Le elezioni di Midterm si sono concluse con questo risultato: Camera ai democratici, Senato ai repubblicani. Chi sperava nel crollo del partito di Donald Trump si è dovuto ricredere: l’elefante ha resistito. E l’onda blu dei democratici, pur strappando seggi fondamentale alla Camera, non riesce nell’en plein che avrebbe effettivamente rappresentato una minaccia pesantissima sulla leadership di Trump.

Minaccia che avrebbe avuto un nome preciso: impeachment. Ma che sarebbe stata possibile soltanto nel caso in cui il partito democratico avesse sfondato anche al Senato. Così non è stato, e quindi l’asinello deve rinfoderare la spada. Perché il pericolo sembra sia stato definitivamente scampato dal presidente Usa grazie alla conformazione del Congresso uscita da queste elezioni di Midterm.

Con la Camera in mano ai democratici, l’opposizione al leader della Casa Bianca può effettivamente far partire la procedura di impeachment, cioè la messa in stato d’accusa nei confronti del presidente degli Stati Uniti. I democratici (ma probabilmente anche lo zoccolo duro dei neo-con repubblicani) sperano che l’inchiesta del procuratore Robert Mueller, il cosiddetto Russiagate, arrivi a una conclusione che permetta di far scattare la procedura. E fino ad ora, l’inchiesta di Mueller ha rivelato tantissime lacune che non hanno permesso di dare un credito sufficiente per iniziare le procedure d’impeachment.

In tal caso, i dem hanno i numeri per avviarla, perché serve la maggioranza della Camera. E questa è stata ottenuta nelle elezioni delle scorsa notte. Il problema è che non hanno i numeri al Senato per farla approvare. Nella camera alta del Congresso occorre una maggioranza qualificata dei due terzi. Mentre il partito repubblicano, in questa tornata elettorale, ha blindato la sua presenza all’interno del Senato costruendo di fatto un muro invalicabile per chiunque provi a mettere in stato d’accusa il presidente.

Questo ovviamente non esclude la possibilità che i democratici decidano di far partire lo stesso la procedura di impeachment. Potrebbero farlo semplicemente come messaggio politico, per dimostrare la loro convinzione nell’operato di Mueller o per imporre nel dibattito nazionale questo tema rispetto ad altri più cari all’elettorato repubblicano e su cui Trump sembra essere più bravo a raccogliere consenso.

C’è però un problema, politico, che potrebbe far cambiare idea al partito dell’Asinello, e cioè la capacità del presidente americano di convertire lo stato d’accusa in un’arma a doppio taglio con cui colpire direttamente gli stessi democratici. Come spiegato da Lettera43, il Partito democratico non è affatto compatto sotto questo profilo e, “se soprattutto a sinistra si invoca l’impeachment, tra i centristi si nutre invece una certa preoccupazione. Molti temono infatti che possa ripetersi quanto accadde a Bill Clinton, il quale raggiunse il picco di popolarità proprio nel periodo in cui fu messo in stato d’accusa”.

Un boomerang pericolosissimo per un partito alla disperata ricerca di consensi in vista delle presidenziali del 2020. I dem lo sanno. E sanno per ceto che se da un lato si impantaneranno al Senato, dall’altro lato potrebbero ricompattare il voto repubblicano. Gli elettori dell’Elefante, non per forza trumpiani, serrerebbero le fila per difendere il partito dall’assedio democratico. E con un’America così divisa a metà, il gioco dell’impeachment potrebbe essere molto pericoloso. L’accusa nei confronti del presidente metterebbe a tacere qualsiasi altro tipo di discussione, monopolizzando il dibattito. E Trump sa benissimo come utilizzare le armi del consenso: l’ha dimostrato la sua cavalcata alla Casa Bianca.

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