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Donald Trump non vuole una guerra con l’Iran. E a quanto pare non la vuole nemmeno Teheran, visto che ieri Hassan Rouhani ha annunciato che è in procinto di proporre un piano di pace per il Golfo Persico di fronte all’Assemblea generale delle Nazioni unite. E così, in pochi giorni, mentre il Medio Oriente si infiamma come il fuoco che ha inondato gli impianti petroliferi dell’Arabia Saudita, il mondo si trova non di fronte a una semplice guerra: ma a una guerra su come dovrà essere la pace.

Sembra un paradosso: ma del resto non è un mistero che il Medio Oriente non sia sempre un luogo dove regna la linearità. E così ci troviamo di fronte non a due Paesi che vogliono combattere, ma a due Paesi che vogliono la pace: solo che la vogliono a modo loro. Ed è del tutto evidente che arrivare al compromesso non sia facile. Perché nessuno vuole cedere di fronte a un nemico quasi esistenziale, come lo è l’America per l’Iran della Repubblica islamica o come lo è Teheran per una Washington alleata di Israele e Paesi arabi. Ma dall’altro lato, il governo iraniano sa che non può permettersi troppo una guerra logorante fatta di sanzioni e cyber attacchi. Mentre gli Stati Uniti di Trump, costruiti sull’America First e sui piani di “ritirata strategica” non hanno alcun interesse a scendere in guerra per il Golfo Persico. Specialmente dopo il disastro afghano e iracheno e con le elezioni alle porte in cui The Donald vuole essere ricordato come chi ha mantenuto la promessa di un’America forte ma non impegnata in conflitto in mezzo mondo.

È in questo clima di escalation to de-escalate che si muovono, in punta di piedi, le cancellerie di Washington e di Teheran. Il tutto mentre il Medio Oriente continua ad infiammarsi con gli strike silenziosi di Israele, i bombardamenti sauditi in Yemen e i ribelli Houthi che colpiscono gli impianti di Riad mettendo a nudo le debolezze non solo saudite ma anche americane. Un meccanismo talmente complesso da diventare inestricabile. Ed è per questo che il lavoro per uscirne senza passare per sconfitti diventa, ogni giorno, più complicato quanto necessario.

Il piano di Trump è semplice. vuole un compromesso con Hassan Rouhani che da un lato rassicuri i suoi partner mediorientali e dall’altro non lo faccia apparire come colui che cede di fronte al nemico. Per farlo, dipartimento di Stato e Pentagono hanno proposto una soluzione accettabile anche per la Casa Bianca: rafforzare la presenza Usa nella regione, costruire una coalizione aeronavale in grado di proteggere la libera circolazione delle navi nello Stretto di Hormuz, imporre la propria presenza militare come garanzie per la pessima difesa saudita. Il tutto, come spiegato dallo stesso Mike Pompeo, per evitare una potenziale guerra. Il capo della diplomazia americana, intervistato a Fox News, è stato chiaro: “La nostra missione è quella di evitare la guerra”. Non solo. Pompeo ha anche sottolineato che il suo stesso presidente “vorrebbe una soluzione diplomatica”. Parole non casuali, dal momento che sono arrivate mentre da Riad annunciavano che, in caso di conferma della responsabilità iraniana negli attacchi della scorsa settimana, quel raid sarebbe da considerare un “atto di guerra”.

La strategia di Trump per ora appare quindi lineare. Sa di non poter permettersi una guerra e sa di non voler farla. Su questa certezza, giocano soprattutto i Guardiani della Rivoluzione, che possono permettersi di alzare tiro nella sfida del Golfo Persico con operazioni che fino a qualche mese fa sarebbero stati impensabili, se si considerano i sequestri delle petroliere lungo le rotta controllate dalla stessa marina dei Pasdaran. Ma questa escalation è un problema anche per Rouhani che, come personalità estranea ai Guardiani, sa per certo che un conflitto di questo calibro non fa altro che aumentare le sanzioni, impoverire la fascia media della popolazione iraniana e sopratutto rischia di aumentare il potere interno delle frange più estreme e bellicose del Paese. Le stesse che di fatto possono compromettere la sua leadership.

Un complicato gioco di alleanze, nemici, avversari che possono diventare partner e partner che, invece, si trasformano nei peggiori nemici. Il tutto mentre c’è in ballo una delle aree più bollenti del pianeta. Gli Stati Uniti continuano ad armare la regione vendendo sistemi missilistici e addestrando le truppe degli alleati arabi. Nel frattempo, la Marina iraniana annuncia esercitazioni congiunte con Cina e Russia nelle acque antistanti Hormuz, con Mosca e Pechino che chiedono calma a tutte le parti in conflitto. L’idea è che nessuno voglia questa guerra. I rischi sono enormi per tutte le parti: ma gli interessi in gioco sono contrapposti e, ancora paradossalmente, sono divergenti proprio tra alleati.

Tutti vogliono la pace? Si. Ma ognuno la vuole a modo suo. Trump per scendere a compromesso deve per forza di cose “deludere” le aspettative saudite s israeliane, che possono essere rassicurati solo in cambio di garanzie legate alla presenza iraniana nella regione e con la vendita di armi. Ma sopratutto devono avere la certezza che Teheran non abbia mai il potenziale nucleare per avere l’atomica. L’Iran vuole la pace: ma non può rinunciare alla sua strategia a lungo termine che si fonda sull’espansione dei suoi interessi oltre il Golfo, verso Mediterraneo e oceano Indiano. La Cina vuole una pace che implichi la libertà di manovra nella regione. Mentre la Russia punta al compromesso, ma con un accordo che garantisce tutte le parti in conflitto per non scardinare la sua strategia mediorientale. Nel frattempo, Israele vuole Teheran fuori dai giochi in Siria e in Iraq, mentre i sauditi sperano che la loro disastrosa operazione in Yemen volga a loro favore. Quale sarà la pace che vincerà sulle altre?