Per l’ex presidente Donald Trump si tratta di un pericoloso ostacolo superato, che di fatto apre ufficialmente la strada verso la sua candidatura alle presidenziali di novembre. A 24 ore dal l’appuntamento elettorale del Super Tuesday, rigettando la decisione presa dalla Corte statale del Colorado, in una sentenza storica, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha infatti stabilito all’unanimità che Trump è eleggibile e il suo nome può comparire così sulla scheda elettorale. I giudici hanno deciso che la “responsabilità di far rispettare” la clausola di “insurrezione” del 14° emendamento “contro i titolari di cariche federali e i candidati spetta al Congresso e non agli Stati”. La Corte ha affermato che “il testo del Quattordicesimo Emendamento, di per sé, non delega in modo esplicito tale potere agli Stati”: se questi ultimi fossero autorizzati a determinare quali candidati sono ammissibili al voto, un candidato potrebbe essere “dichiarato ineleggibile in alcuni Stati, ma non in altri, sulla base della stessa condotta”, hanno scritto i giudici. “Lo sconvolgimento sarebbe ancora più grave” se un candidato venisse giudicato ineleggibile dopo che i cittadini hanno votato alle elezioni. “Nulla nella Costituzione ci impone di sopportare un tale caos”.
The Donald supera il primo ostacolo: è eleggibile
La decisione annulla la sentenza della Corte Suprema del Colorado che aveva giudicato Trump ineleggibile a causa della Sezione 3 del 14° Emendamento, che contiene una clausola che vieta alle persone “impegnate nell’insurrezione” di ricoprire cariche. L’Alta Corte di Stato ha affermato che il magnate ha violato l’emendamento a causa del suo presunto coinvolgimento nei tentativi di rovesciare le elezioni del 2020 e nella successiva rivolta a Capitol Hill del 6 gennaio 2021. È la prima volta che la Corte Suprema degli Stati Uniti si pronuncia sulla Sezione 3 del Quattordicesimo Emendamento. Secondo i giudici, infatti, tale clausola, “proposta dal Congresso nel 1866 e ratificata dagli Stati nel 1868”, ampliò il “potere federale a scapito dell’autonomia statale” e quindi “alterò radicalmente l’equilibrio tra potere statale e federale stabilito dalla Costituzione”.
I giudici progressisti Sonia Sotomayor, Elena Kagan e Ketanji Brown Jackson hanno presentato un’opinione separata concordando però nel giudizio finale secondo cui nessuno stato può impedire a un candidato di presentarsi alle elezioni. Poco dopo la sentenza della corte, Trump si è rivolto a Truth Social spiegando che si tratta di una “grande vittoria per l’America”. Secondo il Comitato Nazionale Repubblicano (Rnc), “la sentenza conferma ciò che sostengono i repubblicani: è il popolo americano a scegliere i propri candidati, non attivisti o burocrati”. E ancora: “Il tentativo di espellere Donald Trump dal ballottaggio è stata una pura interferenza elettorale da parte della sinistra”.
In attesa dei processi penali
Superata la sentenza del Colorado, quali altri ostacolo – di natura giudiziaria – ha davanti a sé l’ex presidente? Complessivamente, Trump deve affrontare 91 capi d’accusa in due tribunali statali e in due diversi distretti federali, ognuno dei quali potrebbe potenzialmente comportare una pena detentiva, derivanti, in particolare, dalle accuse di aver incitato la folla di sostenitori Maga ad assaltare Capitol Hill il 6 gennaio 2021 e di aver portato documenti top secret dalla Casa Bianca alla sua residenza di Mar-a-Lago e, soprattutto, di essersi rifiutati di restituirli.
Ai guai giudiziari del tycoon si aggiungono anche la condanna per frode finanziaria a New York – da cui deriva multa da 355 milioni di dollari – e la causa per diffamazione intentata contro il magnate dalla scrittrice E. Jean Carroll, che ha affermato che il candidato repubblicano l’ha aggredita sessualmente nel camerino di un grande magazzino negli anni ’90. Il primo processo penale che vede coinvolto Trump inizierà il 25 marzo, come stabilito dal giudice Juan Merchan, che ha fissato la data del processo dopo aver respinto il tentativo dei legali dell’ex presidente di archiviare le accuse derivanti dal pagamento di denaro alla pornostar Stormy Daniels, con la quale avrebbe avuto una relazione. Nel marzo 2023, il procuratore distrettuale di Manhattan Alvin Bragg è stato infatti il primo a presentare un’accusa di reato contro l’ex inquilino della Casa Bianca, sostenendo che l’ex presidente avrebbe falsificato i registri aziendali al fine di pagare segretamente alcune donne con le quali avrebbe avuto dei rapporto sessuali in cambio del loro silenzio. Trump aveva sostenuto che l’accusa mossa al procuratore democratico fosse motivata politicamente.
Documenti top-secret e Capitol Hill
Se quest’ultima è forse la causa che meno desta preoccupazione tra lo staff del tycoon, anche quella del consigliere speciale del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, Jack Smith, in relazione ai documenti top secret, sembra impensierire fino a un certo punto il suo entourage. Sono 37 i capi d’imputazione a carico del magnate, tra cui conservazione intenzionale di informazioni sulla sicurezza nazionale, l’ostruzione della giustizia, l’occultamento di documenti e le false dichiarazioni: tuttavia, come nota The Atlantic, se le accuse contro Trump sono serie e piuttosto gravi, il problema di Smith è che la data del processo non è ancora stata fissata ed è improbabile che l’udienza si potrà svolgere durante l’estate, mentre aleggia lo “spettro” – almeno per l’accusa – della prescrizione. Se eletto, Trump potrebbe inoltre chiudere facilmente il caso una volta rientrato allo Studio Ovale.
C’è poi il caso del procuratore distrettuale Fani Willis, nella contea di Fulton, in Georgia, che ha accusato Trump e altre 18 persone – tra cui l’ex sindaco di New York ed ex avvocato del tycoon, Rudi Giuliani – di aver cospirato per aver tentato di rovesciare il risultato elettorale durante le elezioni del 2020 e, infine, l’accusa (simile) avanzata dal consigliere speciale Smith verso il tycoon, relativa a quattro reati federali, circa il suo presunto tentativo di rimanere al potere dopo aver perso le elezioni del 2020. A differenza di Willis, in quest’ultimo caso è il Dipartimento di Giustizia tramite Jack Smith ad accusare l’ex presidente di aver tentato di ribaltare il risultato elettorale. Politicamente un processo pesantissimo, anche se ad oggi i sostenitori dell’ex presidente Usa non sembrano curarsene più tanto, mentre l’ex presidente sfrutta i processi in cui è implicato a suo vantaggio per assumere l’immagine del perseguitato politico. Una strategia che, a giudicare dai sondaggi, sembra al momento funzionare.