Dopo il leader ucraino Volodymyr Zelensky, nelle prossime ore il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump accoglierà a Mar-a-Lago, in Florida, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu per quello che rappresenta già il quinto incontro tra i due leader nel corso di quest’anno. Un appuntamento che arriva in un momento particolarmente delicato, segnato da una crescente instabilità regionale: il cessate il fuoco nella Striscia di Gaza appare sempre più fragile, mentre altre questioni di sicurezza – dal Libano all’Iran, passando per la Siria – mettono sotto pressione l’intera area mediorientale. Soprattutto perché, tra i due leader, emergono importanti divergenze su come mettere in campo il piano di pace promosso dall’amministrazione americana e sulle modalità di prosecuzione della “fase due”, che Trump ha fretta di implementare, a differenza di Bibi.
Un cessate il fuoco sempre più fragile
Donald Trump, infatti, chiede di portare avanti con determinazione la seconda fase del suo ambizioso piano di pace per Gaza. La prima fase, entrata in vigore lo scorso ottobre, avrebbe dovuto gettare le basi per una tregua duratura, ma da allora Israele e Hamas non hanno smesso di accusarsi reciprocamente di violare l’accordo. Secondo fonti palestinesi, tra il 10 ottobre e l’inizio di dicembre oltre 360 persone sono rimaste uccise nella Striscia a causa di attacchi israeliani, con quasi un migliaio di feriti. Nello stesso periodo, tre soldati israeliani avrebbero perso la vita in azioni attribuite a Hamas. Come abbiamo in più occasioni raccontato su InsideOver, la tregua è solo sulla carta.
Secondo quanto riportato dal Financial Times, l’amministrazione americana intende avviare già a gennaio la seconda fase del piano Trump per Gaza. Tra le misure previste ci sono l’istituzione di un “Board of Peace” e di un comitato esecutivo, oltre alla creazione di un organismo tecnico palestinese incaricato di gestire gli aspetti quotidiani della vita nella Striscia. Parallelamente, è in programma l’invio di una forza internazionale di stabilizzazione. In questo scenario, le truppe israeliane – che attualmente controllano ancora circa la metà del territorio gazawi – dovrebbero ritirarsi in modo graduale.
Tuttavia, proprio sui punti più cruciali le posizioni di Washington e Gerusalemme appaiono distanti anni luce. Al centro dello scontro c’è soprattutto la questione del disarmo di Hamas, che in Israele suscita profondo scetticismo e preoccupazione. Un alto funzionario del governo israeliano, dal Financial Times in forma anonima, ha espresso chiaramente il timore che serpeggia tra l’establishment politico-militare di Tel Aviv: “C’è il rischio che Trump ci tolga improvvisamente il tappeto da sotto i piedi. Gli americani sembrano ingenuamente convinti di poter ottenere progressi reali senza che Hamas deponga le armi“.
Le crepe nel rapporto tra Trump e Netanyhau
Dietro le quinte diplomatiche, tra i due leader sta maturando un contrasto sempre più evidente. Trump aspira a entrare nella storia come l’artefice di un ambizioso (e controverso) piano di pace in Medio Oriente, un obiettivo che lo spinge a perseguire con ostinazione i suoi obiettivi. Di fronte a lui, però, c’è un Benjamin Netanyahu che sembra deciso a frenare diversi elementi chiave di questa strategia americana. Anche perché un presidente – o premier, in questo caso – di guerra non può fare altro.
Il primo ministro israeliano, infatti, non ha mai aperto alla possibilità di un ritiro completo da Gaza, né tantomeno a una forma di autogoverno palestinese o, più in generale, alla prospettiva di uno Stato palestinese. Nella Striscia, l’esercito israeliano continua a operare con una durezza che fonti americane hanno definito “pronto a fare fuoco”, mentre la popolazione civile palestinese resta in gran parte priva di beni essenziali come cibo, tende, medicinali e altri aiuti vitali. La violenza non si ferma nemmeno in Cisgiordania, dove i coloni israeliani possono espandere avamposti illegali praticamente senza incontrare ostacoli significativi. A complicare ulteriormente lo scenario, inoltre, c’è lo spettro di un imminente “secondo round” con la Repubblica Islamica dell’Iran.
Il quotidiano israeliano Haaretz ha sintetizzato la strategia di Netanyahu con l’espressione “politica della stagnazione”: tenere deliberatamente aperte tutte le questioni principali, evitando qualsiasi cambiamento strutturale. In questo modo, i fronti di crisi – Gaza, Libano, Siria e Iran – restano simultaneamente attivi e instabili. Lo scenario ideale per un premier legato a doppio filo a una politica bellicista.
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