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Donald Trump torna al centro della politica estera americana con un’agenda che non sembra lasciare spazio a dubbi: il suo approccio al Medio Oriente ruoterà, ancora una volta, attorno a Israele. Le nomine per i ruoli chiave della sua nuova amministrazione raccontano molto più di quanto non dicano le dichiarazioni ufficiali. Marco Rubio, designato segretario di Stato, rappresenta una scelta che parla direttamente all’establishment pro-Israele. Rubio non ha mai nascosto la sua vicinanza a Tel Aviv, opponendosi a qualunque ipotesi di tregua a Gaza e promuovendo l’eliminazione di Hamas come obiettivo irrinunciabile.

L’ambasciatore USA in Israele sarà Mike Huckabee, una figura apertamente ostile alla soluzione a due Stati. Huckabee è un sostenitore degli insediamenti in Cisgiordania, in linea con l’espansione territoriale di Israele nei Territori Occupati. Ancora più significativa è la scelta di Steven Witkoff come inviato speciale per il Medio Oriente. Witkoff non possiede un curriculum diplomatico, ma è da anni un fedelissimo di Trump, nonché un sostenitore della politica filo-israeliana. Infine, il futuro segretario alla Difesa Pete Hegseth si presenta come un falco, pronto a intensificare la pressione sull’Iran e a rafforzare la sicurezza di Israele, in un contesto regionale sempre più polarizzato.

Il ritorno di Trump richiama inevitabilmente alla memoria il suo primo mandato, un quadriennio che ha riscritto le regole del gioco mediorientale. La decisione di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele, trasferendo lì l’ambasciata americana, ha rappresentato un cambio di paradigma, così come il riconoscimento delle Alture del Golan come territorio israeliano. Gli Accordi di Abramo, poi, hanno segnato il punto di massima convergenza tra Israele e alcuni Paesi arabi, consolidando il ruolo regionale di Washington come mediatore asimmetrico.

Ma il Medio Oriente del 2024 non è quello del 2020. Israele, oggi, si trova sotto pressione come mai prima. Le guerre contro Hamas a Gaza e contro Hezbollah in Libano hanno accentuato il suo isolamento internazionale, alimentando accuse di crimini di guerra e violazioni dei diritti umani. I Paesi del Golfo, sebbene pragmatici nel loro rapporto con Tel Aviv, sono sempre più espliciti nel chiedere una soluzione diplomatica al conflitto israelo-palestinese, spinti dalle tensioni interne e dalla necessità di evitare uno scontro aperto con Teheran.

Trump, dal canto suo, sembra determinato a seguire la linea di una politica che premia Israele in modo incondizionato, anche a costo di complicare le relazioni con i partner arabi. Il recente vertice di Riad, dove i leader arabi hanno chiesto la fine delle operazioni militari israeliane a Gaza e in Libano, sottolinea quanto sia delicato l’equilibrio regionale.

La sfida della nuova amministrazione americana non sarà solo mantenere il sostegno a Israele, ma farlo senza compromettere i rapporti con gli alleati arabi e senza lasciare ulteriore spazio alla penetrazione strategica di Russia e Cina nella regione. La domanda è se Trump saprà gestire questa complessità o se finirà per esasperare tensioni già incandescenti, spingendo il Medio Oriente verso nuovi cicli di instabilità.

Il Medio Oriente di Trump appare come un’area di convergenza e fratture, dove ogni decisione rischia di trasformarsi in un boomerang strategico. La questione, allora, non è se l’approccio filo-israeliano dell’amministrazione sarà sostenuto, ma quale prezzo gli Stati Uniti saranno disposti a pagare per mantenerlo.

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