Skip to content

Trump Inc. – Il CEO del mondo torna a fare affari

Quando Donald Trump è atterrato a Riad, l’iconografia della sua accoglienza rasentava più il consiglio d’amministrazione che il vertice diplomatico. Ad accoglierlo, non solo la solennità delle autorità saudite, ma un pacchetto di accordi dal valore dichiarato di 600 miliardi...
Trump dichiara guerra a neocon e liberal

Quando Donald Trump è atterrato a Riad, l’iconografia della sua accoglienza rasentava più il consiglio d’amministrazione che il vertice diplomatico. Ad accoglierlo, non solo la solennità delle autorità saudite, ma un pacchetto di accordi dal valore dichiarato di 600 miliardi di dollari. Un segnale chiaro: Trump non è tornato alla ribalta come presidente, ma come amministratore delegato di un progetto più ampio. Una visione geopolitica in cui lo Stato si comporta come un’azienda. E la diplomazia come un’estensione dell’interesse commerciale. Del resto, se si guarda alla notte dei tempi, è così che sono nati gli Stati Uniti.

I legami tra Trump e l’Arabia Saudita non sono nuovi. Negli anni Novanta, la Trump Organization già intratteneva rapporti con investitori del Golfo. Jared Kushner ci ha insegnato il resto. Da presidente, Trump ha difeso il principe ereditario Mohammed bin Salman dopo l’omicidio di Jamal Khashoggi, definendo l’alleanza con Riad “più importante dei dettagli”. Ora, in un contesto globale sempre più frammentato, Trump cerca di riprendersi un ruolo centrale non tanto come leader politico, quanto come garante di un certo ordine economico autoritario, efficiente e privo di ambiguità ideologica.
A Doha, la traiettoria si conferma, così come il cerimoniale. Un emiro fra gli emiri. In Qatar, Trump ha firmato un’intesa per generare uno scambio economico del valore di almeno 1,2 trilioni di dollari. Tra gli accordi firmati spiccano un maxi ordine da 96 miliardi di dollari di Qatar Airways per 210 aerei Boeing (il più grande della storia per i modelli widebody e 787); sette progetti energetici da 8,5 miliardi tra McDermott e Qatar Energy; 30 commesse assegnate a Parsons per un valore fino a 97 miliardi; e una joint-venture da 1 miliardo tra Quantinuum e Al Rabban Capital per lo sviluppo di tecnologie quantistiche e formazione negli USA.

Ma è sull’asse orientale, tra Ucraina e Russia, che il disegno economico di Trump assume la forma più concreta. The Donald non smette di credere nel grande affare della pace in Ucraina. Trump ha molto da guadagnare da una pace, o quantomeno da un congelamento del conflitto. Anzitutto, può interrompere il flusso di aiuti militari e umanitari da oltre 175 miliardi di dollari, presentandolo come un risparmio diretto per i contribuenti americani e rafforzando la sua immagine di leader che “fa pace senza fare guerra”. In secondo luogo, la ricostruzione post-bellica — stimata in centinaia di miliardi — aprirebbe enormi opportunità commerciali per imprese statunitensi, specialmente se Washington gioca un ruolo da mediatore; un’occasione per piazzare aziende amiche in appalti strategici. Quanto alle terre rare, la firma di Zelensky è ipotecata a tempo. Inoltre, una pace negoziata con Mosca potrebbe rompere l’asse Russia-Cina, offrendo a Washington – nella visione trumpiana – un vantaggio strategico nell’arena globale. È una visione spregiudicata, ma coerente: meno guerra, più margine. Meno diplomazia multilaterale, più patti bilaterali asimmetrici.
Sul fronte interno, avanza il tentativo di ristrutturare radicalmente lo Stato federale, presentando il tutto come una “razionalizzazione” dell’apparato. In questa nuova architettura, lo Stato non è più garante imparziale, ma un asset in mano a una leadership aziendale che fonde interessi privati, governance verticale e una visione del mondo in cui ogni crisi è un’opportunità di profitto.

Non è il primo, si dirà. Ma a ben guardare la storia, le cose stanno proprio così. Eppure, nella storia americana ci sono state presidenze con tratti parzialmente affini. Calvin Coolidge, negli anni ’20, credeva fermamente che “the business of America is business”: una filosofia pro-mercato, ma senza personalizzazione del potere. Herbert Hoover, ingegnere e manager, trattò la crisi del ’29 come un problema di efficienza amministrativa più che come un trauma politico. Ronald Reagan, negli anni ’80, diede impulso a una deregolamentazione vasta dell’economia e a una visione filocapitalista dello Stato, ma mantenne un forte ancoraggio istituzionale e ideologico. Anche George W. Bush applicò logiche manageriali alla governance, soprattutto nella gestione della sicurezza e dell’apparato federale, ma senza mai mettere in discussione la divisione tra Stato e interesse privato. La differenza, nel caso di Trump, non è solo di stile. È strutturale: nessun altro presidente ha mai trasformato lo Stato in un’estensione diretta del proprio marchio, trattando il potere come leva personale e il Paese come un’entità da monetizzare. In questo senso, la sua visione è non solo aziendalista, ma proprietaria. E per questo, profondamente senza precedenti.

L’America che emerge da questa traiettoria non è più la “superpotenza democratica”, ma una holding globale con una narrazione identitaria e un’agenda economica precisa.
Che questo modello funzioni o meno resta da verificare.

Abbonati e diventa uno di noi

Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Lascia un commento

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto

Perché abbonarsi

Sostieni il giornalismo indipendente

Questo giornale rimarrò libero e accessibile a tutti. Abbonandoti lo sostieni.