Sarà JD Vance, 40 anni il prossimo 2 agosto, senatore dell’Ohio dal 2023, il candidato vicepresidente di Donald Trump alle elezioni americane di novembre. A valle della tragica giornata di Butler, Pennsylvania, The Donald, sopravvissuto al tentativo di assassinio di sabato, ha imposto una scelta netta alla convention repubblicana di Milwaukee.
Vance è un repubblicano che ha costruito la sua notorietà nell’era trumpiana di cui rappresenta una vera sintesi. Scrivevamo, nei giorni scorsi, che il sostegno di Elon Musk a Donald Trump plasmava la fusione tra la base politica della destra americana, tutta valori libertari, lotta al politicamente corretto e rivolta contro l’ideologia liberal delle città costiere, con un anarco-capitalismo fondato sul potere palingenetico della finanza e degli imprenditori di successo. Ebbene, Vance rappresenta ante litteram l’incarnazione di ciò che il trumpismo è ed è stato. E chiamandolo al suo fianco The Donald da un lato blinda il Grand Old Party, sempre più Trump Old Party, dall’altro conferma che la sua parabola non è stata un accidente della storia.
Vance è figlio dell’America che si sente rappresentata dalla prima categoria di base di consenso trumpiana. La sua famiglia, originaria del Kentucky, ha dovuto fare i conti con la precarietà del lavoro, con la vita in comunità de-industrializzate in quella che tra gli Anni Ottanta e Novanta diventava la “Rust Belt”, la cintura della ruggine dell’America post-industriale, degli Stati del Midwest e del cuore dell’America trasformati in periferie dall’incedere della globalizzazione. Prodotto americano che negli Usa ha visto i più grandi trionfatori dell’Occidente, principalmente in California, e i grandi sconfitti, soprattutto in quella classe media bianca impoverita diventata preda, negli Stati “flyover” dell’America profonda, delle dipendenze da alcool e droghe, della crisi degli oppioidi, della perdita del tradizionale senso di sicurezza.
Vance ha narrato nel libro Hilliby Elegy la vita nella sua città d’origine, che ha ispirato un film diretto da Ron Howard. Il Vance del 2016 era un duro critico del Trump che ascendeva alla presidenza, ma negli anni si è nettamente avvicinato a lui. A forgiare l’amicizia, Peter Thiel, il primo miliardario della Silicon Valley a scegliere apertamente il campo del Partito Repubblicano, nel cui fondo Mithril Capital, Vance ha lavorato tra il 2016 e il 2017. Thiel, co-fondatore di PayPal, ha anche le mani su Palantir, società di data mining e intelligence che sostiene apertamente gli apparati federali Usa.
Già molto giovaneVance ha dunque costruito attorno a sé il ruolo di tratto d’unione tra queste due anime della destra americana, fino a diventarne il campione. Più raffinato culturalmente della base del Gop trumpiano, rispettato anche dagli avversari del 45esimo presidente per le sue credenziali di ex volontario del corpo dei Marines e di finanziere di buon successo nonostante la giovane età, blindato da un’immagine di uomo di società, Vance ha conosciuto un’irresistibile ascesa. A cui non ha mancato di contribuire anche la sua fede cattolica, in un partito da sempre vicino all’evangelismo più zelante simbolo di relativo pluralismo. E fattore d’importanza non secondaria in un Paese ove spesso il voto cattolico è, alle presidenziali, potenziale ago della bilancia.
Nel 2022 alle elezioni di medio termine ha conquistato il seggio senatoriale dell’Ohio battendo il democratico Tim Ryan. Thiel, deus ex machina della sua campagna, l’ha sostenuto con 10 milioni di dollari. Non si fatica, dunque, a vedere dietro la nomina di Vance l’endorsement del grande finanziere che ha anticipato l’ex socio Musk nel cavalcare l’elefantino repubblicano divenuto trumpiano. La frontiera si chiama Casa Bianca, e Vance vuole arrivarci per essere il garante della nuova alleanza tra il grande business Usa, che di lui si fida, e un partito compatto sull’ex e potenziale futuro comandante in capo. Del quale ha incorporato molte posizioni: tiepido, spesso più tendente al freddo, sull’Ucraina, fermamente a sostegno d’Israele a Gaza, apertamente contro il “politicamente corretto” e le risposte ai problemi climatici del governo democratico, Vance non ha mancato però di mostrare posizioni originali. Si è detto a favore dello sciopero del 2023 dei lavoratori dell’automobile in Ohio e Michigan, ha chiesto di regolamentare Big Tech e ha dichiarato che agli Usa converrebbe più puntare sull’Asia Orientale che mantenere la priorità delle azioni militari sulla proiezione atlantica in Europa.
Insomma, Trump ha scelto un candidato sicuramente anticonvenzionale. Il quale, però, al contempo sembra essere la longa manus di quel mondo finanziario, industriale e produttivo legato ai settori strategici con rilevanza securitaria di cui Thiel, ancor più di Musk, è uomo simbolo. E che può garantire con forza il ritorno in massa del sostegno dei grandi donatori ad altissimo reddito verso The Donald in una fase in cui la campagna di Biden incespica. C’entra sicuramente l’effetto Butler, ma anche un trend politico consolidato. Di cui la nomina di Vance è il principale frutto.

