Trump, Maduro e la vera storia del narcotraffico gestito dagli Usa

SOGNI DI FARE IL FOTOREPORTER? FALLO CON NOI
Politica /

L’ultima prodezza di Donald Trump in Venezuela non ha in realtà alterato la posizione degli alfieri sulla Grande Scacchiera. Ha però impresso una forte accelerazione a una consumata strategia anglo-americana e, con il rapimento di Nicolas Maduro, ha inequivocabilmente evidenziato che il Re è nudo: un’azione dalle connotazioni di un gangsterismo tale da essere sotto certi aspetti nuovo. 

Ma se è vero che il neo imperatore ha inferto il colpo mortale al diritto internazionale, è altrettanto vero che non è stato lui il primo a farne carte straccia. Ci avevano già pensato i suoi predecessori con i bombardamenti sulla Serbia, con le avventure irachene, libiche e siriane, tanto per citare le ultime soltanto. A Washington, e da decenni, la politica estera non cambia con l’alternanza delle presidenze. Ciò che invece è cambiato, è che per la prima volta è stato squarciato il velo di ipocrisia che per decenni aveva ammantato la politica estera anglo-americana. Intervenuto al World Economic Forum di Davos, il premier canadese Mark Carney ha per la prima volta pubblicamente ammesso che l’ordine internazionale basato sulle regole altro non era che una finzione.

E questa volta infatti Re Donald non ha preteso di esportare la democrazia. È andato in Venezuela a prendersi il petrolio, lo stesso che peraltro è suo perché l’oro nero che scorre nelle viscere di quella terra appartiene di diritto allo Zio Sam. Lui non lo sta rubando. Se lo riprende e basta. Che poi ci riesca o meno, è tutta un’altra storia…

E intanto si autoproclama presidente (bontà sua ad interim) di un Paese che non necessariamente cederà alla logica che pretende di sancire il trionfo del potere sul diritto. E rapisce Nicolas Maduro, un ratto che prefigura un processo farsa che vedrà il legittimo presidente di uno Stato sovrano alla sbarra per capi di imputazione che, nella vecchia formulazione, erano riconducibili per sommi capi al narcoterrorismo. 

Era questa l’accusa che dal 2020 poneva il leader venezuelano a capo del Cartel de Los Soles, fantomatico sindacato criminale designato organizzazione terroristica nel 2025 dai Dipartimenti di Stato e del Tesoro: un’organizzazione che in realtà non è nemmeno mai esistita, essendo Cartel de Los Soles soltanto la terminologia usata in gergo dalla stampa venezuelana a indicare attività genericamente collegate al narcotraffico. 

Non dunque un cartello, come ora sentenziato (fuori tempo massimo) dal Dipartimento di Giustizia, costretto a correre ai ripari alla luce dell’evidenza e a sostituire la vecchia denuncia con una più vaga accusa di “sistema clientelare” e di “cultura della corruzione”: ma una corruzione, a detta loro, pur sempre alimentata dai proventi dei traffici di cocaina per un Paese che, secondo il rapporto mondiale ONU sulle droghe del 2025 (rapporto del United Nations Office on Drugs and Crime) è invece considerato da 15 anni esente da coltivazioni di marijuana, cocaina e laboratori annessi e connessi. 

Quello contro Maduro è dunque un capo di imputazione palesemente strumentale, che però merita attenzione, non fosse che per il pulpito che lancia l’accusa. Se infatti Donald Trump avesse davvero voluto combattere un simile mercato, avrebbe dovuto iniziare da casa sua. E al riguardo non gli farebbe male una ripassatina della storia recente e delle alleanze che l’impero del bene ha stretto, già dalla fase dell’immediato dopoguerra, con personaggi indissolubilmente legati ai traffici di droga: un elenco qui limitato soltanto ai casi più eclatanti.

