Trump-Mbs, per gli Usa armi e affari valgon bene un Khashoggi

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Sembra una scena tagliata da un vecchio film: Donald Trump, trionfante nello Studio Ovale, accoglie Mohammed bin Salman come fosse un vecchio compagno di scuola, e nel frattempo riscrive la storia come più gli conviene. Il principe ereditario saudita arriva con tutti gli onori, come se non fosse mai accaduto nulla. E il presidente americano, invece di alzare un sopracciglio su Jamal Khashoggi, il giornalista fatto a pezzi nel consolato di Istanbul, decide di offrirgli l’assoluzione plenaria. Giusto per gradire.

“Personaggio controverso”, dice Trump parlando di Khashoggi. Come se fosse questo il punto. Non che un oppositore politico venga eliminato in un edificio diplomatico. Non che l’intelligence americana abbia individuato in Mbs il mandante. No, l’importante è far passare l’idea che “a volte le cose succedono”, come un vaso che scivola dal tavolo. Peccato che qui non sia caduto un vaso, ma un uomo.

E guai a chi glielo fa notare. Quando una giornalista dell’Abc osa chiedere conto dell’omicidio, Trump si infuria: sta “mettendo in imbarazzo un ottimo amico”. Già, perché il problema non è la verità: è l’etichetta. Meglio difendere l’amico, quello con il “fantastico bilancio sui diritti umani”, una definizione che se non fosse tragica sarebbe cabarettistica. Forse per Trump i diritti umani sono un optional da attivare solo quando non disturbano il business.

La scena si completa quando il principe ereditario, con aria contrita, parla di “un grande errore” e promette che non accadrà più. Peccato che la vedova di Khashoggi, Hanan Elatr, abbia ricordato che un errore si ripara con scuse e risarcimenti, non con le pacche sulle spalle dei presidenti.

Ma il vero punto non è la morale, è il mercato. Trump dichiara l’Arabia Saudita “alleato importante non-Nato”, apre alla vendita degli F-35, al nucleare civile, persino alle tecnologie di intelligenza artificiale. In cambio, Mbs rilancia: mille miliardi di dollari di investimenti negli Stati Uniti. La diplomazia dei petrodollari è viva e vegeta, e non conosce vergogna.

Poi c’è il capitolo Abramo: Trump ci teneva, Mbs tentenna. Sogna di entrare negli accordi che normalizzano i rapporti arabo-israeliani, ma solo dopo aver visto una “strada chiara verso i due Stati”. Come se il regime saudita fosse diventato improvvisamente un paladino della causa palestinese e non un giocatore di lungo corso capace di muovere le pedine finché gli conviene.

L’incontro alla Casa Bianca non riabilita solo Mbs: riabilita un certo modo di fare politica, dove i diritti umani pesano meno delle valigie di investimenti, dove un omicidio riconosciuto dall’intelligence diventa un “incidente”, e dove chi pone domande scomode diventa il problema. Un capolavoro di rovesciamento logico che neppure Orwell avrebbe immaginato così bene.

Il messaggio finale è semplice: nell’America di Trump, chi porta soldi e armi sul tavolo può farsi perdonare tutto. Anche un delitto che, in qualunque Stato serio, avrebbe chiuso la carriera di un leader. Qui invece la riapre. Con gli applausi.