Donald Trump porge l’assist a Giuseppe Conte. È questo uno dei risultati più significativi che il premier italiano incassa dal summit del G7, che si è concluso a Biarritz con tre immagini fondamentali: un rinnovato asse tra Emmanuel Macron e Trump; un primo timido dialogo tra Iran e Stati Uniti; una convergenza dell’Occidente sulla Cina che, da questo summit francese, potrebbe aver subito un piccolo ridimensionamento sul piano eminentemente politico. Prova ne sono le dichiarazioni finali e l’irritazione di Pechino.

Nell’immagine – poi bisognerà capire la sostanza nei prossimi mesi – questo G7 ha comunque provato una cosa. Trump è molto meno isolato di quanto possa sembrare. E i suoi Stati Uniti – quelli dell’America First – sono molto meno chiusi di quanto i critici abbiano mai pensato. Sono Stati Uniti diversi rispetto alle precedenti amministrazioni: ma non rivoluzionari. Seguono una strategia di ripiegamento strategico e hanno individuato nella Cina il vero grande avversario.

Ma per fare questo, a Trump serve l’Europa. E in Europa ha da subito individuato un governo amico: quello gialloverde. Per l’amministrazione americana è sempre stato fondamentale avere un’Italia che facesse da ponte tra le due sponde dell’Atlantico. E il governo italiano aveva tutte le carte in regola per essere uno dei maggiori alleati della Casa Bianca nello scacchiere euro-mediterraneo. Se non altro perché, nei due partiti di governo (Lega e Cinque Stelle) e nella persona del presidente Conte, Trump aveva trovato fondamentalmente tre ottime sponde. E il tweet di ieri l’ha confermato: la Casa Bianca sa che a Palazzo Chigi ha un uomo di cui si può fidare. Ed è proprio lui quella garanzia che cerca Washington anche in un momento in cui le certezze (almeno nel parlamento italiano) sembrano vacillare. Non tanto sull’allineamento agli Stati Uniti, visto che è una costante sia a destra che a sinistra della nostra politica. Quanto nel fatto di avere un esecutivo meno incline all’asse franco-tedesco (sponsorizzato anche dalla Cina) e soprattutto non schierato con quel sistema mediatico e politico che ha avversato in tutti modi l’ascesa di Trump e tutto ciò che esso rappresenta.

Conte a Trump piace. E anche molto. Ma attenzione a confondere il piano personale sul piano politico. Perché The Donald è uomo avvezzo a un uso particolarmente incauto dei social network. E assegnare un significato estremamente profondo a questo messaggio rischia di esagerare la portata di un tweet che significa sì, diverse cose, ma non un endorsement totale ai pentastellati e al Pd.

Innanzitutto, bisogna fare una premessa: Trump si muove su due binari, uno è quello personale, uno è quello politico. E il voler confondere i due piani è tipico di un uomo che è prima di tutto un business-man. Trump ha un ottimo rapporto con Conte (ricordiamo che lo stesso premier uscente si rivolge a lui come “Donald”) che nasce dal fatto che per il capo della Casa Bianca le relazioni si intessono faccia a faccia. Niente incontri multilaterali, niente eccessi di staff. Trump preferisce il confronto personale, il testa a testa, la risata, il dialogo. Che però non significa che questo modifichi il piano strategico del suo Paese. Tanto è vero che, durante Biarritz, ha scritto tweet positivi sui leader del G7. Così come ha reso dichiarazioni estremamente positive anche su quella stessa Angela Merkel considerata un vero e proprio rivale in sede europea.

Se da un punto di vista personale, Conte ha dimostrato di essere un “amico” del presidente degli Stati Uniti, dal punto di vista istituzionale, invece, Trump non avrebbe comunque potuto fare altrimenti. Perché avrebbe dovuto condannare a livello globale la leadership di un amico e di un Paese alleato? In un momento di crisi politica in Italia, il presidente degli Stati Unit opta per un auspicio del tutto naturale. che il suo alleato in sede europea rimanga premier. Il che, poi, potrà essere declinato in chiave interna in due modi. Trump vuole che il presidente del Consiglio sia lo stesso anche per evitare cambi di rotta da parte del futuro esecutivo italiano. Quindi, che esso sia gialloverde o giallorosso, al presidente Usa preme che possa avere un leader fondamentalmente amico. Saranno poi i dirigenti della sua amministrazione, da Mike Pompeo e John Bolton a Mike Pence, a capire come questo possa essere tradotto nei rapporti tra Mediterraneo e Atlantico e tra Europa e America. E questo anche per capire chi possano essere le colonne dei rapporti tra Roma e Washington nel prossimo esecutivo.

Questo ovviamente non significa che l’amministrazione sia contenta di un governo Pd-5 Stelle. È chiaro che in America preferirebbero governi perfettamente in linea con l’America, ma è altrettanto vero che da un punto di vista strategico Trump non  può non avere (o mostrare) ottimi rapporto con i suoi alleati. Abbraccia Conte come abbraccia Boris Johnson, Alexis Tsipras, Emmanuel Macron o la stessa Merkel. Stringe la mano a Kim Jong-un così come definisce suo amico Xi Jinping nonostante abbia una guerra in corso che è il cardine dell’attuale sistema geopolitico.

Trump è questo. È business-man e presidente allo stesso tempo. Non può rinunciare a parlare con i grandi, così come non può rinunciare a credere che i suoi alleati possano avere governi con partiti più affini agli interessi americani. Conte è una garanzia: ma questa garanzia non significa che a Trump piaccia per forza il Pd. Non quello di chi sperava, a ogni costo, che il presidente degli Stati Uniti d’America fosse Hillary Clinton. I contatti tra Lewis Eisenberg e i vertici della Lega, come i viaggi di Giancarlo Giorgetti, Guglielmo Picchi e Salvini negli Stati Uniti hanno detto qualcosa di molto diverso. L’asse tra l’amministrazione repubblicana e il Carroccio c’è e ha un peso. Ma la linea strategica americana è chiara. E se questo ha voluto Salvini, ora la Casa Bianca ha chiaro che, nell’ipotesi “inciucio”, il suo alleato resta Conte. Che in questi mesi è risuscito a ritagliarsi uno spazio politico e diplomatico perfetto sia nel Vecchio che nel Nuovo continente. Ma c’è da aspettarsi che Washington sarà pronta a tuonare in caso di Italia che rosso-gialla, se questa dovesse scegliere di spostarsi sul piano filo-tedesco o filo-cinese. Trump non lo sa ora. Ma lo sanno i suoi strateghi.