E allora, tanto per restare nell’attualità, e cioè sul tema dell’eterna crociata contro Cuba dello Zio Sam, estraiamo dal cilindro un primo nome a caso, quello magari di tale Santo Trafficante Jr, il narcotrafficante che a inizio anni sessanta era stato ingaggiato dalla CIA per assassinare Fidel Castro, Raul Castro e Che Guevara: un complotto (accuratamente documentato) nel quale era stato reclutato unitamente a John Rosselli e Sam Giancana, due potenti boss della Chicago Outfit.1

Era il figlio di Santo Trafficante Sr, boss a capo di un potente cartello mafioso con sede a Tampa e partner di Meyer Lansky, l’uomo preposto da Lucky Luciano a gestire in America il suo impero finanziario. Jr, il cui teatro d’azione era stato Cuba ai tempi del dittatore Fulgencio Batista, con l’arrivo di Fidel aveva lasciato l’isola ed espanso l’attività del padre oltre frontiera.

Sarebbe diventato il maggior importatore negli Stati Uniti di China White, quell’eroina N° 4 che proveniva prevalentemente dal Plain of Jars, altopiano del Laos nordorientale, intensamente coltivato a papavero da oppio, che negli anni Sessanta/Settanta era teatro della guerra segreta che la CIA combatteva in Indocina. Nota come Terza opzione, consisteva nel reclutare e addestrare in funzione anticomunista gli hmong, etnia locale dedita alla coltivazione del papavero da oppio: 40.000 uomini trasformati in un esercito segreto al comando del generale laotiano Vang Pao, l’uomo di punta della CIA in Laos

Van Pao era al tempo stesso il principale narcotrafficante della zona. Possedeva una raffineria di eroina a Long Tieng, piccola località ubicata sulle alture del Plain of Jars all’epoca ritenuta “il luogo più segreto della terra”: una località che non era segnalata nemmeno sulle mappe, ma era ben conosciuta ai piloti dell’Air America come Alternate, o Alternate 20

E qui, su un’unica angusta pista ubicata a circa 1.000 metri di altezza, atterravano i bimotori dell’Air America, il vettore della CIA. Trasportavano armi, munizioni e cibo (i famosi rice-drops) nei voli di andata, ma in quelli di ritorno caricavano nelle stive l’oppio degli hmong destinato alle principali raffinerie della regione.

Vang Pao possedeva anche una compagnia aerea fondata grazie ai finanziamenti della USAID. Era la Xieng Khouang Air Transport, meglio conosciuta come Air Opium: due C-47s che trasferivano oppio ed eroina da Long Tieng a Vientiane. 

Long Tieng era dunque il quartier generale del generale Van Pao, la base militare operativa della controguerriglia hmong e un centro di raffinazione. Ma era anche la base segreta della CIA in Laos.

Polmone finanziario delle operazione clandestine della regione era la Nugan Hand, banca australiana il cui nome proveniva dai due fondatori di facciata: Frank Nugan, banchiere d’affari australiano, e Michael Hand, ex berretto verde e veterano della guerra della CIA in Indocina. Legale della banca era William Colby, un ex direttore della CIA. 

Morto misteriosamente Frank Nugan, sarebbe fallita anche la banca. Fine dei giochi? Nemmeno per sogno! Un’altra crociata anticomunista era alle porte del nuovo decennio: l’Operazione Cyclone, campagna militare mirata a cacciare i sovietici dall’Afghanistan e a esportare il virus della jihad oltre confine. 

Leader indiscusso e figura chiave del conflitto era l’afghano Gulbuddin Hekmatyar, uno psicopatico sanguinario a capo della fazione più potente dei mujaheddin, il nuovo esercito per procura dello Zio Sam: una forza addestrata e armata dalla CIA tramite l’ISI (Inter-Service Intelligence), il servizio segreto pachistano.

Ma Hekmatyar, che era in contatto con Osama bin Laden, non usava le armi ricevute solo per combattere gli ‘infedeli’ sovietici, ma anche per espandere il suo narco-impero. Controllava sei raffinerie di eroina nel distretto nord-occidentale pakistano di Koh-i-Sultan (Balochistan) e mirava al totale controllo sulla coltivazione dei papaveri da oppio dell’intera valle di Helmand. Sarebbe diventato il principale assegnatario delle armi che la CIA devolveva alla guerriglia: armi la cui distribuzione e assegnazione era stata delegata all’ISI dalla CIA.

