La crisi in Venezuela sembra essere giunta ad un punto di svolta: poche ore fa il presidente Nicolas Maduro ha confermato di essere in contatto da diversi mesi con il presidente degli Stati Uniti Trump nonostante il clima teso e le sanzioni imposte da Washington.

A riportare inizialmente la notizia è stato lo stesso Trump in un’intervista video: “Siamo in contatto, stiamo parlando con vari rappresentanti del Venezuela e li stiamo aiutando più che possiamo per curare quel male incredibile che è il socialismo” sono state le parole del presidente americano che aggiunge “è incredibile perché quindici anni fa era uno dei Paesi più ricchi (dell’america latina n.d.r.) ed ora è uno dei più poveri: ha grandissime riserve di petrolio però non ha mezzi di sussistenza. Li stiamo aiutando e stiamo parlando con i rappresentanti del governo del Venezuela”.

Alla domanda di un giornalista che chiedeva con chi esattamente fosse in contatto, Trump rifiuta di rispondere dicendo che non intende riferire chi sia ma che è “di alto livello”.

Poco dopo è stato lo stesso Maduro a confermare i contatti con la Casa Bianca aggiungendo che questi sono in atto da mesi tra alti funzionari dei rispettivi governi “sotto mia diretta ed espressa autorizzazione” come si può sentire dalle parole del leader venezuelano “per cercare di risolvere questo conflitto, per cercare una regolarizzazione del conflitto con l’impero americano”.

Un retroscena inaspettato

La crisi venezuelana, alla luce di quanto appreso, sembra quindi essere giunta ad un punto di svolta inaspettato: sino ad oggi la Casa Bianca era nota per sostenere a tutti gli effetti l’avversario politico di Maduro, Juan Guaidò, che rappresenterebbe il naturale sostituto dell’attuale leader venezuelano in grado di portare fuori il Paese dal sistema socialista bolivariano e aprirlo al libero mercato, e quindi alla penetrazione statunitense.

Il confronto tra i due leader politici venezuelani ha gettato il Paese in una profonda crisi che più volte ha assunto i toni di una sommossa popolare, con l’esercito in stato di allarme e la polizia, fedele al governo, strumento di repressione del dissenso.

Più volte, nel corso di questi mesi, è sembrato che gli Stati Uniti potessero intervenire direttamente nella risoluzione del conflitto interno, frenati però da Mosca che ha ribadito, come per il caso siriano, che non avrebbero accettato un regime change in Venezuela.

La mossa della Casa Bianca risulta pertanto del tutto inattesa e forse è indice di un ripensamento in merito alla linea dura, fortemente voluta dai falchi ancora presenti nell’esecutivo che vorrebbero anche prese di posizione più decise contro la Russia e la Cina. Questa marcia indietro, se pur accompagnata, come abbiamo accennato, dalla persistenza del regime sanzionatorio verso Caracas, potrebbe essere un’abile mossa per esautorare il ruolo di mediatore e garante del regime di Maduro che ha assunto Mosca sino ad oggi.

Scacco alla Russia?

Non è affatto un segreto che Mosca, oltre ad essere sponsor del regime venezuelano e principale partner commerciale e militare, abbia via via aumentato la propria attività diplomatica di sostegno a Caracas cambiando marcia nell’ultimo periodo e dimostrandosi più attiva dal punto di vista politico e militare.

Oltre ad avere minacciato gli Stati Uniti di non essere disposti a permettere un cambio di regime in Venezuela che non passi da un nuovo confronto elettorale, Mosca ha lentamente ma costantemente aumentato la propria presenza nel Paese anche tramite l’invio di consiglieri militari e voli “di cortesia” di bombardieri strategici oltre alla fornitura di sistemi d’arma.

Nei mesi scorsi vi abbiamo già raccontato come, nelle aule del Cremlino, ci fosse l’idea di stabilire un presidio militare semipermanente in Venezuela.

La Russia già nel 2009 aveva intrapreso colloqui col Governo Chavez per stabilire proprio nell’isola di La Orchila – 200 km a est della capitale venezuelana – un presidio militare che servisse a Mosca per dispiegare a rotazione i propri velivoli da bombardamento.

Il Venezuela a seguito delle intenzioni russe aveva anche avviato importanti lavori di rimodernamento dell’aeroporto sull’isola, condotti tra il 2009 ed il 2013, che hanno comportato, tra le altre cose, l’allungamento e ripavimentazione della pista nonché l’adeguamento delle infrastrutture affinché possano ospitare adeguatamente tutto il personale atto a far operare i bombardieri russi.

In quella occasione, nonostante il nemmeno troppo velato entusiasmo del generale Anatoly Zhikharev, allora capo di Stato Maggiore dell’Aviazione a Lungo Raggio russa, il Cremlino cercò di minimizzare sostenendo che l’intenzione era solo a livello teorico per non irritare la Casa Bianca.

Una simile eventualità, considerata molto più che una semplice idea in quel di Mosca, sarebbe del tutto inaccettabile per Washington e potrebbe essere stata la classica “goccia che fa traboccare il vaso” che ha spinto Trump ad intavolare colloqui con Maduro e quindi proporsi come mediatore della crisi esautorando il ruolo della Russia.

Del resto la strategia potrebbe essere stata chiara sin dall’inizio: stante la lunga amicizia tra Mosca e Caracas, la Casa Bianca potrebbe aver deliberatamente deciso di destabilizzare il Paese tramite il sostegno ad un avversario politico influente come Guaidò per poi “abbandonarlo” e proporsi come pacificatore al governo Maduro. Non sarebbe certo un modus operandi sconosciuto dalle parti di Washington.