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La vittoria di Trump è, tra le altre cose, una vittoria della realtà contro le fumisterie idealistiche delle oligarchie d’Occidente, che sovrappongono i propri desiderata e la proprie prospettive ad essa, in linea con la nota frase di Karl Rove: “Siamo un impero e, quando agiamo, creiamo la nostra realtà”. Dove quel “nostra” sta a indicare la capacità dei demiurghi di plasmare le cose del mondo secondo i propri interessi. Deliri di onnipotenza che si declinano a ogni livello: nel piccolo si è visto nei sondaggi, ancora una volta del tutto distaccati dalla realtà, eppure ostentati con il solito vezzo oracolare dai media mainstream.

L’anti-sistema Trump ha ottenuto voti reali e talmente tanti che sono risultate vane anche le usuali cialtronerie sulle interferenze elettorali dei russi, dei cinesi, dei nordcoreani (e magari degli alieni). Come anche le solite lagnanze sulle fakenews che indurrebbero gli elettori creduloni a votare i candidati non graditi al sistema, opposti agli elettori illuminati che indulgono sulle loro opzioni. La realtà ha una sua consistenza, malgrado tutto. Così che anche l’esaltazione della candidata di sistema, portata sugli scudi da tutto il mainstream, e la parallela criminalizzazione dell’avversario, comprese le solite narrazioni sul fascismo di ritorno e l’immancabile associazione dell’antagonista di turno a Hitler, non hanno attecchito.

Una esaltazione tanto artificiosa, quella della Harris, che è bastato che perdesse per precipitarla nel buio dal quale era stata tratta, con i tanti adulatori che ne hanno plasmato l’immagine pubblica pronti a seppellirla sotto la valanga dei suoi errori – da condividersi con quelli del suo partito – dimenticandosi, al solito, di prendere coscienza dei propri, così che la reiterazione è assicurata.

Kamala, che era nulla prima che il partito democratico mettesse a segno il golpetto, candidandola alla Casa Bianca nonostante non avesse ricevuto voto alcuno alle primarie, è tornata nel nulla. E ora Biden, che era stato confinato ai giardinetti, è tornato a essere il presidente degli Stati Uniti. Sarà lui a gestire la delicatissima fase della transizione del potere verso la nuova presidenza, una fase nella quale può accadere l’imprevedibile, da un assassinio politico di alto livello a un incidente a rischio di innesco per la terza guerra mondiale (vedi alla voce guerra all’Iran, come ad esempio spiega l’articolo di The Intercept: “Come l’attacco israeliano all’Iran potrebbe scatenare una nuva guerra nondiale”).

Una fortuna per Trump, dal momento che il senescente presidente, da quando per gioco ha calcato in testa il cappelletto Maga, sembra non se lo sia tolto più. Tanto che alcuni media trumpiani lo hanno sollecitato a gettare il cuore oltre l’ostacolo e dichiarare apertamente il suo endorsement per il tycoon prestato alla politica. Ma questa è un’altra storia e appartiene alla Politica, quella che si gioca oltre il teatrino della cronaca politica e che può spiegare tanti imprevisti di queste elezioni.

Con Trump ha vinto la ragionevolezza. La candidata Kamala non solo era un vuoto involucro, ma era palesemente “squilibrata”, come dimostrano i tanti video circolati durante la campagna elettorale, grondanti di risate isteriche, e la sua incapacità di dire qualcosa che avesse un qualche fondamento.

Non è stata una scelta casuale quella di candidare una “squilibrata”, dal momento che tale squilibrio rispecchiava l’ambito che l’aveva prescelta. Quell’ambito, che va dai liberal interventisti (democratici) ai neoconservatori (repubblicani), che ha gestito l’America del post 11 settembre travolgendo il mondo con la sua follia delle guerre infinite, che hanno negli orrori di Gaza e nella guerra per procura contro la Russia fino all’ultimo ucraino i capitoli più recenti e più nefandi.

Da questo punto di vista, ha avuto gioco facile Trump quando, nel suo primo discorso post vittoria, ha dichiarato che il suo è “il partito del buon senso”. Se citiamo tale intervento è perché appare significativo, soprattutto perché nel suo primo discorso al mondo Trump ha voluto ribadire di voler “porre fine alle guerre”.

Parole, certo, solo parole, che possono essere disattese sia per incapacità che per i tanti fattori ostativi che incontrerà se e quando tenterà di metterle in pratica. Resta che la sua antagonista non ha mai pronunciato parole simili, perché la parola “pace” e i suoi tanti sinonimi non appartengono al lessico dei suoi creatori e alle loro guerre infinite. Sempre in quel discorso, Trump ha legittimamente rivendicato come per lui abbiano votato americani di tutte le estrazioni e di tutte le etnie, rivelando come l’inclusività ostentata dai suoi antagonisti fosse una formula vuota.

A margine, un dettaglio di quel discorso più che significativo: nello sgranare le diverse comunità che lo hanno votato, ha elencato neri, ispanici, arabi e musulmani, dimenticando gli ebrei, come annota infastidito il Timesofisrael. Non un lapsus, impossibile per l’enormità della dimenticanza; né la registrazione del fatto che in effetti gli ebrei americani per il 79% hanno votato la sua avversaria (Timesofisrael Jerusalem Post). Piuttosto un modo per inviare un messaggio alla leadership israeliana, Netanyahu in testa, al quale tanti lo associano in maniera semplicistica quanto indebita (la politica ha le sue complessità). E il messaggio è che l’attuale appiattimento di Washington su Tel Aviv non è destino irreversibile.

Al di là della digressione sul discorso di Trump, e per tornare alla disfida elettorale, va annotato come se è vero che il presidente degli Stati Uniti viene eletto dagli americani, è pur vero che questi è l’Imperatore d’Occidente. E l’Imperatore viene eletto dal mondo, che interagisce in vari modi e a vari livelli con il cuore dell’Impero.

Il mondo è stanco dell’idealismo catastrofico che ha caratterizzato la politica imperiale negli ultimi decenni, della conseguente follia e delle annesse guerre infinite a rischio termonucleare. E ha rigettato la candidata che incarnava la continuità di tutto ciò. Trump potrebbe deludere, certo, ma nondimeno rappresentava un’alternativa. Il mondo lo ha scelto per questo.

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