Quando nel 2016 fu eletto presidente degli Stati Uniti Donald Trump basava buona parte della sua agenda di politica internazionale in relazione all’operato del predecessore Barack Obama, principalmente per propugnarne un ribaltamento completo: sul tema dei grandi accordi di libero scambio, dell’approccio degli Usa a storici rivali come l’Iran Cuba e a alleati come Israele e Arabia Sauditi e in materia di relazioni con l’Europa Trump si presentava come l’anti-Obama per eccellenza.

Media e commentatori hanno a lungo abusato dell’espressione “isolazionismo” per definire l’America First trumpiano, ma l’espressione è fuorviante. L’amministrazione Trump ereditava le conseguenze di un ventennio in cui, complici gli errori in politica estera e la crisi finanziaria, l’influenza Usa sugli affari globali aveva conosciuto un, seppur relativo, declino senza che venissero inficiati i principali determinanti della potenza a stelle e strisce.

Dall’egemonia militare alla capacità di determinare il mantenimento dello status quo della globalizzazione, passando per una sostanziale e maggiore stabilità sistemica rispetto ai rivali principali (Cina e Russia) gli Usa usciti dalle amministrazioni Bush e Obama tutto erano fuorchè l’ombra di loro stessi. Trump ha desiderato ottenere dallo status “imperiale” di Washington dividendi che fossero anche economici e non solo politici, sostenendo che la globalizzazione di matrice statunitense e neoliberista avesse contribuito a privare i cittadini americani di quote di benessere non indifferenti, ma non ha certamente, né aveva intenzione di farlo, rottamato l’apparato globale a stelle e strisce.

Il risultato è stata una politica estera diversificata a seconda dei teatri di operazione, in cui il confronto con l’amministrazione Obama non è stato a tinte nette, ma variabile nel corso degli anni e dei contesti. Vi sono scenari in cui Trump ha effettivamente operato un rollback in direzione di un maggiore interventismo (Iran e Cuba principalmente), altri in cui si è inserito nelle rotte tracciate dal predecessore esercitando maggiore pressione strategica (Venezuela, Cina,rapporti economici con la Germania) e uno, quello delle relazioni con la Corea del Nord, in cui ha intensificato il dialogo in maniera sorprendente.

Iran e Cuba: Trump rovescia Obama

Gli accordi sul nucleare del 2015 siglati dai Paesi membri del Consiglio di Sicurezza Onu,dalla Repubblica iraniana e dalla Germania hanno rappresentato uno dei maggiori risultati diplomatici dell’amministrazione Obama. Intenta a cercare le modalità più consone e meno disonorevoli per districarsi dall’ircocervo mediorientale e a cristallizzare la situazione. Il tutto con grande scorno degli storici alleati degli Usa nella regione, Israele e Arabia Saudita, a cui la nuova amministrazione repubblicana si è profondamente riavvicinata.

Obama si era trovato in una sorta di limbo: non era riuscito né a uscire con entrambi i piedi dal Medio Oriente né a costituire il famoso “pivot asiatico” di contenimento della Cina. Trump ha rilanciato il contenimento statunitense della Repubblica Islamica e fondato proprio sul rapporto tra Tel Aviv e Riad, intente in un silenzioso riavvicinamento mediato anche dall’insolita convergenza d’intenti tra sionisti, Islam wahabita e evangelici radicali, l’agenda mediorientale.

L’Iran è stato colpito duramente e nuovamente etichettato come rivale esistenziale, in un climax di tensioni che nel caso Soleimani ha avuto il suo momento apicale. Il riavvicinamento di Obama è stato completamente azzerato, analogamente a quanto fatto da Trump nel contesto dei rapporti con Cuba.

Il calcolo politico interno è in entrambi i casi fondamentale: Trump ha pescato enormemente dal bacino elettorale degli evangelici più radicali, fortemente sionisti e occidentalisti, e ha conquistato Stati chiave come la Florida ottenendo i voti della diaspora anticomunista cubana. Sotterrando il riavvicinamento tra Washington e L’Avana mediato dalla triangolazione tra Obama, Raul Castro e Papa Francesco, l’amministrazione Trump ha ripreso l’embargo contro Cuba e riattivato la legge Helms-Burton che consen-te alle aziende Usa espropriate dalla Rivoluzione castrista di fare causa. La norma mette a rischio gli interessi delle imprese europee e canadesi che usano i beni nazionalizzati decenni fa e mira a portare, gradualmente, la repubblica cubana al collasso economico.

Gli scenari di maggiore continuità

In America Latina Cuba ha rappresentato un caso a parte. In generale, Trump ha proseguito con il sostanziale distacco dimostrato da Obama per il continente sudamericano, focalizzandosi con intensità su un novero ristretto di Paesi. Oltre al Brasile in cui si è manifestata nuova sintonia dopo l’ascesa di Jair Bolsonaro, a occupare l’agenda di Trump è stato soprattutto il Venezuela di Nicolas Maduro. Oggetto di una pressione politica ed economica che indurisce le precedenti manovre di Obama senza però stravolgerle.

