Si avvicina nel partito repubblicano Usa l’appuntamento fatidico del Super Tuesday, in programma il 5 marzo, quando 15 stati andranno al voto e sceglieranno il loro candidato presidente. Grande favorito l’ex presidente Donald Trump, che in quella data potrebbe assicurarsi i delegati necessari per ottenere la nomination dopo le vittorie maturate sin qui, a cominciare dal recente trionfo in South Carolina, dove la principale sfidante del tycoon, Nikki Haley, ex ambasciatrice presso le Nazioni Unite dell’amministrazione Trump, è stata governatrice per due mandati. Haley, infatti, ha promesso di rimanere in corsa almeno fino al Super Tuesday, dopodiché potrebbe essere costretta a ritirarsi e lasciare campo libero all’ex inquilino della Casa Bianca, pronto a sfidare il presidente uscente Joe Biden per un atteso “rematch” a novembre. Con la nomina (quasi) in tasca, salvo clamorosi quanto improbabili colpi di scena, Donald Trump dovrà scegliere come sarà formato il suo “ticket” alle prossime elezioni. Chi sceglierà come candidato vicepresidente al suo fianco?
Il sondaggio del Cpac
Se n’è ampiamente discusso anche nell’ambito del Conservative Political Action Conference (Cpac), il più grande raduno annuale di attivisti conservatori provenienti da tutti gli Stati Uniti (e da tutto il mondo). Uno degli elementi più interessanti del meeting riguarda il sondaggio annuale presidenziale tra i partecipanti. I risultati generalmente premiano i candidati più conservatori: nel 2016, il senatore texano Ted Cruz vinse il sondaggio, staccando Donald Trump, fermo al terzo posto. Quest’anno i partecipanti dell’evento hanno premiato in maniera schiacciante l’ex presidente con il 95% delle preferenze contro il 4% di Nikki Haley. Più interessante la rilevazione sulla vicepresidenza: primi a pari merito con il 15% dei voti l’attuale governatrice del South Dakota Kristi Noem e l’imprenditore ed ex candidato presidenziale Vivek Ramaswamy. Al terzo posto, una sorpresa: l’ex deputata democratica delle Hawaii, Tulsi Gabbard, che con il 9% che batte addirittura la deputata di New York, Elise Stefanik (8%), il senatore della Carolina del Sud Tim Scott (8%) e il deputato della Florida Byron Donalds (7%).
L’ascesa Tulsi Gabbard: da Sanders a Trump
Da outsider democratica vicina al senatore Bernie Sanders a simpatizzante di Donald Trump. Tulsi Gabbard ha lasciato il partito democratico nel 2022 spiegando di non poter più rimanere nel partito che ora “è sotto il completo controllo di una cabala elitaria di guerrafondai guidati da una vile bramosia”, che ci dividono “fomentando il razzismo anti-bianco e lavorano attivamente per minare le nostre libertà sancite dalla nostra Costituzione”. Democratici che, secondo la veterana dell’esercito Usa, “sono ostili alle persone di fede e di spiritualità, demonizzano la polizia e proteggono i criminali a spese degli americani rispettosi della legge, credono nell’apertura delle frontiere, armano lo Stato di sicurezza nazionale per dare la caccia agli avversari politici e, soprattutto, ci stanno trascinando sempre più vicino alla guerra nucleare”. Successivamente, Gabbard accusò l’amministrazione Biden di aver trasformato le forze dell’ordine in una “squadra politica” che perseguita gli avversari ma chiude un occhio sugli amici. “Qualunque cosa pensiate di Bannon, il fatto che sia stato accusato di oltraggio al Congresso, ma Clapper, Brennan e altri che hanno mentito al Congresso non sono mai stati accusati, mostra come l’amministrazione-élite di Biden abbia sfacciatamente trasformato le forze dell’ordine in una squadra di sicari politici” affermò.
