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L’annuncio è di quelli che non potevano passare in ordina, specie per lo scontro che ormai da mesi aleggia sull’Italia: il Copasir, Comitato parlamentare per la Sicurezza della Repubblica, ha pubblicato una relazione sul 5G in cui si afferma la necessità di valutare l’esclusione delle aziende cinesi. Un messaggio importante, che arriva in un momento estremamente delicato degli equilibri geopolitici fra Cina e Stati Uniti e in cui l’Italia è uno dei terreni di scontro.

La relazione del Copasir parla chiaro. L’organo presieduto da Raffaele Volpi ha stilato un documento sulla protezione cibernetica e la sicurezza informatica in cui si conferma quanto segnalato già in ambiti statunitensi, atlantici e dall’intelligence italiana. E cioè che ritiene fondate “le preoccupazioni circa l’ingresso delle aziende cinesi nelle attività di installazione, configurazione e mantenimento delle infrastrutture delle reti 5G”. Preoccupazione che per il Copasir deve tradursi non solo nell’innalzamento dello standard si sicurezza nelle infrastrutture Tlc più moderne ma anche la possibilità di escludere le aziende cinesi (in particolare Huawei e Zte) dalla possibilità di inserirsi nel mercato e nella fornitura della nuova tecnologia.

La mossa del Copasir arriva dopo i richiami di Washington e di Bruxelles ma anche dopo un inteso lavoro dei servizi segreti italiani. E come spiega La Stampa, a fronte delle garanzie offerte da Huawei Italia, i servizi italiani non hanno mai considerato plausibile l’idea di aprire totalmente il mercato ai giganti cinesi delle telecomunicazioni. La prova è arrivata anche dal decreto sul golden power approvato dal governo di Giuseppe Conte come primo atto della sua nuova esperienza giallo-rossa. Arrivato dopo il “benestare” di Donald Trump al Conte bis, il decreto serviva a garantire la posizione atlantica nello scacchiere delle telecomunicazioni europee oltre che a essere il segnale dell’assenza di “rivoluzioni” della posizione italiana nei rapporti tra Cina e Stati Uniti. L’Italia doveva far capire che nonostante le chiari prese di posizione in favore di Pechino non ci sarebbe stato un deragliamento dei giallorossi verso Huawei e Zte. E così non è stato.

In questo il Copasir ha dato garanzie importanti. Lo ha fatto capire soprattutto con il cambio ai vertici. Il dossier è nato sotto la guida di Guerini (passato alla Difesa)  il passaggio di Volpi dal sottosegretariato della Difesa alla guida dell’organo di intelligence. Il passaggio politico quindi è stato assolutamente privo di effetti da un punto di vista dei servizi. Meno da un punto di vista politico, dal momento che i timori Usa su un pericoloso avvicinamento dell’Italia alla Cina erano seri nel periodo giallo-verde (la visita di Xi Jinping in Italia e il memorandum sulla Nuova Via della Seta furono momenti di frizione notevoli tra Roma e Washington) e si sono confermati anche dopo il passaggio al Conte bis. Quelle visite di Beppe Grillo all’ambasciata cinese così come il viaggio entusiasta di Luigi Di Maio in Cina non sono certo stati sottovalutati dall’amministrazione Trump né dai servizi segreti americani. Ed è abbastanza evidente che questi timori si siano estesi in tutti i settori strategici italiani, compresi i servizi, che da tempo sono sotto stretta osservazione da parte degli Stati Uniti di Donald Trump.

La pressione americana sui nostri 007 è notevole: basti pensare a quello che è accaduto sul fronte Russiagate, con Wiliam Barr e alti funzionari Usa sbarcati a Roma per incontrare i capi dei servizi italiani chiedendo chiarimenti sul coinvolgimento nella presunta caccia alle streghe contro il presidente Usa. Anche in quel caso, gli Stati Uniti chiesero (e ottennero) dall’Italia massima collaborazione, a tal punto che in America si parlava di un dovere da parte dell’intelligence del nostro Paese di condividere informazioni paragonandola all’alleanza dei Five Eyes che include tutto il mondo anglosassone. L’assedio su Roma c’è, è evidente. E Stati Uniti, Unione europea e Nato sanno che la Cina può inserirsi nel sistema europeo anche attraverso la penisola italiana.

Per gli Stati Uniti la questione è fondamentale. E l’Italia è solo l’ultimo dei Paesi del fronte sud del Mediterraneo e della Nato in cui Washington sta chiedendo garanzie nei confronti della Cina. Le pressioni sull’Italia sono le stesse che riguardano Israele, dove Pechino sta penetrando nei porti e nelle ferrovie urbane, la Grecia, dove il Pireo è già considerato da Washington come il cavallo di Troia cinese in Europa. Identici altolà sono arrivati verso molti Paesi dell’area atlantica e balcanica, così come dell’Est Europa, dove Washington ha intenzione di costruire un’altra barriera nei confronti del 5g cinese che vede nella Polonia il grande bastione Nato. L’idea è che gli Stati Uniti vogliano creare un baluardo contro gli inserimenti dei colossi cinesi verso il cuore dell’Europa. E per farlo stanno puntellando tutto il confine del Vecchio continente e i Paesi dell’area del Mediterraneo con un muro fatto di richieste, pressioni, alleanze e normative che garantiscano l’Occidente dalle infiltrazioni del Dragone, prima che puntino a Berlino, cuore pulsante dell’Unione europea. E già in Germania le cose stanno cambiando visto che i legislatori tedeschi hanno iniziato a temere l’ingresso cinese a Berlino (con tanto di minaccia dell’ambasciata di ritorsioni). Del resto i rischi per la Germania sono alti: va bene l’asse con Pechino, ma i dazi di Trump e la Brexit possono devastare l’export germanico.

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