Donald Trump ha scelto due strade per piegare la Corea del Nord e le provocazioni di Kim Jong-un. La prima è quella di mostrare in ogni modo la possibilità, seppur ancora residuale, degli Usa di intervenire militarmente contro le forze coreane, interrompendo materialmente la possibilità di sviluppare il programma nucleare e colpendo direttamente gli organi centrali e periferici del governo di Kim e il quartier generale dell’esercito. La seconda strada intrapresa da Trump è rivolta invece ai cosiddetti “alleati” del regime coreano, in particolare alla Cina, minacciando di interrompere i rapporti commerciali con tutti gli Stati che continuano ad avere interscambi commerciali con la Corea del Nord. Questa seconda via è quella evidenziata da uno degli ultimi tweet del presidente degli Stati Uniti, in cui è scritto: “The United States is considering, in addition to other options, stopping all trade with any country doing business with North Korea”. L’iniziativa di Trump, in questo senso, sarebbe da considerare come l’ultima delle tante messe in essere dalla comunità internazionale e da Washington per piegare il regime nordcoreano, e che finora non hanno sortito alcun effetto. La minaccia di un attacco preventivo, le sanzioni della comunità internazionale, l’isolamento di Pyongyang da parte dei maggiori partner non sono riusciti a far desistere Kim Jong-un dal suo programma atomico e missilistico, creando anzi le premesse per un ulteriore consolidamento di questo programma che è l’unica arma nelle mani del governo nordcoreano per imporre la propria strada.
Appurata l’impossibilità di un intervento militare senza mettere a repentaglio la vita di milioni di persone e la stabilità dell’Asia orientale e dei suoi stessi alleati, Trump ha dunque pensato di attivare questo secondo canale diplomatico, colpendo chi fa affari con Pyongyang. Ma è una strada realmente praticabile da parte degli Stati Uniti? E, soprattutto, quali sarebbero le conseguenze di una tale forma unilaterale di embargo? Per rispondere a queste domande, bisogna innanzitutto comprendere quali sono i maggiori partner commerciali della Corea del Nord. Per fare questo, ci viene in aiuto l’agenzia sudcoreana Kotra (Korea’s Trade Investment Promotion Agency) che si occupa di stilare report dettagliati sulle attività commerciali di Pyongyang. Secondo i dati forniti da Kotra, sono circa 80 i Paesi con cui la Corea del Nord fa affari. Tra questi, i maggiori partner commerciali sono: Cina, Russia, India, Pakistan, Singapore, Germania, Portogallo, Francia, Tailandia e Filippine. Grazie a queste partnership, il governo nordcoreano ha potuto raggiungere un volume di affari pari a circa 6,5 miliardi di dollari solo nel 2016, con un aumento annuale del 5%.
Il commercio con alcuni di questi Paesi non è in crescita, anzi, è in diminuzione e soprattutto a livelli irrilevanti per le rispettive economie. Ma vi sono invece alcuni dati importanti su cui riflettere. Il primo di questi è che sono tutti partner commerciali degli Stati Uniti: cosa ovvia se gli Usa vogliono tagliare il commercio con essi, ma da valutare se si pensa alle ricadute sulla stessa economia americana – e dunque anche mondiale. Il secondo dato è quello per cui mentre alcuni Paesi hanno ridotto drasticamente i rapporti con Pyongyang, altri sono invece aumentati esponenzialmente negli ultimi anni, per esempio quello con le Filippine. Nel 2016, il governo di Manila ha aumentato il volume commerciale con Pyongyang del 171%, acquistando una fetta molto importante del mercato nordcoreano. Ed è un dato interessante anche dal punto di vista politico, considerando i rapporti fra Stati Uniti e Filippine soprattutto con il nuovo corso di Duterte, che si trova affare l’equilibrista fra l’alleanza militare con gli Stati Uniti e la vicinanza d’interessi con la Cina.
L’obiettivo principale di questo tweet – considerabile un’opzione politica visto l’uso di Trump dei social – è evidentemente la Cina. Pechino rappresenta il 90% del commercio internazionale della Corea del Nord e, prima delle sanzioni cinesi che hanno tagliato l’acquisto del carbone, la Cina era il maggior importatore di risorse minerarie dalla Corea del Nord, esportando alimenti e carburante che risultano essenziali per la sopravvivenza del popolo nordcoreano. Colpire la Cina, e soprattutto il commercio con essa, può essere un boomerang pericolosissimo per Donald Trump e per la sua volontà di rendere l’economia statunitense più energica e solida. I motivi sono ricordati efficacemente da Karishma Vaswani, corrispondente economica per l’Asia per la BBC. “Francamente, è difficile capire come tutto ciò possa accadere senza danneggiare in alcun modo l’economia americana” ricorda Vaswani, “la Cina è il principale partner commerciale negli Stati Uniti. Gli Stati Uniti hanno acquistato beni della Cina per un valore superiore a 450 miliardi di dollari nel 2016 e hanno esportato per un valore di 115 miliardi di dollari. Interrompere gli scambi con la Cina significherebbe perdere quasi un milione di posti di lavoro americani connessi a beni e servizi esportati in Cina”. Questi dati, sembrano dover rispondere in senso negativo alla possibilità di Trump di avviare questa nuova iniziativa unilaterale sanzionando il commercio mondiale: i rischi sarebbero troppo alti. Interrompere il commercio con la Cina significa innanzitutto danneggiare gli Stati Uniti, cosa che il presidente non può permettersi. Può però sperare che Pechino si attivi ulteriormente per evitare una guerra commerciale, facendo sì che indurisca ancora di più le sue scelte contro Kim Jong-un. E questo sembra già avvenire. Il governo cinese è fortemente contrariato dalle ultime scelte di Kim e ha deciso non solo di unirsi alle sanzioni dell’Onu, ma anche di appoggiare l’eventuale embargo al petrolio, ed ha già attivato il blocco delle importazioni dalla Corea per settori vitale dell’export di Pyongyang. A conferma che una risoluzione diplomatica della crisi passa attraverso la razionalità di tutti e non alle prove muscolari.



