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Politica

Trump circondato dai falchi. Ma per ora prevale la linea del presidente

L’ordine di attaccare obiettivi militari in Iran era stato impartito: “Ho fermato l’attacco 10 minuti prima che iniziasse” ha scritto su Twitter Donald Trump, riferendosi ai 3 diversi raid che il Pentagono aveva pianificato su obiettivi prescelti dall’intelligence. Secondo alcune...

L’ordine di attaccare obiettivi militari in Iran era stato impartito: “Ho fermato l’attacco 10 minuti prima che iniziasse” ha scritto su Twitter Donald Trump, riferendosi ai 3 diversi raid che il Pentagono aveva pianificato su obiettivi prescelti dall’intelligence. Secondo alcune fonti i bombardieri erano “già in volo”, ma perché poi tutto si è fermato? Il presidente americano ha spiegato che la decisione di ritrattare è stata presa perché un attacco di quelle dimensioni “non sarebbe stato proporzionato all’abbattimento di un drone”. Ma la verità sembra essere un’altra: il Congresso continua ad essere diviso tra i falchi di guerra che invocano un intervento contro l’Iran e una larga parte di moderati che non vogliono trascinare il Paese in un nuovo conflitto nel Golfo dalle conseguenze imprevedibili.

Un editoriale del New York Times stamane ha rispolverato vecchi casus belli come l’incidente nel porto de L’Avana nel 1898 o quello del Golfo di Tonchino nel 1964. Incidenti “avvolti nella nebbia dell’incertezza che hanno attirato gli Stati Uniti in guerre su terre straniere”. E qualcuno, guardando all’abbattimento di quel drone militare che forse non era dove sarebbe dovuto stare, dati i continui avvertimenti di Teheran – che oggi ha affermato che avrebbe potuto abbattere anche un velivolo da ricognizione P-8 “Poseidon” (che trasporta fino a 10 uomini d’equipaggio) con conseguenze ben diverse – ha commentato: “Nuovo libro, vecchia storia”, alludendo alla possibilità che qualcuno stia davvero cercando attendendo un espediente per innescare un’escalation nello Stretto di Hormuz.

Alla Casa Bianca infatti un assembramento di falchi di guerra che annovererebbe il consigliere per la sicurezza John Bolton, il segretario di Stato Mike Pompeo, il direttore della Cia Gina Haspel, è ed era pronto lanciare un raid sull’Iran colpendo obiettivi militari per rispondere all’affronto sferrato da Teheran, che ha deliberatamente abbattuto con un missile terra-aria un velivolo militare americano. Sebbene si sia trattato solo di una perdita “economica” e non ci siano state perdite umane. Dall’altra parte della barricata invece, ci sarebbero decine di moderati del Congresso, definite “le teste fredde che hanno prevalso” dal Ny Times. In mezzo a loro, bloccato, il Commander in Chief delle forze armate degli Stati Uniti: il presidente Donald Trump, che non ha alcuna esperienza in campo strategico-militare e che come qualcuno chioserebbe si sta ancora “limitando all’invettiva”, tra avvertimenti, minacce e tweet. Nella giornata di ieri il presidente americano aveva infatti scritto che l’Iran aveva “commesso un grave errore” nell’abbattere quel drone, lasciando ipotizzare che una una risposta militare non si sarebbe fatta attendere e forse sarebbe giunta nella notte – come consuetudine nelle mosse militare americane vuole, e come infatti era stato pianificato. Poi qualcosa è cambiato, è stato impartito un contrordine e oggi Trump ammette che la risposta militare pianificata sarebbe stata eccessiva essendosi trattato soltanto dell’abbattimento di un drone. Il presidente americano ha sottolineato che ci sarebbe stata una “grande differenza” se fosse stato abbattuto di un velivolo con a bordo un pilota americano.

Se qualcuno pensa che Trump abbia fatto tesoro delle lezioni che la storia ha impartito ai suoi predecessori, Obama e Bush Jr. , che gli hanno lasciato in eredità i confitti di Afghanistan, Iraq e Libia, qualcun altro afferma che questa decisione di non rispondere immediatamente all’Iran sia dettata dal timore di un “deficit di fiducia” nell’amministrazione, e da una “guerra” che si starebbe invece già consumando all’interno del governo, che vede due fazioni con visioni opposte entrambe estremamente determinate. Dopo l’11 settembre e l’invasione dell’Iraq, le procedure per lanciare un’operazione militare di ampia portata esige o necessita l’approvazione del Congresso, che deve essere persuaso nell’approvare un intervento militare che porterebbe gli Stati Uniti in una guerra dalle conseguenze inimmaginabili.

Per ora il gruppo da battaglia della portaerei Uss Abraham Licoln con i suoi aerei e i suoi missili “Tomahawk” sono in rotta per il Golfo, il Pentagono ha annunciato lo spiegamento di altri 1.000 soldati, delle batterie di missili “Patriot”, l’invio di una nave d’assalto anfibio e ha ristabilito i bombardieri strategici B-52 in Medio Oriente il mese scorso.

Tutto sarebbe pronto per una grande operazione militare, e ci si attende che qualcosa accada, se non altro perché la mancata risposta all’abbattimento “notificato” di velivolo militare americano da parte di una potenza avversaria finirebbe per minare la credibilità degli Stati Uniti come potenza globale, e si rivelerebbe un precedente di rilevanza storica.





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