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Il Covid-19 è sbarcato negli Stati Uniti e la presidenza Trump ha già predisposto lo stanziamento di oltre 50 miliardi di dollari per contenere l’impatto economico dell’epidemia e sostenere il sistema sanitario, inaugurando ufficialmente lo stato di emergenza nazionale. La reazione pronta ed immediata della Casa Bianca poggia principalmente su due motivi: evitare che il Partito Democratico possa fare sciacallaggio mediatico ed approfittare dello stato di crisi per scopi elettorali, impedire che si realizzi lo scenario da incubo pronosticato da più parti di oltre un milione di morti.

Oltre al denaro, alla quarantena e ad altri mezzi eccezionali, il presidente Trump ha deciso di giocare un’altra carta: la fede.

La giornata nazionale della preghiera

Dal 1952, ogni primo giovedì del mese di maggio, il popolo statunitense è invitato a raccogliersi in preghiera e meditazione, riflettendo sul trascendente, sul significato ultraterreno della vita, su Dio, in quello che è comunemente noto come il “Giorno Nazionale della Preghiera” (National Day of Prayer). Ma prima ancora che il Congresso introducesse tale giornata, che nella post-storica e post-cristiana Europa sarebbe inimmaginabile ed inconcepibile, sin dalla proclamazione dell’indipendenza dall’impero britannico erano esistiti momenti di raduno nazionale basati sulla preghiera, sulla contemplazione, sul digiuno rituale.

Quest’anno, alla luce della crisi epidemica che impelle sulla sicurezza nazionale del paese, il presidente Trump ha deciso di anticipare la giornata nazionale della preghiera, che si è tenuta domenica 15 marzo, invitando i suoi concittadini ad appellarsi a Dio per aiutare la nazione, coloro che attualmente sono ricoverati, e coloro che si ammaleranno. L’annuncio è stato diramato con una nota della Casa Bianca nella quale era scritto: “Vi chiedo di unirvi a me in una giornata di preghiera per tutte quelle persone che sono state colpite dalla pandemia del coronavirus, e di pregare affinché la mano guaritrice di Dio venga posta sul popolo della nostra Nazione”.

L’evento è già entrato nella storia: le grandi chiese del paese, soprattutto protestanti-evangeliche, hanno organizzato delle messe fruibili in streaming, raccogliendo l’appello di Trump. Il presidente stesso ha partecipato ad una messa in streaming, organizzata dal pastore Jentezen Franklin, della Georgia, che è stata seguita da poco più di 200mila persone, e le principali chiese del paese hanno dichiarato che l’evento è stato un successo: sono raddoppiati, anche triplicati, i partecipanti ai servizi in streaming offerti da quando i battenti dei luoghi di culto sono stati chiusi.

Trump ed il ritorno di Jesusland

La storia degli Stati Uniti è intrinsecamente legata al sacro, basti pensare al semplice mito fondativo dei Padri Pellegrini – che mito, in realtà, non è, in quanto evento storicamente accaduto – al modo in cui la fede ha plasmato il pensiero sociale e politico dei Padri Fondatori, che furono scrittori e pensatori e non soltanto degli statisti, al motto nazionale ufficiale (“In God We Trust“), all’usanza dei neo-presidenti di prestare giuramento sulla Bibbia, alle preghiere nelle scuole pubbliche. Per i suscritti motivi, gli Stati Uniti sono anche noti come “Jesusland“, la terra di Gesù, e l’idea che l’America sia una nuova terra promessa, in effetti, non ha mai cessato di attrarre seguaci, neanche al giorno d’oggi.

Nonostante la secolarizzazione abbia attecchito anche negli Stati Uniti, i numeri dipingono una realtà in cui la popolazione è ancora fortemente legata alla religione e, se così non fosse, vani, impopolari o controproducenti risulterebbero i richiami presidenziali alla fede nei momenti di crisi – che, invece, è ancora capace di produrre unità. Dal 1990 ad oggi, l’autoidentificazione nel cristianesimo è diminuita esattamente di 20 punti percentuali: dall’85% del 1990 al 65% del 2019, controbilanciata dall’aumento proporzionale di non credenti e agnostici.

Nonostante la riduzione dei credenti, il livello della partecipazione resta elevato: nel 2019, il 45% dei adulti cristiani ha frequentato regolarmente le funzioni religiose, ossia la messa domenicale. A questi numeri si sommino l’influenza culturale e politica esercitata della destra religiosa e dai pastori evangelici, e quello che sembra un ritorno in voga del sentimento religioso fra la popolazione, forse galvanizzato proprio dall’amministrazione Trump, i cui membri, come il presidente stesso o Mike Pence, non si vergognano a sbandierare la propria fede, a fare attivismo, e ad impegnarsi in prima linea e in prima persona in battaglie culturali, come l’aborto, il laicismo e l’ideologia di genere, tentando di arginare l’egemonia culturale costruita negli ultimi decenni dalla sinistra liberale. Quest’anno, ad esempio, Trump è divenuto il primo presidente nella storia del paese a partecipare alla Marcia della Vita, che si tiene regolarmente a Washington ogni 24 gennaio, che ha attratto circa 225mila partecipanti. 

L’anticipazione della giornata nazionale della preghiera è l’ultimo evento-simbolo dell’agenda religiosa dell’amministrazione Trump e giocherà un ruolo fondamentale nel convincere l’elettorato cristiano, sia protestante che cattolico, a mobilitarsi nuovamente in suo favore alle nuove presidenziali, ma servirà anche da spartiacque, ampliando ulteriormente la divisione ideologica che separa politici ed elettori repubblicani, nuovi alfieri dell’identitarismo, e democratici, strenui sostenitori del mondialismo in ogni sua forma.

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