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Donald Trump torna a parlare dal suo profilo Twitter del ritiro dalla Siria. E in una serie di tweet descrive cosa lo ha spinto a decidere per il ritiro (che sembra immediato) dal territorio siriano: “Originariamente dovevamo stare lì per tre mesi, e questo accadeva sette anni fa, non ce ne siamo più andati. Quando sono diventato presidente, l’Isis era fuori controllo. Ora l’Isis è in gran parte sconfitto e altri Paesi dell’area, compresa la Turchia, dovrebbero riuscire facilmente ad occuparsi di quel che ne rimane”. “Ce ne torniamo a casa!”, conclude Trump.

….going to be there for three months, and that was seven years ago – we never left. When I became President, ISIS was going wild. Now ISIS is largely defeated and other local countries, including Turkey, should be able to easily take care of whatever remains. We’re coming home!

— Donald J. Trump (@realDonaldTrump) 22 dicembre 2018

Ma in questo tweet, al solito scarno e molto diretto del presidente degli Stati Uniti, c’è tutto quello che potrebbe significare la decisione del presidente degli Stati Uniti di abbandonare la Siria. Innanzitutto il primo effetto, quello che i curdi guardano con orrore: dare mano libera a Recep Tayyip Erdogan. Non appena il leader della Casa Bianca ha annunciato di voler smobilitare dalla Siria, i curdi delle Fsd hanno detto di essere “scioccati” dalle notizie che arrivavano da Washington. E ovviamente non poteva essere altrimenti. La presenza dei militari americani nel nord-est della Siria è sempre stato l’unico ostacolo strategico e politico all’avanzata della Turchia contro le principali roccaforti curde. E adesso, senza gli americani, i curdi di Sdf e Ypg sentono di essere stati pugnalati alle spalle.

Proprio per questo motivo, alcuni leader politici si sono mossi andando a Parigi per chiedere a Emmanuel Macron garanzie sulla presenza francese nella stessa area in cui operano ancora le forze Usa.. “Combattere il terrorismo sarà difficile, perché le nostre forze saranno obbligate a ritirarsi dalle linee del fronte della provincia di Deir Ezzor”,una delle ultime roccaforti dei terroristi, “per prendere posizione sulla frontiera turca e contrastare eventuali attacchi”, ha dichiarato a Ilham Ahmad, delegata del Consiglio democratico siriano, a Parigi. 

Ma le garanzie che può dare Macron in un momento di estrema debolezza, sono poche. Mentre quello di Trump sembra un invito eloquente. Ora devono essere gli alleati degli Stati Uniti della regione a pensare alla Siria. E questo, con la specifica della Turchia, implica che il Sultano ha mano libera su tutto il nord del Paese mediorientale. Un’opzione che per i curdi indica non solo un tradimento ma anche un disastro: traditi due volte dagli Stati Uniti, ora si ritrovano potenzialmente soli a fronteggiare una nuova operazione come Scudo dell’Eufrate e Ramoscello d’Ulivo. E si rischia una nuova Afrin in altre aree del Paese.

Ne giorni scorsi, Erdogan, a Istanbul, ha assicurato che il suo esercito “eliminerà” i combattenti dell’Isis e le milizie curde,  con riferimento soprattutto alle Unità di protezione popolare (le Ypg), che il governo turco considera formazioni terroriste terroriste legate al Pkk. È stata proprio questa definizione di “terroristi” a giustificare l’avanzata di Ankara nel nord della Siria nel periodo delle de-escalation zone.

Per adesso, il Sultano ha confermato di aver sospeso l’intenzione di entrare in Siria con una nuova operazione di terra. “Questo rinvio non sarà ovviamente per un periodo indefinito”, ha però voluto precisare il leader turco, “nell’attesa, elaboreremo piani per eliminare gli elementi dell’Isis che saranno ancora in Siria, conformemente a ciò che è stato convenuto durante la mia conversazione con Trump”.

E secondo molti, è stata proprio quella telefonata fra Erdogan e Trump a far decidere il presidente degli Stati Uniti per il ritiro dalla Siria. Secondo il quotidiano Hurriyet, il presidente Usa avrebbe ricevuto conferme da parte del suo omologo turco sulla volontà di proseguire la lotta contro gli jihadisti dello Stato islamico. Ma secondo i media statunitensi, dietro quella decisione non ci sarebbe tanto la rassicurazione turca di voler continuare la guerra a Daesh, quanto la volontà di Washington non rimanere impantanata in un conflitto che stava minando in maniera quasi definitiva i rapporti con Ankara. La Turchia è un partner troppo importante per gli Stati Uniti e la Nato. E Trump, che non si è mai sentito troppo coinvolto nella guerra in Siria, ha colto la palla al balzo per evitare uno scontro i vertici turchi.

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