Trump ha annullato un attacco all’Iran: la rivelazione bomba dal New York Times ha fatto presto il giro del mondo. L’attacco contro gli impianti nucleari iraniani, attentamente pianificato dagli strateghi israeliani, doveva aver luogo a maggio, ma il presidente americano ha prima bocciato l’idea per poi aprire ai negoziati. Un’apertura rivelata urbi et orbi nel corso della conferenza stampa congiunta con Netanyahu, sbarcato alla Casa Bianca per forzare la mano a Trump e tornato in patria a mani vuote.

Trump ha dato retta agli esponenti della sua amministrazione meno inclini a tale follia, che avrebbe trascinato l’America in una nuova guerra mediorientale, respingendo i pareri dei falchi di cui si sono fatti portavoce sia il Consigliere per la Sicurezza nazionale Michael Waltz che il capo del Centcom, generale Michael Kurilla, il cui mandato per fortuna è in scadenza.
Sabotare i negoziati
Nel rilanciare la notizia, il Jerusalem Post spiega la rivelazione del New York Times come volta a far pressione sull’Iran perché sia più flessibile nel corso dei negoziati (leggi prona). Forse è davvero così, ma siamo più propensi a credere che la ragione sia l’esatto contrario, cioè un modo per rassicurare gli iraniani sul fatto che, nonostante Trump minacci sfracelli (dichiarazioni che stanno innervosendo non poco i suoi interlocutori), questi vuole davvero fare la pace con essi.

D’altronde, la nota del Jerusalem Post fa eco a un sentimento alquanto diffuso nell’establishment israeliano, che sta facendo pressioni per trascinare gli Usa nella sua guerra. Intento che avrebbe luce verde se le trattative fallissero, esito sul quale stanno attivamente lavorando i falchi Usa e israeliani attraverso pressioni sull’amministrazione Usa perché imponga all’Iran condizioni talmente draconiane da risultare inaccettabili.
Lo denota anche l’articolo del Jerusalem Post citato, che conclude spiegando che se gli Stati Uniti siglassero un accordo che Tel Aviv giudicherà insoddisfacente, Israele può sempre agire in solitaria. Non è vero, dal momento che gli è indispensabile il Golem d’oltreoceano per evitare di essere sommerso dai missili iraniani, ma è ovvio che se Tel Aviv attaccasse, difficilmente Washington potrà rimanere in disparte.
La minaccia di un attacco in solitaria dei bombardieri di Tel Aviv, che non appartiene al solo Jerusalem Post, non solo rende incerto l’orizzonte, facendo intravedere che un’intesa Iran-Usa potrebbe non chiudere la porta alla guerra, ma mira anche a sabotare il negoziato, facendo pressioni sui mediatori americani perché spingano per un accordo che soddisfi Israele, cioè che di fatto disarmi Teheran.
Negoziati esposti ai venti contrari, quindi, ancor più di quelli riguardanti l’Ucraina, come dimostra anche l’ondivagare di Steve Witkoff, al quale Trump ha affidato il compito di trattare, che in un primo momento aveva parlato di un ridimensionamento dello sviluppo nucleare allo scopo di evitare la bomba atomica per poi virare sullo smantellamento totale dello stesso. Opzione quest’ultima fermamente respinta da Teheran, che non recede dal suo diritto a utilizzare l’energia atomica per scopi civili.
A evidenziare la turbolenza che aleggia sui negoziati anche la sede del prossimo incontro tra le due delegazioni previsto per sabato prossimo: gli Usa avevano proposto Roma, opzione prima scartata dall’Iran, che aveva ribadito la sua preferenza per Muscat, infine accettata. Evidentemente Teheran ha ricevuto rassicurazioni sull’assenza di interferenze esterne (leggi Israele). Comunque a mediare sarà sempre l’Oman, che invierà una propria delegazione allo scopo.

Londra vs Teheran
Ma di interferenze di tutti i tipi ce ne saranno, eccome, come denota anche la stranissima, quanto puntuale, iniziativa del ministro degli Esteri britannico David Lammy, che ha comunicato come il Regno Unito abbia sanzionato il Network svedese Foxtrot, che ha definito una “famigerata rete criminale” manovrata dall’Iran allo scopo di usare violenza contro gli ebrei.
Inutile dire che la reazione di Teheran è stata durissima, con il portavoce del governo Esmaeil Baqaei che, oltre a respingere l’insinuazione, ha chiesto di esibire prove dell’asserito collegamento tra il suo Paese e il Network in questione.

Ma più che l’accusa specifica, colpisce il commento dello stralunato ministro degli Esteri inglese: “Il regime iraniano si serve di bande criminali in tutto il mondo per minacciare la popolazione”.
Le sanzioni contro la Foxtrot, ha aggiunto, rientrano “nella risposta in corso del governo del Regno Unito alle ostilità iraniane in Europa. Il mese scorso abbiamo annunciato che l’Iran sarà inserito nel livello avanzato del Foreign Influence Registration Scheme (FIRS) e, ad oggi, il Regno Unito ha sanzionato oltre 450 persone ed entità iraniane come risposta alle violazioni dei diritti umani, al programma per lo sviluppo di armi nucleari e all’influenza nefasta esercitata a livello internazionale dal regime. Il governo del Regno Unito continuerà a chiedere conto al regime iraniano e ai criminali che agiscono per suo conto”. Se non è una dichiarazione di guerra, poco ci manca.
Così la Gran Bretagna, oltre che a spingere per la prosecuzione a oltranza della guerra ucraina, sta spingendo anche per un attacco all’Iran. Londra vuole tornare ai fasti imperiali e per farlo diventa incendiaria, nulla importando che rischia di incendiare il mondo intero.
Oggi il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi è atterrato a Mosca per un incontro con Putin. Sul tavolo, il negoziato sul nucleare di Teheran. Tra tanti incendiari, urgono pompieri.

