Perché Trump fa molto male a fidarsi di Mohammed bin Salman

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La cronaca di questi giorni ci mostra un esuberante principe saudita, Mohammed bin Salman, in viaggio negli Stati Uniti. Un tour lunghissimo, due settimane circa, in cui l’erede al trono di Riad ha incontrato tutti i rappresentanti più importanti dei poteri americani.

Trump in questi ultimi mesi sembra essersi innamorato del principe saudita. Giovane, volenteroso, del tutto privo di un passato politico o diplomatico, spregiudicato quanto basta. Ha tutte le carte in regola per essere un personaggio apprezzabile Oltreoceano. Ma Trump deve andarci molto cauto.



Lo scopo della visita di bin Salman

Lo scopo della visita di Mbs negli Stati Uniti era quello di dimostrare all’alleato americano che l’Arabia Saudita sta facendo passi da gigante per essere una nazione moderna e amica. Prova ne sono gli editoriali dei maggiori quotidiani americani. All’inizio più o meno tutti tuonavano contro la visita di bin Salman per i suoi arresti e per la violenza mostrata nei momenti di presa del potere.

Poi dalle colonne degli editorialisti di punta dei colossi mediatici Usa, si è visto uno spostamento dell’asse verso una nuova visione di bin Salman. New York Times e Washington Post hanno profuso complimenti per il “fermento culturale” portato in Arabia Saudita. E Mbs si è trasformato in un erede al trono in grado portare una sorta di vento liberale nel regno wahabita. Ma parlare di fermento culturale e di vento liberale nel regno saudita assume connotati tragici, se non comici.

Le gravi lacune del principe Salman

Il problema di bin Salman è che, a fronte a questi tappeti rossi spiegati dai grandi circuiti politici, economici e culturali, non può essere considerato uno stratega della politica estera. Né può essere considerato un partner/alleato di cui potersi fidare. Fa piacere credere che il leader arabo sia considerato un visionario che vuole trasformare il suo regno facendolo passare dall’oscurantismo wahabita al mondo moderno. Ma prima di tutto, bisogna capire se questo non sia semplicemente fumo negli occhi (le moschee e gli imam salafiti istruiti in Arabia ancora circolano tranquillamente in tutto il mondo). Poi, al netto di questo discorso, quello che conta sono i fatti. E di certo Mohammed bin Salman non può definirsi uno stratega. 

Quello che è avvenuto in Arabia Saudita, è il passaggio da una politica di petrolio e libretto degli assegni a quella di un principe ereditario aggressivo e che vuole primeggiare. Re Abd Allah, molto più che il suo successore Salman, ha costruito un proprio mondo fatto di petroldollari, fondi di investimento e islamismo. Si è passati da questo mondo a quello di Mbs, fatto di gesti violenti e audaci. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Un disastro dopo l’altro

La guerra in Yemen doveva essere il modo di Mohammed bin Salman di presentarsi di fronte al mondo, agli alleati e alla sua corte. Dopo quattro settimane di attacchi aerei, i funzionari sauditi dissero baldanzosi che la guerra sarebbe finita nel giro di pochi giorni. Siamo ormai al quarto anno. E a parte il colera, i profughi e i migliaia di civili uccisi, Mbs ha ottenuto una manciata di sabbia. Gli houti resistono e l’Arabia ha mostrato solo lacune.

Non dimentichiamoci poi di quello che è successo con il Qatar, quando Riad (già controllata dal principe) decise di isolare Doha. In quel caso Mbs non ha fatto nulla che potesse essere utile a Washington. Il Qatar è un alleato americano e possiede una delle basi Usa più importanti al mondo. E con quel blocco, ha fornito un assist formidabile proprio all’Iran, che ha stretto legami ancora più forti con l’emirato. Un gesto senza senso di bin Salman che ne dimostra la totale incapacità di fronte alla strategia a lungo termine dell’Iran.

Per non parlare poi di quanto avvenuto con il Libano, quando Mbs decise di arrestare Saad Hariri, primo ministro libanese, per costringerlo a dimettersi (dimissione completamente false). Il premier libanese si dice che venne anche schiaffeggiato dai poliziotti sauditi per la sua poca incisività nei confronti di Hezbollah, nemico del regno wahabita. Hariri torna in patria e non solo viene visto come un martire, ma ottiene un consenso che prima era quasi impensabile. Con gli Stati Uniti che hanno perso, in sostanza, un alleato.

La costruzione dell’asse con Israele va poi sempre presa per quella che è. Gli israeliani e i sauditi hanno un interesse in comune: l’Iran. Ma l’Iran si è dimostrato decisamente più furbo. E Tel Aviv è interessata a Riad fintantoché bin Salman è utile alla causa. L’idea è che Israele sia pronto a scaricarlo quando lo ritiene più opportuno. E Trump, che sta cercando di consolidare questo triangolo fra Washington, Riad e Tel Aviv, deve ricordarsi che le alleanze, in Medio Oriente, sono molto labili. E che gli avversari di questo blocco sono molto abili.

Questo è bin Salman e per questo Donald Trump farebbe bene a non fidarsi. I petroldollari non possono fare tutto. La strategia in politica estera è un’arte che si assume nel tempo e le potenze del Medio Oriente sono molto più scaltre di un regno come quello saudita. La Casa Bianca ha scelto, senza dubbio, un cavallo all’apparenza bello, ma non vincente.