“La mia amministrazione ha fatto per la comunità nera più di quanto abbiano fatto gli altri presidenti dai tempi di Abramo Lincoln”. A dichiararlo è stato Donald Trump, che su Twitter ha provato a smarcarsi così dalle accuse che provengono dal pensiero liberal ed ultra-socialista.
The Donald, non è un mistero, per i progressisti rappresenta il simbolo della radicalizzazione dei rapporti tra i bianchi e quelle che vengono chiamate minoranze. Ma al presidente degli Stati Uniti possono davvero essere associate le accuse per l’inasprimento del clima, che è poi sfociato nelle rivolte del Black Lives Matter, degli anarchici e degli anti-fascisti?
Sarebbe quantomeno sorprendente scoprire che quanto affermato da Trump corrisponde al vero. Quantificare le politiche favorevoli che sono state adottate per questa o per quella comunità è un compito molto complesso. Più semplice, invece, è circoscrivere gli ambiti d’intervento di ogni singola amministrazione, anche di quella attuale, partendo da qualche semplice dato.
Tutto il ragionamento, in ogni caso, andrebbe filtrato con quello che sta accadendo negli Stati Uniti a livello socio-economico: è difficile non notare come le “riots” siano nate in prossimità dell’evidenza degli effetti della pandemia sul sistema. Quante persone, tra la comunità nera, hanno perso il loro posto di lavoro di recente? La tragedia di George Floyd basta per spiegare un risentimento così manifesto? Oppure quell’episodio può essere interpretato come la miccia che ha innescato un fenomeno molto più complicato da interpretare?
Il fatto che nelle proteste stiano giocando un ruolo pure i Boogaloo Boys, e cioè la nuova estrema destra americana, suggerisce come la fotografia del momento possa comprendere più di un elemento sociale ed ideologico. Una parte, una larga parte, della comunità nera è scesa in piazza in modo pacifico. Infatti The Donald ha accusato gli anti-fascisti per gli incendi, i saccheggi e le devastazioni di queste ore. È possibile insomma che certa narrativa abbia tenuto in considerazione soltanto alcuni fattori di una vicenda che, essendo anche nata all’interno di un contesto che è storicamente democratico, può presentare più di qualche difficoltà interpretativa.
Avendo premesso tutto ciò e sottolineando in ogni caso come l’incidenza delle discriminazioni razziali faccia ancora parte delle urgenze che la politica a stelle e strisce è chiamata risolvere, possiamo provare a rispondere alla domanda iniziale, ossia: Trump ha davvero fatto molto per la comunità nera?
La crescita dell’occupazione interna
Tra le varie fattispecie individuate da Trump nel suo tweet, c’è quella sul più basso tasso di disoccupazione mai raggiunto dagli afro-americani. Ma è vero? Stando a quanto avevamo notato nel 2018, è lecito affermare che la spinta data all’economia interna durante il primo mandato di The Donald ha contribuito a far sì che il tasso di disoccupazione scendesse sino al 6.8%, un dato che in media può essere definito davvero basso, se non il più basso. Il presidente, due anni fa, non ha affatto nascosto la sua soddisfazione: “La disoccupazione afro-americana è al punto più basso mai registrato nel nostro paese. La disoccupazione ispanica è scesa di un punto intero nell’ultimo anno ed è vicino a raggiungere il minimo record. I dem non hanno fatto niente per voi oltre a prendervi il voto!”. Vale la pena rimarcare come il trend in salita fosse certificabile già durante l’epoca Obama. Ma è stato Trump a poter festeggiare per il raggiungimento di questo risultato. Questa statistica impone un quesito ulteriore: quante delle persone che erano riuscite a trovare un’occupazione sono state interessate da una perdita di lavoro a causa del Sars-Cov2? Mentre scriviamo, quasi 40 milioni di cittadini statunitensi risultano senza un’occupazione. Diviene facile immaginare che alcuni se non molti tra questi appartengano alla comunità nera scesa tra le strade.
Le altre questioni aperte
Il Commander in Chief, nella sua elencazione, fa riferimento ad una lunga serie d’interventi: il superamento delle cosiddette “zone d’opportunità”, cioè degli sconti sulle tasse, la continuità dei finanziamenti per i college e le università che per tradizione risultano legati alla comunità nera, quello che in Italia chiameremmo ampliamento della offerta formativa, la riduzione del tasso di povertà e così via. Eppure, il caso George Floyd e la ciclicità delle proteste degli afro-americani raccontano una storia precisa: la violenza sembra essere una costante del confronto tra la cittadinanza e le forze dell’ordine. Ma dipende da Trump? Abbiamo già avuto modo di annotare il luogo di origine delle rivolte: Minneapolis, in Minnesota. Il sindaco della città è un progressista democratico. Anche il governatore del Minnesota fa parte del partito di Joe Biden. Da Jacob Frey dipende anche la polizia della città, tanto che è stato il primo cittadino a licenziare il poliziotto accusato di omicidio. Nel 2008, i Democratici hanno ottenuto circa il 66% delle preferenze elettorali in quello spicchio degli Usa. Come si può, dunque, imputare a Donald Trump l’aggravarsi di una polarizzazione su cui, almeno per via della gestione dello Stato e della città, sarebbero potuti intervenire pure gli asinelli?
Così Obama non ha risolto il problema
Il 4 gennaio del 2017, Maurizio Molinari, ora direttore di Repubblica e prima de La Stampa, scriveva: “L’uccisione di cinque agenti a Dallas da parte di Micha Johnson testimonia che otto anni di presidenza Obama non sono riusciti a sanare le tensioni razziali in America, fino al punto da trasformare la violenza fra bianchi e neri in una pericolosa variante elettorale nella sfida di novembre che assegnerà la Casa Bianca”. Il segno di come certi problemi partano da lontano. Ad Obama da sinistra sono state rimproverate due “mancanze”: il fatto di non essere riuscito ad intervenire sulla diffusione delle armi da fuoco; il fatto di non aver inciso su quella che i marxisti chiamano “ridistribuzione del capitale”, con tutto quello che ne è conseguito in termini di simpatie politico-elettorali provate dal ceto operaio nei confronti di Donald Trump. Queste disamine sono state approfondite nel focus che riguarda da vicino l’ex presidente degli States. Per intenderci: quando nel 2014, il Black Lives Matter alimentò le proteste a Ferguson dopo l’uccisione di un cittadino afro-americano, il presidente degli Stati Uniti era Obama. Trump non è intervenuto sulla circolazione delle armi, assecondando così l’humus texano e non ostacolando l’Nra, ma il presidente ha ricordato di aver ridotto il tasso generale di criminalità.