italia fino a marzo 2018, a Roma, in un bell’appartamento ai Parioli.

Come sottolinea RealClearInvestigations, dopo che Mifsud è stato identificato come l’uomo che avrebbe parlato con Papadopoulos, la squadra di Mueller lo ha descritto come una persona con importanti contatti russi. Questa descrizione del docente maltese ignorava però i legami che lo stesso Mifsud aveva con governi, politici e istituzioni occidentali, inclusi Cia, Fbi e servizi di intelligence britannici. È davvero curioso che, nonostante il ruolo centrale di Mifsud nelle indagini, l’Fbi abbia condotto con lui solo una breve intervista in un atrio di un hotel di Washington, DC, nel febbraio 2017. Il team di Mueller ha successivamente affermato che Mifsud ha fornito false dichiarazioni agli agenti dell’Fbi ma non l’ha messo sotto accusa come accaduto con Papadopoulos. Secondo quanto emerge dai file declassificati, il professore ha raccontato agli investigatori del bureau di non essere mai stato a “conoscenza che la Russia fosse in possesso di e-mail dal Comitato Nazionale Democratico” e quindi di non aver mai formulato “offerte” o di “aver fornito qualsiasi tipo di informazione” a George Papadopoulos, ex advisor della Campagna di Donald Trump. I documenti affermavano che Mifsud e Papadopoulos nei loro incontri “hanno parlato di sicurezza informatica e hacking come un problema più ampio”.

L’Italia e il dossier Steele

I nuovi documenti declassificati potrebbe confermare che il fatto Roma è stata “l’epicentro della cospirazione” contro il tycoon. Come? La capitale, infatti, è il luogo del primo incontro fra l’ex advisor di Donald Trump George Papadopoulos e il docente maltese Joseph Mifsud. E come ricordava La Stampa lo scorso febbraio, proprio a Roma, il 3 ottobre 2016, si era svolto un incontro segreto e cruciale tra gli investigatori dell’Fbi e il loro informatore britannico Christopher Steele, autore del famoso rapporto sulle presunte relazioni pericolose fra Trump e il Cremlino. Un dossier che poi si è rivelato essere in larga parte infondato e falso, come lo stesso ex membro dell’agenzia di spionaggio per l’estero della Gran Bretagna ha ammesso in seguito, finanziato peraltro da Fusion Gps, dal Comitato nazionale democratico, dalla Campagna di Hillary Clinton e dal Washington Free Beacon. In buona sostanza, dai nemici di Trump.

Steele, ricorda La Stampa, dopo la carriera nell’intelligence, aveva successivamente fondato una sua agenzia investigativa, la Orbis, e in tale vesta aveva conosciuto Michael Gaeta, assistente legale presso l’ambasciata degli Stati Uniti a Roma. Una volta avviata l’inchiesta Crossfire Hurricane, l’Fbi aveva riaperto il canale con Steele attraverso Gaeta. Quindi il 3 ottobre del 2016 Gaeta aveva invitato l’ex agente dei servizi segreti a Roma, offrendogli 15.000 dollari per scambiare informazioni con tre agenti impegnati nell’indagine su Trump.

Le bugie del dossier anti-Trump rilanciate dai democratici e dai media

Come osserva The Nation, secondo il dossier Steele Trump e il Cremlino erano impegnati in una “cospirazione molto sviluppata”. La Russia, osservava Steele, ha “coltivato, sostenuto e assistito Trump per almeno cinque anni” e consegnato al tycoon “un flusso regolare di informazioni”, anche sui “rivali politici”. La cospirazione presumibilmente si è intensificata durante la campagna del 2016, quando l’allora avvocato di Trump Michael Cohen è entrato a Praga per “discussioni segrete con i rappresentanti del Cremlino e gli hacker associati”. Questo presunto complotto non era solo basato su reciproci interessi ma, peggio, su una vera e propria coercizione. Per mantenere la loro risorsa in riga, sosteneva Steele, i russi avrebbero filmato Trump con alcune prostitute in una stanza d’albergo del Ritz-Carlton di Mosca.

Ma lungi dall’avere accesso a informazioni di alto livello, nulla di ciò che è stato scritto in quel dossier si è rivelato vero. È per questo motivo che le figure chiave del Russiagate non compaiono nel dossier di Steele, a cominciare da George Papadopoulos e Joseph Mifsud. Tutti i giornali liberal americani – a cominciare dal New York Times – hanno però dato credito a un dossier ampiamente screditato pur di danneggiare Donald Trump e alimentare la teoria della collusione con la Russia. Cosa ancor più grave, il dossier Steele è stato preso per buono dall’Fbi.

 

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