Donald Trump lo diceva dall’inizio della campagna elettorale per la Casa Bianca: Gli Stati Uniti dovevano ritirarsi dall’accordo sul nucleare iraniano.

E l’ha fatto, l’8 maggio, con un annuncio che non ha meravigliato il mondo, ma che ha profondamente colpito la comunità internazionale. 

In molti si aspettavano che in realtà l’annuncio di Trump fosse sulla volontà di ritrattare, ma non di ritirare gli Stati Uniti. Invece ha realizzato quanto preannunciato, inviando alla comunità internazionale un messaggio molto importante. La sua amministrazione non è fatta di promesse smentite nella pratica.

Da questo punto di vista, la scelta di Trump rientra perfettamente nel personaggio che si è costruito in questi anni. Risoluto, eclettico ma coerente con le sue promesse elettorali. Ma questa non è solo politica interna. E la sua coerenza influenza il mondo. Che adesso si interroga sui rischi e sulle prospettive di questa nuova presidenza Usa. E sui perché di una scelta che mutato radicalmente il quadro mediorientale.

Il messaggio all’opinione pubblica

Donald Trump considera da sempre la sua amministrazione il contraltare ideologico e politico di quella di Obama.

L’Iran è sempre stato oggetto di questa contrapposizione. La corsa per la Casa Bianca è stata incentrata sul fatto che gli Stati Uniti avessero sbagliato nel 2015 con quell’accordo su cui la precedente amministrazione aveva fatto ogni sforzo. E Trump è ancora convinto che l’opinione pubblica sia tendenzialmente contraria a quella scelta sul programma nucleare iraniano.

In realtà non è così. Molti americani sono contrari alla scelta del presidente Usa. Altri lo considerano un problema del tutto estraneo, come un qualcosa che rappresenta proprio quel tipo di America che gli elettori trumpiani non avevano più desiderio di vedere. Si ha paura di una nuova guerra, di altre migliaia di ragazzi inviati in Medio Oriente dopo i fallimenti dell’Afghanistan e dell’Iraq.

Ma c’è una parte di America che è con Trump. Non maggioritaria, ma influente. Non è un mistero né un crimine dire che la lobby filo-israeliana e quelle legata alle monarchie del Golfo abbiano avuto un peso decisivo nelle scelte del presidente Usa. Sono centri di potere, interessi economici enormi, che costruiscono legami che si ripercuotono nella politica estera, soprattutto in quel rapporto triangolare costruito tra Washington, Tel Aviv e Riad. E in l’Iran è il nemico di tutti e e tre i governi.

La promessa mantenuta con Israele

Trump ha mantenuto la sua promessa fatta a Israele. L’accordo con l’Iran sul programma nucleare è sempre stato il vero punto di rottura fra Obama e Benjamin Netanyahu. E l’attuate presidente Usa ha “ricucito la ferita”, sovrapponendo perfettamente l’agenda politica mediorientale americana con quella israeliana. Da Gerusalemme, all’Iran, passando per la Siria (ma lì con alcune differenze).

Jared Kushner, Mike Pence, John Bolton, Nikki Haley rappresentano i quattro baluardi di questa politica Usa. Cui adesso si è unito Mike Pompeo. Filo-israeliana e anti-iraniana. O meglio, come specificato dalla stessa portavoce del Dipartimento di Stato, “anti-regime ma non anti-iraniana”. Una differenza sensibile, che rimarca ancora di più il concetto di regime-change come obiettivo di Washington.

Ci riusciranno? Difficile. l’Iran è un sistema solido. Ma è chiaro che le sanzioni (che si preannunciano durissime) implicano un malcontento popolare e comportano la recrudescenze delle opposizioni anti-Rohani, sia moderate che estremiste.

Un annuncio per Kim Jong-un

Trump aveva anche un altro bersaglio in questo annuncio sul ritiro dal Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa): la Corea del Nord. Non a caso, mentre dichiarava il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo, dava la notizia del viaggio di Mike Pompeo a Pyongyang per discutere con i vertici nordcoreani.

Una scelta assolutamente non casuale. Sono due i dossier nucleari cari a Donald Trump, Corea del Nord e Iran. Ma per Pyongyang, il presidente Usa non voleva un accordo sulla falsariga di quello siglato con Teheran. Cerca qualcosa di diverso. Forse lo otterrà. Ma senza dubbio, doveva passare anche sul “cadavere” del 5+1. Anche qui una dimostrazione di forza che però è un’arma a doppio taglio. Incuterà timore a Kim Jong-un oppure, al contrario, lo farà ricredere sull’affidabilità americana?

Quello che ha fatto Trump, è stato ribaltare completamente la strategia statunitense su un Paese nell’arco di due anni. Un tempo brevissimo. E ha dimostrato che basta un cambio di amministrazione per modificare una linea politica di più ampio respiro. E questo impone profonde riflessioni nelle cancellerie di tutto il mondo. A cominciare dai suoi diretti rivali.