Un anno fa era brutto, sporco e cattivo. Ora, però, alcune delle cose che fa iniziano a produrre risultati e lui comincia a piacere a chi prima lo disprezzava. Stiamo parlando del rapporto tra le cosiddette élite globali (banchieri, grandi industriali e politici) e il presidente Usa Donald Trump. Ma cos’ha fatto di così straordinario Trump per ribaltare questo giudizio, trasformandosi da reietto, da non prendere neanche in considerazione, a commander-in-chief da rivalutare? Si tratta di soldi. Quelli che la riforma Trump fa risparmiare ai grandi potentati economico-finanziari.

Il Washington Post, mai tenero col presidente, descrive così la buona accoglienza che è stata riservata a Trump al World Economic Forum di Davos (Svizzera): “È bastato un taglio delle tasse da 1,5 trilioni di dollari ed un approccio più permissivo per quanto riguarda il controllo delle corporation a convincere il leader del grande business ad accoglierlo”. Il Post per sottolineare il cambio di passo (e di giudizio) ricorda la grande preoccupazione che si respirava un anno fa a Davos, subito dopo l’insediamento di Trump, che prometteva il ritorno ad un forte nazionalismo economico. Il presidente non ha mai rinnegato la propria linea economica, anzi, di recente ha ribadito la necessità di introdurre dazi su alcuni prodotti importati negli Usa (come elettrodomestici e pannelli solari), ma questo sembra non turbare più di tanto le élite dell’economia e della finanza, che apprezzano soprattutto i tagli alle tasse e la deregulation. Insomma, si è disposti, oggi più di prima, a dare fiducia a Trump. E di vedere se riesce a fare qualcosa di buono.

Che il clima sia cambiato lo registra anche il New York Times, altra testata “nemica” di Trump. Il giornale della Grande mela conferma che Davos ha finora “riservato una calda accoglienza al presidente, che è stato uno dei suoi critici principali, che gli hanno spianato la strada della Casa Bianca. Il vero test però è oggi, prosegue il Nyt, con l’atteso discorso che il presidente pronuncia al World Economic Forum. Il presidente non dovrebbe lanciare alcun attacco frontale, ma soltanto rivendicare una politica commerciale equa e che non penalizzi, come è successo in passato, il suo Paese.

Spazio, dunque, al “mercato libero e aperto”, purché sia al contempo “giusto e reciproco”. Il presidente denuncerà tutto quello che ostacola gli scambi commerciali basati sulla “reciprocità”, in particolare l’odioso furto della proprietà intellettuale, il trasferimento forzato di tecnologie e le sovvenzioni all’industria. Il messaggio che vuole dare è questo: l’America è pronta a fare affari con il mondo intero, dopo la riforma fiscale appena varata, molto vantaggiosa per le aziende. Basta sventolare il vecchio slogan “America First“, anche perché in questa sede non avrebbe senso. La nuova sfida di Trump è quella di invitare gli imprenditori stranieri a investire negli Usa, ricordando loro che non c’è mai stato un momento migliore per farlo.

E dovrebbe esserci, nel discorso del presidente, anche un accenno alla sorte degli “uomini e delle donne lasciati sul bordo della strada”. Perché anche di loro ci si deve occupare. Alcuni grandi manager che ieri hanno cenato con il presidente raccontano che The Donald è stato molto “caldo” nel suo invito ad investire negli Usa: “L’America – ha detto tra una portata e l’altra – può crescere fino al 5, al 6, al 7 e all’8 per cento. Se lo fanno Cina e India perché non gli Usa?”. Forse saranno anche stime esagerate, però tutto si può dire di Trump meno che non sia un grande venditore.

Ora, dunque siamo in pieno disgelo tra il presidente e le élite. Manager e imprenditori apprezzano la sua agenda economica. Con il vento in poppa (dal lato economico) Trump sa di giocarsi tutto a novembre, nelle prossime elezioni di Midterm. Se, dopo aver riannodato i fili col suo partito, riuscirà a tenere il controllo del Congresso, potrà mantenere altre promesse.