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Donald Trump parla all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. E il suo discorso è un tripudio del Trump-pensiero: un insieme di informazioni, citazioni, frasi e annunci che sintetizzano tutti i motivi per cui il presidente degli Stati Uniti è stato eletto alla guida della Casa Bianca.

C’è tutto Trump nel suo discorso a New York. Politica interna, in cui il presidente Usa ha ribadito la volontà di tutelare i confini degli Stati Uniti con una frase che potrebbe diventare il motto di tutti i movimenti sovranisti: il futuro del mondo, a detta del leader Usa, “è dei patrioti, delle nazioni sovrane e indipendenti, non dei globalisti” e con quella denuncia alle Ong che si occupano di migranti che sa di j’accuse gravissimo. Per il presidente americano, quelle organizzazioni “si ammantano di retorica di giustizia sociale”, ma “quando viene minata la sicurezza sul confine, si minano i diritti umani e la dignità umana”. Una frase che scuote una New York imbevuta di discorsi sul cambiamento del clima, sul multiculturalismo, sull’immigrazione e sul progressismo e che scuote un intero establishment che prova a negare i valori che Trump ha provato a esprimere.

Trump contro tutti, verrebbe da dire. Ma è soprattutto un Trump che ribadisce i punti essenziali del suo programma, un’agenda politica in cui si interseca politica interna e politica estera. Come è naturale nel leader di una potenza come gli Stati Uniti che sfrutta la politica estera a fini interni e che non può mai abdicare al ruolo di nazione in grado di guidare il mondo. Ma la guida che vuole imporre Trump al mondo non è quella pensata dal mondo progressista che aveva visto nel predecessore, Barack Obama, il suo faro. E il discorso dell’attuale presidente americano all’Assemblea Generale è stato l’ennesimo schiaffo. Il presidente degli Stati Uniti non ha battuto ciglio, confermando le sue linee guida per il mondo voluto dall’amministrazione di Washington. Il presidente Usa ha confermato pubblicamente la sua sfida nei confronti della Cina, potenza globale con cui la Casa Bianca ha intrapreso una guerra commerciale senza quartiere. The Donald ha parlato direttamente di “abusi” da parte della potenza asiatica, ricordando che “in questi anni, questi abusi sono stati tollerati, ignorati, se non incoraggiati”, concludendo con una minaccia: “Per quanto riguarda l’America, quei giorni sono finiti”.

Chiuso il capitolo Cina, per Trump si torna a parlare di Iran: il vero tema su cui il presidente Usa si gioca gran parte della sua agenda estera e (molto probabilmente) su cui vuole giocarsi anche la rielezione. Al netto dei successi o dei fallimenti in termini di politica economica, che da sempre sono il grande banco di prova su cui si gioca la rielezione il presidente in carica. Il presidente americano ha ribadito a tutti che “Nessun governo responsabile dovrebbe sostenere la sete di sangue dell’Iran”. Ma a fronte di queste parole estremamente dure nei confronti di Teheran, il capo della Casa Bianca ha anche ammesso di essere pronto al dialogo.

La strategia di Trump è del resto nota. A fronte di minacce pubbliche, inasprimento di sanzioni e rafforzamento della presenza militare nelle aree di crisi,Trump ha sempre cercato di raggiungere un compromesso che fosse il più possibile in linea non solo con l’agenda della sua amministrazione, ma anche con gli interessi degli Stati Uniti. La questione Iran è esemplificativa: con il rafforzamento della presenza militare Usa nel Golfo Persico, l’annuncio di una coalizione aeronavale che protegga Hormuz e la garanzie nei confronti dei sauditi, il leader Usa ha anche fatto capire di non avere alcun interesse a scatenare una guerra. La diplomazia funziona, quindi. E fino ad ora, gli Stati Uniti sono riusciti da un lato a portare l’Europa dalla loro parte – cosa non affatto scontata fino a pochi mesi fa – ma, allo stesso tempo, facendo fuori il falco John Bolton, hanno dimostrato timidi ma significativi segnali di apertura cui ha risposto, a suo modo, anche l’Iran. È il Trump-pensiero, che tra attacchi ai social network, assist alla Brexit, annunci anti Cina e difesa dei confini ricorda a tutti che c’è un mondo opposto a quello progressista. E quel mondo è guidato proprio da chi per decenni ha rappresentato la guida dell’Occidente liberal: gli Stati Uniti.

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