Interessante il meccanismo! Le armi arrivavano al porto di Karachi, dove venivano caricate sui mezzi di superficie della National Logistic Cell (NLC), compagnia di trasporti dell’esercito pakistano che le inoltrava ai campi di battaglia afghani. Gli stessi mezzi di superficie facevano poi ritorno a Karachi con carichi dell’eroina raffinata nei laboratori pakistani e destinata al mercato occidentale.2

Prima dell’inizio della guerra santa la produzione di oppio dell’intera zona era diretta a un mercato prevalentemente regionale e raggiungeva solo marginalmente Europa e Stati Uniti. A pochi anni dall’intervento della CIA in Afghanistan la zona era diventata il maggior centro mondiale nella produzione di eroina, un primato strappato all’indocinese Triandolo D’Oro. Mano a mano che i mujaheddin strappavano le terre a “Ivan”, le coltivavano a papavero da oppio con la collaborazione attiva dei servizi pakistani e sotto gli occhi (chiusi) degli americani.  

I proventi del narcotraffico confluivano ora sui conti correnti aperti presso la Bank of Credit and Commerce International (BCCI), l’istituto di credito pakistano che aveva preso il posto che negli anni sessanta/settanta era stato della NuganHand. Il copione era dunque sempre lo stesso, e sarebbe rimasto tale nei decenni a venire.

Insomma esattamente come gli hmong avevano oliato la crociata anticomunista in Indocina con l’oppio del Plain of Jars, negli anni ottanta i mujaheddin finanziavano la ‘guerra santa’ contro gli infedeli sovietici con l’oppio del Golden Crescent. E nemmeno lo schema dei finanziamenti era cambiato. Alla Nugan Hand si era solo sostituita la BCCI, broker in traffici di armi e droga e relative operazioni di riciclaggio.

Recita al riguardo un passaggio del rapporto finale della commissione d’inchiesta presieduta dall’allora senatore democratico del Massachusetts John Kerry, nota come Kerry Committee:

E cioè per finanziare il riarmo dei mujaheddin afghani. 

La BCCI era rimasta coinvolta anche nel mega scandalo Iran-contra, e più precisamente in alcune delle operazioni di riarmo dei contras, i mercenari che in Nicaragua combattevano contro il governo socialista dei sandinisti: una rete semi-privata che si autofinanziava con i proventi dei traffici di cocaina.

Nel complesso la crociata anti-sandinista aveva alimentato il narcotraffico dell’intera regione e trasformato il Centro-America in un mega-supermercato di cocaina grazie alle coperture elargite dallo Zio Sam: coperture che raggiungevano l’apice della catena di comando, come emerso da commissioni parlamentari e affidabili denunce al riguardo.

Fra queste quella di Wanda Palacio, un’informatrice dell’FBI che aveva denunciato allo staff del senatore Kerry le attività della Southern Air Transport (SAT), uno dei vettori usati per trasportare ‘aiuti umanitari’ (sic) all’aeroporto salvadoregno di Ilopango,4 scalo di transito i cui hangar 4 e 5, come da deposizione dell’agente della DEA Celerino Castillo, erano uno snodo logistico dello schema armi contro droga dell’Iran-contra. Erano gestiti da Felix Rodriguez, altro veterano delle guerre segrete d’Indocina che ora coordinava i rifornimenti alla base: posizione che lo vedeva alle dirette dipendenze del Consiglio alla Sicurezza Nazionale e della Casa Bianca. E non più della CIA.5

E apparteneva proprio alla SAT il C-123 cargo che il 5 ottobre 1986 si era schiantato al suolo, evidenziando per la prima volta la vera natura del carico di bordo.6 Morti due dei piloti nello schianto, si sarebbe scoperto che uno di loro7 aveva già volato sui cieli dell’Indocina a fine anni sessanta.8 Il terzo,9 un ex cargo-kicker dell’Air America in Laos, era sopravvissuto e, nel corso di una conferenza stampa, aveva rivelato di aver agito alle dirette dipendenze di tale Max Gomex, un uomo che a sua volta riportava al vice presidente Bush tramite interposta persona.

