Lo scontro egemonico fra Stati Uniti e Cina progredisce con il passare dei giorni e le recenti iniziative dell’amministrazione Trump, dallo stracciamento degli ultimi trattati della guerra fredda fino allo spauracchio di una nuova corsa nucleare e alle rinate pressioni su Hong Kong, hanno spinto il ministro degli esteri cinese, Wang Yi, a lanciare l’ultimatum “[siamo] sull’orlo di una nuova guerra fredda”, parole inequivocabili circa lo status attuale e futuro delle relazioni fra le due potenze.

Chiaramente, più lo scontro si eleva, raggiungendo nuovi picchi di tensione, più numerosi sono i teatri di confronto e se, fino ad oggi, l’attenzione di Washington è stata focalizzata su temi di stretta attualità, come la pandemia, l’intelligenza artificiale, lo spazio, gli armamenti, e su aree calde, come Hong Kong, Taiwan, Mar Cinese Meridionale e Xinjiang, adesso si sta assistendo con gradualità al riemergere dal dimenticatoio della questione tibetana.

Il Panchen Lama scomparso

L’elezione ebbe comunque luogo, perché il prescelto fu sostituito da Gyaincain Norbu, un noto detrattore del Dalai Lama e simpatizzante comunista, ma il governo tibetano in esilio e le autorità religiose indipendenti dal Partito Comunista Cinese continuano a ritenere 

La richiesta di Pompeo è stata esaudita soltanto in minima parte: il portavoce del ministero degli esteri, Zhao Lijan, si è limitato a dichiarare che il legittimo Panchen Lama “ha ricevuto l’istruzione obbligatoria gratuita quando era bambino, ha superato l’esame di ingresso per l’università e oggi ha un lavoro”. Il portavoce ha voluto sottolineare che l’uomo non è più interessato al titolo e che, insieme, alla sua famiglia, chiede di condurre una “vita normale”, concludendo la nota con un ammonimento: “[non si usino] le questioni del Tibet per interferire negli affari interni della Cina”.

Le prossime mosse

A fine aprile, la Commissione degli Stati Uniti per la Libertà Religiosa (USCIRF), legata al Dipartimento di Stato, ha suggerito di lanciare una campagna di boicottaggio contro le olimpiadi invernali di Pechino del 2022, adducendo come motivo la persecuzione degli uiguri, dei buddhisti tibetani e dei cristiani. La fine di tale persecuzione religiosa è ritenuta propedeutica alla partecipazione statunitense all’evento sportivo.

Nei giorni successivi, martedì 12 maggio, sempre la USCIRF ha reiterato l’appello al Dipartimento di Stato di nominare un nuovo “Coordinatore Speciale per il Tibet”, il cui posto è vacante sin dal 20 gennaio 2017 anche se non dovrebbe esserlo, in virtù del Tibetan Policy Act del 2002. Inoltre, la USCIRF ha anche proposto di introdurre sanzioni contro quegli ufficiali cinesi ritenuti coinvolti nella persecuzione del buddhismo tibetano ai sensi del Global Magnitsky Human Rights Accountability Act e dell’International Religious Freedom Act.

Infine, da alcuni mesi è in fase di discussione il potenziamento del quadro d’azione fornito dal Tibetan Policy Act, che dovrebbe prendere forma nel Tibetan Policy and Support Act. Anche in questo caso, è la USCIRF a guidare il ritorno dell’agenda tibetana al centro della politica estera statunitense, che sta chiedendo al Congresso di accelerare l’approvazione dell’atto così da facilitare l’implementazione di un regime sanzionatorio.

La questione del Tibet

La questione del Tibet inizia all’indomani della fine della guerra civile cinese e dell’instaurazione della dittatura comunista in tutto il paese. Il Tibet ha storicamente subito l’influenza della civiltà cinese e ha alternato fasi di indipendenza, autonomia e subalternità a Pechino, ma si tratta di una regione culturalmente a sé stante, paradossalmente più vicina all’India che alla Cina.

Il Tibet rientrava all’interno dell’agenda maoista sui cosiddetti “Territori separati dalla madrepatria”, di cui fa parte anche Taiwan, perciò nell’ottobre 1950 iniziarono ad essere inviati i primi battaglioni dell’Esercito di Liberazione Popolare per estendere il controllo del governo centrale su di esso. Gli appelli della dirigenza politico-religiosa tibetana all’Occidente e all’India di sostenere l’indipendenza del Tibet risultarono vani: la questione era ritenuta un affare interno alla Cina.

Entro la fine del 1951, il Tibet avrebbe perduto ogni tipo di autonomia, a livello interno ed esterno, pur godendo di un regime speciale sulla carta. L’accentuarsi della politica di sinizzazione, a base di trasferimenti di popolazione di etnia han e assimilazione culturale, spinse Tenzin Gyatso, l’attuale Dalai Lama, a lanciare un disperato tentativo di ribellione nel marzo 1959. Il fallimento del piano spinse il Dalai Lama a fuggire, lo stesso mese, trovando rifugio nella vicina India.

L’India, che all’epoca era fermamente convinta della necessità storica del non allineamento e di un’alleanza con la Cina per controbilanciare lo strapotere del blocco occidentale nelle relazioni internazionali, si ritrovò catapultata all’interno del conflitto tibetano. L’allora primo ministro, Jawaharlal Nehru, rifiutò di estradare il Dalai Lama, al quale fu consentito di dar vita al “governo tibetano in esilio” e di guidare l’insurrezione a distanza. Fu l’evento che, de facto, sancì la rottura definitiva fra Nuova Delhi e Pechino, gettando le fondamenta per la guerra sui confini del 1962, il cui spettro è tornato ad agitarsi proprio in questi giorni.

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