Nel corso della sua militanza nel partito democratico, si è distinta con posizioni anti-interventiste e isolazioniste, critiche nei confronti delle “guerre infinite” degli Stati Uniti. Celebre fu il suo scontro con l’ex Segretario di Stato, Hillary Clinton, che la definì una “risorsa russa”. “Tu, la regina dei guerrafondai, incarnazione della corruzione e personificazione del marciume che ha ammalato il partito per così tanto tempo, sei finalmente uscita dallo scoperto” rispose piccata Gabbard, nata il 12 aprile 1981 a Leloaloa, nelle Samoa americane. L’ex democratica è intervenuta al Cpac quest’anno lodando Trump e presto sarà capofila di una raccolta fondi a Mar-a-Lago, a marzo. “Questo è un uomo che è un combattente”, ha sottolineato nel suo intervento al raduno conservatore. “La sua forza e la sua resilienza possono venire solo da un posto: il suo sincero amore e la sua preoccupazione per il futuro del nostro Paese.”
La paladina dei trumpiani Noem e l’imprenditore Ramaswamy
Non è semplice emergere a livello nazionale da uno stato del Midwest scarsamente popolato. Ma i trumpiani hanno incoronato proprio lei, Kristi Noem, 52enne governatrice del South Dakota al secondo mandato e per otto anni deputata del Congresso. Nel suo ultimo libro, “No Going Back: The Truth on What’s Wrong with Politics and How We Move America Forward” (La verità su ciò che è sbagliato nella politica e su come far progredire l’America) ha delineato la sua visione di conservatorismo elogiando la “rivoluzione” rappresentata da Donald Trump contro il vecchio establishment repubblicano. “Tante volte, quasi quotidianamente, sento persone che parlano di voler tornare ai vecchi tempi di Mitt Romney, Cheney, Bush. Eppure sono loro che hanno creato la palude con cui dobbiamo fare i conti ora”, ha detto Noem a Fox News Digital. Non sono mancate parole di elogio nei confronti del tycoon, sottolineando che quest’ultimo ha spinto “i candidati a essere coraggiosi, a dire cose che non hanno mai detto prima” e ha dimostrato che si può avere successo nel mondo della politica se “si ha coraggio, si è forti nelle proprie convinzioni e si ama l’America”.
Quando ha appoggiato Trump a settembre, si è subito diffusa la voce di un possibile ticket con l’ex presidente. “Lui sa di avere il mio sostegno. Io so di avere il suo. Lavoriamo molto bene insieme. Siamo amici. Ne parleremo quando sarà il momento di prendere una decisione in merito” ha precisato. Noem è conosciuta soprattutto per essersi opposta alle restrizioni Covid, vantandosi, nel suo discorso al Cpac, di “non aver mai chiuso una sola attività” nel suo stato durante l’emergenza pandemica. “Ci fidavamo l’uno dell’altro”, ha detto, “e abbiamo superato insieme le nostre sfide”. Se lo stretto legame tra Kristi Noem e l’ex inquilino della Casa Bianca la porta a essere una delle favorite per il ticket, non è da sottovalutare nemmeno l’imprenditore Vivek Ramaswamy, “arcinemico” della sfidante di Trump, Nikki Haley, che ha più volte sfidato nel corso dei dibattiti presidenziali a cui ha partecipato prima di appoggiare il magnate. Il milionario si è detto profondamente critico nei confronti della politica dell’amministrazione Biden in Ucraina, dichiarandosi contrario alle “chiacchiere degli utili idioti che predicano una guerra senza vincitori in Ucraina che costringe le nostre due grandi potenze nemiche ad avvicinarsi sempre di più”.
Qualunque sia l’opzione indicata tra Kristi Noem, Tulsi Gabbard e Vivek Ramaswamy – senza dimenticare la deputata Elise Stefanik – si tratta di profili con storie diverse ma con una visione di America molto comune. Un’America marcatamente conservatrice, dall’impronta anti-establishment e “jacksoniana” – in riferimento ad Andrew Jackson, settimo presidente degli Stati Uniti – che tende a evitare avventure militari all’estero e interpreta l’eccezionalismo americano come l’allontanamento dal “marcio, corrotto e infido sistema delle transazioni internazionali”, per usare un’espressione del 29esimo presidente Usa, Warren G. Harding. Ora la scelta spetta a The Donald, in attesa del Super Tuesday che potrebbe condurlo verso l’Olimpo della nomination.