Significativo è al riguardo un passaggio dell’inchiesta del senatore Lawrence Walsh sull’Iran-contra. Trattasi del botta e risposta di un’intervista di John Kerry ad Alan Fiers, capo della task-force della CIA per il Centro America: 

Si sarebbe scoperto che Max Gomez era l’alias di Felix Rodriguez, il coordinatore degli hangar 4 e 5 dell’aeroporto di Ilopago, e che il suo contatto alla Casa Bianca era Donald Gregg, altro ex pezzo da novanta dell’agenzia assurto alla carica di consigliere alla Sicurezza Nazionale di George H. W. Bush.11 E rispondeva solo al vicepresidente! 

E sì… le coperture al narcotraffico arrivavano davvero all’apice della catena di comando.12

Celerino Castillo aveva anche testimoniato che molti fra i piloti contras che volavano in operazioni di rifornimento militare erano narcotrafficanti. 

E’ passato alla storia il caso di Adler Berriman Seal, meglio noto come Barry Seal, un pilota impiegato a tratti dalla CIA (la sua fama avrebbe ispirato un film)13 che dall’inizio degli anni ottanta volava regolarmente sul Centro America a bordo di Fat Lady, il nick che lui stesso aveva dato al C-123K che all’epoca era funzionale allo schema armi contro droga. Era lo stesso cargo che anni dopo sarebbe stato abbattuto dai sandinisti sul Nicaragua: ancora lo stesso che aveva già volato con l’Air America nei cieli dell’Indocina due decenni prima, e che ora era stato riposizionato al Intermountain Airport di Mena, piccola cittadina dell’Arkansas, lo stato di cui all’epoca Bill Clinton era governatore.

Ma strane voci circolavano sulla base: storie di traffici di armi e droga, di operazioni di riciclaggio e di addestramento paramilitare dei contras sulle colline circostanti. Storie che avevano insospettito il procuratore generale dell’Arkansas Winston Bryant, che nel 1991 aveva esposto il coinvolgimento dell’aeroporto in traffici di droga, in operazioni di riciclaggio e persino in attività criminali di cospirazione.14 Che Bill Clinton non ne sapesse niente? Bizzarro… perché l’inchiesta del febbraio 1984 dell’FBI di Little Rock aveva evidenziato che:

Seal sarebbe stato accusato da Russel Welch, investigatore della polizia locale, di aver importato mensilmente circa 500 chili di cocaina dalla Colombia agli Stati Uniti.

E poi era arrivato il crack, la cocaina dei poveri che aveva fatto stragi soprattutto nella comunità nera di Los Angeles. Non vi era città negli Stati Uniti che ne fosse stata risparmiata: una vicenda i cui retroscena erano stati esposti nell’agosto del 1996 da Gary Webb, giornalista investigativo (già premio Pulitzer) del San Josè Mercury News, quotidiano della Silicon Valley. Intitolata Dark Alliance, la sua inchiesta aveva esposto il livello del sostegno fornito ai contras dallo Zio Sam. 

Diffamato dal sistema mediatico di regime, come da prassi di ogni ‘operazione di limitazione-danni’, aveva scritto un libro e continuato a indagare da indipendente fino al 10 dicembre del 2004, quando veniva rinvenuto cadavere nella sua abitazione: un decesso catalogato come un suicidio causato da due colpi di una calibro 38 alla testa. Si, avete capito bene: due (2) colpi!

Nel complesso Fat Lady, il già citato C-123k, emerge come uno dei fili rossi che collegano le operazioni ‘coperte’ degli anni sessanta a quelle degli anni ottanta. Sia infatti che si tratti dell’Air America o della SAT,16 sia che si tratti della giungla dell’Indocina o del pantano dell’Iran-contra, il copione di base è sempre lo stesso. E tale sarebbe rimasto anche con la fine della guerra fredda, quando un nuovo teatro di guerra si apriva nei Balcani.  

Ed ecco che sulla scena irrompeva l’UCK, il così detto esercito di liberazione del Kosovo, già peraltro listato dalle Nazioni Unite come organizzazione terroristica: un nuovo esercito per procura ingaggiato in un’ennesima missione di esportazione di democrazia, lo stesso che per l’occasione avevano preso il posto che era stato di hmong, mujaheddin e contras nei decenni precedenti. 

