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Politica

Trump o Harris? Il voto decisivo lo darà l’inflazione

Mentre gli Usa si avvicinano alla data delle elezioni, un intervento della Fed sui tassi potrebbe giocare un ruolo per il consenso elettorale.
Usa

Se negli ultimi mesi l‘inflazione è stato uno dei temi caldi per i governi del Vecchio Continente e per la governance della Bce, anche oltreoceano il rincaro dei prezzi tiene banco tra l’opinione pubblica e avrà dei risvolti nella campagna elettorale per le presidenziali di novembre. Jerome Powell, presidente della Federal Reserve (la Banca centrale statunitense, nota anche come Fed), ha annunciato a fine luglio di voler lasciare invariati i tassi d’interesse al 5,25-5,50%, non escludendo a priori un possibile taglio per dopo l’estate dato il calo dell’inflazione il cui tasso si aggira intorno al 3%. Se a settembre l’ipotesi si tradurrà in un’azione concreta, come impatterà sugli umori degli elettori? Tra Trump e Harris a chi gioverà di più in termini di consenso?

Secondo un sondaggio di Pew Research Center, pubblicato a febbraio, il 55% degli americani ritiene che l’economia sarebbe più florida con un ritorno alla Casa Bianca di The Donald, mentre solo il 35% dà un giudizio positivo delle misure economiche implementate da Biden (sei mesi fa la candidatura del Presidente in carica non era in discussione). Ciononostante, tale sondaggio non sembra rassicurare a sufficienza il tycoon che non nasconde di avere timore di un possibile taglio da parte dei vertici della Fed nella riunione del 17-18 settembre, tanto che in un’intervista a Bloomberg News ha dichiarato che “è qualcosa che (i funzionari della banca centrale, n.d.r.) sanno di non dover fare”. Secondo diversi esponenti repubblicani, la decurtazione dei costi di prestito potrebbe sollevare questioni di parzialità politica perché consisterebbe in un assist a Kamala Harris dimostrando come le ricette economiche dell’attuale amministrazione, di cui Harris è vicepresidente, abbiano funzionato nel lungo periodo per contrastare l’inflazione. Per il Grand Old Party (nome con cui è popolarmente noto il Partito Repubblicano) i dati economici rappresentano un’arma da puntare contro i democratici, considerando che dal 2021 – anno in cui Biden ha giurato come 46esimo presidente degli Usa – i prezzi dei beni di consumo sono aumentati del 20% senza che vi fosse un adeguamento dei salari, andando così a erodere il potere d’acquisto degli americani.

Non solo, l’ultimo rapporto del dipartimento del Lavoro giunto sulla scrivania dello Studio Ovale fotografa la disoccupazione salita a più del 4% – cifra più alta dal 2021 – e le richieste di sussidi come le più alte degli 11 mesi, sottintendendo un deterioramento del mercato del lavoro tanto da indurre alcuni legislatori del GOP come Jason Smith a parlare di segnali di recessione. Tale narrazione, però,  potrebbe risultare meno efficace se il taglio dei tassi dovesse davvero avere luogo, anche se Steve Pavlick – ex collaboratore del dipartimento del Tesoro ai tempi di Trump – ritiene che “se la Fed avesse voluto dare una spinta all’economia e aiutare Biden, avrebbe tagliato i tassi molto prima”.

Trump, al contrario, aveva dichiarato a febbraio che Powell “farà qualcosa per aiutare i democratici” e tale esternazione è emblematica del rapporto conflittuale che ha sempre caratterizzato gli anni alla Casa Bianca del tycoon che peraltro, nel 2018, fu proprio lui a nominare l’attuale numero uno della banca centrale alla guida della stessa. A novembre dello stesso anno, Trump aveva cominciato a rivolgere attacchi via X alla Fed definendola “impazzita” per gli incrementi dei tassi e aveva persino fatto trapelare l’ipotesi di rimozione di  Powell. Qualche tempo più tardi, Trump pubblicò un altro tweet con cui scriveva: “Come al solito, la Fed NON HA FATTO NULLA! La mia unica domanda è: chi è il nostro più grande nemico, Jay Powel o il presidente Xi?”.

Nella già citata intervista a Bloomberg News, The Donald ha affermato che, in caso di rielezione, avrebbe permesso a Powell di portare a termine il suo mandato fino al 2026, aggiungendo, “specialmente se pensassi che stesse facendo la cosa giusta”. Il presidente della Fed, a sua volta, ha dichiarato: “Il Congresso ci ha ordinato di condurre i nostri affari in modo non politico in ogni momento, non solo in alcune occasioni. Non usiamo mai i nostri strumenti per supportare o opporci a un partito politico, a un politico o a qualsiasi risultato politico. La conclusione è che, se facciamo del nostro meglio per fare la nostra parte e ci atteniamo alla nostra parte, ciò andrà a vantaggio di tutti gli americani”. 

Vedremo cosa succederà dopo l’estate, ma senz’altro un taglio dei tassi non lascerà indifferenti i cittadini statunitensi considerando che alle elezioni del 2020, il 79% degli elettori registrati aveva collocato l’economia in cima alla gerarchia delle priorità dopo la crisi economica innescata dalla pandemia e dalle conseguenti misure restrittive. Con l’inflazione alle stelle probabilmente sarà ancora un tema che li orienterà nella scelta del futuro presidente anche più dei temi identitari come l’aborto e il controllo delle frontiere.  

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