La Nato è tutto ciò che gli Stati Uniti vogliono che sia meno qualsiasi cosa possa infastidire le ambizioni della Turchia. E ad oggi c’è solo un leader che può dirsi indispensabile per l’Alleanza Atlantica del futuro: Recep Tayyip Erdogan. Esalta la centralità del Sultano il vertice atlantico che si svolge, quest’anno, nel cuore dell’Anatolia, più prossimo all’Indo-Pacifico vero cuore del mondo che al Mare Oceano che si stende oltre Finisterre e Gibilterra. Ed è paradigmatico di un nuovo baricentro mondiale in cui la Turchia vuole giocare il suo ruolo. In Medio Oriente, in Eurasia e non solo.
La Nato ai piedi della Turchia
L’ultima volta che la Turchia ospitò un summit Nato era il 2004, Erdogan al primo mandato da primo ministro, George W. Bush sedeva alla Casa Bianca e i temi caldi erano la lotta al terrorismo e la guerra in Iraq; ventidue anni dopo, Erdogan riceverà Donald Trump nel ruolo inedito di pontiere tra il tycoon e i leader europei. Questi ultimi sono stati redarguiti da The Donald per l’atteggiamento ritenuto pusillanime durante la guerra israelo-americana all’Iran, ed è emblematico del “dilemma del prigioniero” del capo della Casa Bianca il fatto che Trump abbia speso parole al miele per chi questa guerra, tra i leader Nato, l’ha avversata più di tutti: Erdogan. Il quale ha schierato il Ministro degli Esteri Hakan Fidan per evitare il caos prima dell’attacco di febbraio e ha duramente criticato la condotta di Israele, amplificando la rotta di collisione con il Paese guidato da Benjamin Netanyahu. Ora, semplicemente, tutti hanno bisogno della Turchia.
Tutti cercano Erdogan
Ne ha bisogno l’America: Ankara guarda gli Stretti e il Mar Nero ed è garante di una proiezione geopolitica e geoeconomica verso l’Eurasia che attraversa le regioni del Caucaso, centrali per la connettività e che attraversano Stati strategici per gli Usa nel confronto con Russia e Cina, come Armenia, Azerbaijan e Kazakistan. Inoltre, la Turchia contribuendo al sostegno della nuova Siria ha tolto un ulteriore pivot ai rivali di Washington in Medio Oriente, tanto che ad Ankara è lasciata libertà d’azione nonostante la rivalità strategica con l’alleato israeliano.
A loro modo ne hanno bisogno anche i Paesi europei: nel quadro del piano ReArm Europe le munizioni, i droni e gli asset turchi faranno comodo per creare filiere strategiche e robuste per consolidare gli apparati militari del Vecchio Continente. La Turchia ha superato i 10 miliardi di dollari di esportazioni militari lo scorso anno, l’azienda di droni Baykar è entrata nel mercato italiano rilevando Piaggio Aerospace, converge su molti progetti con Leonardo e fa gola a molti Paesi europei per i suoi prodotti, mentre la Spagna pondera l’ipotesi di dotarsi del caccia Kaan. Anche il Financial Times lo ha ricordato in un recente approfondimento, pur sottolineando che in Turchia molti vincoli possono emergere per il fatto che “l’economia nel suo complesso è afflitta da un’inflazione del 33%, dall’aumento dei costi e da un tasso di cambio in apprezzamento che ha soffocato la competitività di altri settori manifatturieri”. Ai margini della Nato, ne ha bisogno anche l’Ucraina, che vede in Ankara un partner politico solido e un possibile mediatore qualora si potesse cercare un negoziato con la Russia per porre fine alla guerra d’aggressione.
In Israele, ove già si ipotizzano futuri scenari di confronto con Ankara, il protagonismo turco è visto con attenzione. Ynet ricorda che “il vertice potrebbe anche portare quello che rappresenterebbe il premio più ambito” per Erdogan, ovvero “un possibile accordo con gli Stati Uniti per la vendita alla Turchia dei caccia stealth F-35, dopo anni di esclusione dal programma a causa dell’acquisto da parte di Ankara del sistema di difesa aerea russo S-400″.
Scenario-incubo per Benjamin Netanyahu e Israele, mentre Ynet constata che l’epoca dell’Erdogan “pecora nera” della Nato sembra finita per sempre. E questo fatto è un contrappasso notevole per l’Alleanza Atlantica: il player decisivo e centrale in un’alleanza che presenta sé stessa come faro dei valori liberaldemocratici e occidentali è uno spregiudicato leader euroasiatico che sta costruendo un regime politico orientato a un crescente autoritarismo, unendo retorica islamista e nazionalista e promuovendo un’agenda con ambizioni egemoniche all’ombra di uno scaltro posizionamento internazionale.
Lo scenario del mondo secondo Erdogan
Tutto questo mentre la centralità della Turchia rende il suo potere sempre più impermeabile alle critiche per la repressione dell’opposizione, non a caso messe in sordina durante l’attuale summit sia da parte del segretario generale Mark Rutte sia da parte dei leader convenuti ad Ankara. L’America non ha idea di cosa fare di una Nato politica sempre più incerta, l’Europa si dibatte per capire come costruire una via comune per rafforzare quella militare nel Vecchio Continente, alla Turchia l’attuale stato di confusione e incertezza va bene così per consolidare il disegno di rafforzamento geopolitico e strategico.
A Davos a gennaio 2026 Mark Carney, premier canadese, ricordò che la retorica dell’ordine internazionale liberale dei primi Anni Duemila era in larga parte una finzione. L’Erdogan del 2026 potrà guardare a quello che ospitò il summit del 2004 pensando, in fin dei conti, di non aver mai creduto a tale retorica. Potendo dunque posizionarsi nel migliore dei modi per rafforzare sé stesso e il suo Paese in una fase incerta in cui il Velo di Maia si è squarciato e la logica della competizione emerge. La Nato è divisa su tutto, tranne che su una cosa: oggi il suo leader cruciale è Erdogan. Anche solo un decennio fa, pensarlo sarebbe stato remoto e difficile da pronosticare. Ma nella nuova “era dei predatori” i leader che usano spregiudicatamente hard power e proiezione possono mirare a un vantaggio competitivo di fronte a una crescente polarizzazione globale.
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