Anche nei confronti dei rivali chiave degli Stati Uniti, Russia e Cina, si può dire che sia stato fatto molto rumore per nulla. La grand strategy di convergenza russo-cinese (attorno a cui gravitano Paesi chiave come Iran e Turchia), iniziata nel 2014, è proseguita con baldanza anche nel triennio trumpiano: semmai, nell’interesse dei decisori strategici americani è ora la Cina ad occupare il primo posto come minaccia alla sicurezza nazionale. Ma in questo campo stiamo parlando di direttrici di lungo corso che i singoli Presidenti difficilmente possono scalfire: Trump ha potuto approfondire il pivot asiatico e rafforzare la strategia anticinese proprio perchè dal Congresso al Dipartimento di Stato ha trovato comunanza d’intenti nell’ostilità contro Pechino. Dovendo parimenti assecondarne le pulsioni nel caso del rapporto con Vladimir Putin.

Potrà sembrare invece più sorprendente ai più, ma è suffragata dai fatti, la continuità nell’approccio tra le amministrazioni al contenimento economico della Germania: Berlino, vista da Washington come unica potenza europea capace in prospettiva di unire gigantismo economico e proiezione politica, è stata puntualmente nel centro del mirino di Obama, mentre Trump ha solo reso palese ciò che il predecessore compiva a fari spenti. Obama fu investito dallo scandalo di spionaggio della Nsa, rivelante le spericolate manovre nei confronti della Germania, rafforzò il contenimento antirusso nel tentativo di frenare la saldatura geoeconomica tra Mosca e Berlino e con la copertura politica al Dieselgate avviò le manovre americane di attacco al deficit commerciale con la Germania. Trump ha fatto il resto con la guerra commerciale e le recenti sanzioni al North Stream.

Il rebus coreano

Lo scenario meno decifrabile è sicuramente quello della Corea del Nord. Osso durissimo per gli apparati americani, unica media potenza rivale di Washington dotata del decisivo deterrente atomico. Nei cui confronti Trump ha alternato momenti di aspra rivalità a fasi di negoziazione culminati negli storici incontri bilaterali con Kim Jong-un.

Trump si è più volte presentato al mondo come l’araldo della pace e il primo sponsor del dialogo col Pyongyang, mentre Kim ha alternato fasi di apertura al processo di denuclearizzazione e momenti di irrigidimento, puntando però a accusare l’entourage di Trump piuttosto che il Presidente stesso.

La realtà dei fatti è che la Corea rimane un ginepraio. Lo era per Obama e lo è per Trump. Attorno al trentottesimo parallelo si accumulano focolai di tensione e di complessità geopolitica tali da rendere difficili ogni manovra operativa. La Corea del Nord, a cavallo tra la Cina e il quadrante pacifico vegliato dagli Usa, vive di rendita di posizione. E probabilmente continuerà a fare così anche dopo la fine del mandato di Trump.

La conclusione che si può trarre dal confronto tra le politiche estere di due Presidenti agli antipodi come Obama e Trump è di duplice natura. Entrambi hanno dimostrato tanto la capacità della Casa Bianca di agire su diversi scenari in maniera incisiva secondo le proprie preferenze politiche quanto la sua dipendenza dal “capitale fisso” costituito dalla somma di interessi e proiezioni degli apparati e dal vissuto storico della superpotenza Usa.

Sul lungo periodo, né l’uno né l’altro hanno ottenuto l’obiettivo di svincolarsi dal teatro mediorientale ma sono stati accomunati dalla comune consapevolezza del Pacifico come teatro del futuro. Al contempo, Obama e Trump si sono distinti per la prassi e le modalità di azione, fondamentali nel campo della politica internazionale. Gradualiste, in certi casi al limite del timido, quelle di Obama, fondato sul leading from behind. Decisioniste quelle di Trump, il cui “America First” si è sostanziato nella scelta dell’amministrazione di operare brusche virate tra fasi di maggiore durezza verso i rivali del Paese e periodi più dialoganti in cui, gettando sulla bilancia il peso della sua potenza, Washington mirava a passare all’incasso.

Nel complesso, non c’è stata traccia di una vera “dottrina” né nell’era Obama né tantomeno in quella Trump. L’approccio geopolitico dell’America è frutto della somma delle decisioni dei teatri operativi e delle spinte contrapposte nel potere di Washington. Scottati dall’ubriacatura interventista dell’era Bush, Obama e Trump hanno portato avanti una strategia funzionale, nelle intenzioni, a preservare il ruolo di leadership americana in una fase di transizione dall’unipolarismo al multipolarismo che entrambi hanno avuto intenzione di rendere il più lunga possibile. Consci del fatto che i determinanti militari, economici, politici e demografici della leadership globale saranno ancora a lungo terreno di competenza maggioritaria degli States.

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