Una telefonata distensiva dopo le brutali minacce: Trump e il presidente della Colombia Gustavo Petro hanno parlato un’ora al telefono e, al termine della conversazione, quest’ultimo è stato invitato alla Casa Bianca. Passo distensivo che Petro, parlando in pubblico, ha voluto estendere a Caracas, spiegando che, in precedenza, aveva invitato in Colombia la nuova presidente Delcy Rodríguez e che intende dar vita a un “dialogo tripartito” tra quest’ultima, Trump e lui, aggiungendo che spera che ciò possa estendersi a livello globale.

Suo scopo, ha spiegato, è quello di cercare di stabilizzare anzitutto il Venezuela che, oltre alle minacce e alle pressioni statunitensi, deve far fronte alle spinte destabilizzanti interne, alimentate dai neocon statunitensi e dai loro vassalli europei, volte a far cadere il governo chavista sopravvissuto al rapimento di Maduro e a intronizzare la premio Nobel per la pace Maria Corina Machado, che Trump ha subito confinato in un angolo.
Imprevedibile Trump, che con questa mossa ha spiazzato tutti, sia i suoi antagonisti sinceri, che giustamente hanno difeso le ragioni del Venezuela e del diritto internazionale, che quelli meno sinceri, ai quali del destino del Venezuela e del diritto internazionale non importa nulla – anzi nel segreto si rallegrano per la rimozione del “dittatore” Maduro e si rattristano per l’esclusione della Machado – ma che stanno usando la crisi per chiudere in un angolo il presidente Usa.
Ma soprattutto, Trump ha spiazzato i neocon, sicuri che le sue roboanti minacce gli avrebbero aperto nuovi orizzonti di gloria e di guerra in America latina. Già, perché, come l’aggressione al Venezuela era rivolta a tutto il Sud America non prono a Washington, lo è anche questa mossa distensiva.
Da vedere se l’incontro tra Petro e Trump, sempre che non salti, oltre a chiudere la querelle tra i due presidenti, riuscirà davvero a conseguire dei benefici per il Venezuela, i cui destini restano in bilico.
Sul tema Caracas si può notare che, se da una parte le brutali minacce che Trump sta rivolgendo alla vicepresidente venezuelana e al suo Paese suonano brutali e inaccettabili, allo stesso tempo hanno come esito provvisorio quello di rendere meno insicuro il governo.
Le opposizioni, infatti, la destra fascista che fa riferimento alla Machado e al suo padrino politico Edmundo González Urrutia, alleati del Likud di Netanyahu nonostante il genocidio dei palestinesi e ambedue insigniti nel 2024 del “Premio Sacharov per la libertà del pensiero” – il più alto riconoscimento dell’Unione Europea per la difesa dei diritti umani e delle libertà fondamentali – si è mostrata all’opinione pubblica venezuelana e al mondo per quel che è: una risorsa dei loro padroni esteri, pronta a giubilare per le bombe sganciate sul proprio Paese e a consegnare tutte le ricchezze della nazione agli Stati Uniti. E più Trump minaccia, più la maschera vien giù.
Peraltro, avendo gli States escluso la necessità di tenere elezioni – dal momento che, come ha detto Trump, “governeremo noi”, tramite ovviamente il governo in carica – tali opposizioni non possono nemmeno sperare di prendere il potere tramite voto popolare.
Certo, potrebbero tentare di giungervi attraverso una cooptazione o un giro di vite sollecitato da Washington, ché l’idea che gli Usa possano avere rapporti proficui con un governo bolivariano sembra assurda dato l’anticomunismo intransigente dei repubblicani (un anticomunismo a banda larga, va specificato, che vede mezzo mondo sotto tale specie).
Ma sul punto va ricordato, ad esempio, il recente incontro tra Trump e il neo-sindaco di New York, il socialista Zohran Mamdani, durante il quale il primo si è profuso in elogi per il secondo (il fatto che Mamdani fosse ostile a Maduro non inficia la sottolineatura del bizzarro connubio).
In aggiunta, si può riesumare un recente passato, precedente all’era Trump ma prolungato nel corso delle sue presidenze, cioè l’alleanza stabilita con il Pkk siriano, decisamente comunista. Insomma, al di là delle etichette, anche a Washington, e più che altrove, gli interessi geopolitici, gli affari e i soldi pesano più degli ideali, peraltro branditi a tali scopi.
Al di là della digressione – che vale per il breve ché viviamo in tempi più che mutevoli – resta, appunto, questo appeasement momentaneo tra Trump e Petro. Si spera che possa dare frutti reali anche per Caracas. Peraltro, se ciò avverrà, non solo salverà il Venezuela dal disastro incombente, ma lo stesso Petro, dal momento che rilancerà la sua immagine in vista delle elezioni presidenziali di maggio prossimo, nelle quali non sembra favorito.
Infine una considerazione a margine: Petro, insieme al premier spagnolo Sanchez, è forse il leader politico che più si è speso per la causa palestinese e per questo è il più inviso al governo israeliano e ai suoi sostenitori yankees. L’invito alla Casa Bianca non sarà certo passato inosservato a questi ambiti, di certo irritati per la mossa dell’imperatore. Considerazione che serve anche a ribadire che l’asserita bromance Trump-Netanyahu è più mediatica e forzosa che sostanziale.