E i finanziamenti?  Quella stessa China White che avrebbe fatto della guerriglia una narco-jihad, del Kosovo uno stato-mafia nel cuore dell’Europa17 e dei Balcani il principale corridoio di transito dell’eroina che dall’Afghanistan transitava per la Turchia e arrivava a Pristina, per essere poi inoltrata in Occidente. Era la nuova ‘rotta balcanica’, che aveva elevato la mafia albanese al rango di “Medellin dei Balcani”: un giudizio espresso anche in un rapporto della tedesca Bundeskriminalamt (BKA): 

E tutto questo grazie al sostegno e la protezione elargita da Washington, Londra e dall’Occidente collettivo a una narco-guerriglia, posta quest’ultima al comando di Hashim Thaci, personaggio che compariva nei rapporti d’intelligence come individuo legato alla criminalità organizzata e responsabile di traffici di armi, droga e organi umani: crimine quest’ultimo evidenziato dal Rapporto Marty, da Dick Marty,19 l’ex procuratore del Canton Ticino che lo accusava di esercitare un “controllo violento” sul mercato dell’eroina.20

Nel 2012 Hillary Clinton lo aveva invece salutato a Washington come il leader che “aveva contribuito a promuover in Kosovo la democrazia.”21 Assurto alla carica di primo ministro della nuova colonia a stelle e strisce, oggi è in una galera olandese per rispondere alla Kosovo Special Chambers anche di crimini di guerra e contro l’umanità.

La storia della diffusione del narcotraffico quale effetto collaterale delle ‘operazioni coperte’ degli anglo-americani potrebbe continuare, ma ci fermiamo qui.

Quanto sopra è solo uno spaccato, per quanto sintetico e parziale, del ‘dietro le quinte’ della politica estera dello Zio Sam in tutte le sue esternazioni (leggi presidenze). E’ il background che fa da sfondo all’imminente processo farsa che vedrà alla sbarra Nicolas Maduro, il presidente di uno stato sovrano sequestrato con la consorte e incarcerato anche sulla base di accuse (non circostanziate) di arricchimento illecito: imputazioni che potrebbero comportare la confisca dei beni, leggi conti bancari, immobili e proprietà strategiche legate alla catena petrolifera. Una confisca che ha tutta l’aria di trasformarsi in un’ulteriore appropriazione indebita della Casa Bianca.

Parliamo infatti di accuse lanciate con una terminologia oltremodo vaga e senza solida base probatoria: incriminazioni che fanno ormai della (in)giustizia a stelle e strisce uno strumento di politica estera. E tutto nel contesto di una crociata più bizzarra che mai.

Re Donald ha infatti in contemporanea graziato Juan Orlando Hernandez, l’ex presidente dell’Honduras al quale era legato dai tempi del mandato presidenziale precedente. Già accusato in patria di essere stato al centro di una vasta rete di corruzione, nel marzo del 2024 era stato condannato da un tribunale di New York a 45 anni di reclusione dietro accusa di narcotraffico, e più nello specifico per aver importato negli Stati Uniti 400 tonnellate di cocaina. Per i giudici statunitensi era ascrivibile a “una delle più grandi e violente cospirazioni planetarie preposta a favorire il traffico di droghe.” 

E ora la grazia, non certo una novità per un paese che negli anni ottanta era base di transito per i rifornimenti militari alla guerriglia anti-sandinista: un paese dove all’epoca la CIA bloccava tutte le indagini che la DEA produceva sulle protezioni fornite dai militari honduregni al flusso di cocaina verso gli Stati Uniti. Un paese dove la DEA era stata costretta a chiudere i battenti!22 Niente di nuovo quindi sotto il sole dell’Honduras, solo il ritorno alle vecchie tradizioni.

La grazia di Trump è arrivata inoltre con un tempismo davvero perfetto. Annunciata ufficialmente il 28 novembre 2025, esattamente due giorni prima della consultazione elettorale honduregna, era mirata a influenzare il risultato elettorale a favore del Partito Nazionale, guarda caso il partito di Orlando Hernandez. Guarda caso il partito che ha vinto le elezioni!

Trump aveva anche minacciato di sospendere gli aiuti finanziari al paese nel caso di risultato elettorale a lui poco gradito… e tutto, ca va sans dire, nel contesto della lotta al narcotraffico: terminologia ormai degna di assurgere a esempio storico di cosa intendesse George Orwell per neo-lingua

Riferimenti: