VUOI FARE UN'INCHIESTA? REALIZZALA CON NOI

Gli americani sono stanchi della minestra riscaldata e vorrebbero facce nuove nella competizione per il 2024. Se i sondaggi degli ultimi 30 giorni non sono stati generosi con Joe Biden tantomeno con Donald Trump, adesso non si tratta più solo di popolarità in calo, ma di totale avversione per i due sfidanti.

I dem stanchi di Biden

Secondo un sondaggio del New York Times/Siena College, nel caso di Biden a vacillare è innanzitutto la base elettorale dem, il cui 64% preferirebbe un nuovo alfiere nella campagna presidenziale del 2024; il gradimento scende ad un misero 33% se si interroga invece un campione rappresentativo della totalità degli elettori. Le ragioni non sono un mistero per nessuno: i timori circa l’economia e l’inflazione hanno contribuito a trasformare l’umore nazionale in ogni angolo del Paese, all’interno di ogni fascia di età e gruppo razziale, in città come nelle aree rurali, al di là del proprio credo politico. Per Biden la situazione è resa più complessa dal fatto che più di due terzi degli indipendenti ora disapprova la performance del presidente e quasi la metà la disapprova fortemente. Tra i colleghi democratici il suo indice di approvazione è del 70%, una cifra relativamente bassa per un presidente, soprattutto in vista del midterm. E proprio all’interno di quella che dovrebbe essere la sua base politica, solo il 26% degli elettori democratici sostiene la sua nomination per il 2024.

A spingere per un volto nuovo sono soprattutto i ruggenti under 30 del partito: a 79 anni, Biden è già il presidente più anziano nella storia americana e questo preoccupa non poco le giovani generazioni unitamente alle ripetute gaffe del presidente che ne mettono in dubbio l’affidabilità. Nel sondaggio, il 94% dei democratici di età inferiore ai 30 anni ha affermato che preferirebbe un candidato presidenziale diverso. Molti degli intervistati, che hanno votato Biden alle scorse elezioni, sono pronti a scommettere su una rimonta congressuale repubblicana come segno di protesta, ma anche se pronti a mutare bandiera dichiarano comunque di preferire younger blood.

Intanto, il serafico Biden inizia a scalpitare. Il presidente ha ribadito questa settimana la volontà di candidarsi per un secondo mandato. “Vogliono che mi ricandidi”, ha dichiarato in risposta alla domanda di un giornalista, riferendosi all’elettorato democratico. “Leggete i sondaggi, leggeteli”, ha aggiunto, rivolgendo poi una critica ai corrispondenti della Casa Bianca: “Siete tutti uguali. Quel sondaggio dice che il 92% dei democratici mi voterebbe se mi ricandidassi”. Quest’ultimo, però, ha rilavato che questi voterebbero Biden solo se si trovassero a scegliere tra lui e Donald Trump. Lapalissiano. In Nevada, intanto, un sondaggio di The Hill, rileva che sia Trump che DeSantis batterebbero Biden.

Trump in difficoltà

Non se la passa meglio Donald Trump. Mentre l’ex presidente valuta se annunciare una sua candidatura in anticipo, i sondaggi mostrano che quasi la metà degli elettori cercherebbe qualcuno di diverso per le primarie e un numero altrettanto significativo giura di abbandonarlo se dovesse vincere la nomination. L’idiosincrasia per The Donald cresce se si indaga la fascia under 35: il 64%, così come il 65% di quelli con almeno un diploma universitario – un indicatore importante delle preferenze politiche- ha dichiarato ai sondaggisti che avrebbe votato contro Trump alle primarie. Gli strascichi del 6 gennaio 2021 sembrano aver contribuito decisamente al declino della sua posizione. Anche in questo caso, numerosi elettori che hanno votato repubblicano alle scorse elezioni si dichiarano pronti a tradire la bandiera del GOP qualora il candidato nominato dovesse essere lui.

Stando così le cose, questa potrebbe essere la prima campagna elettorale che nessuno desidera. Il malcontento strisciante, tuttavia, obbliga i carrozzoni di partito a non ignorare la necessità di fornire delle alternative. Se nei dem noblesse oblige a riconoscere quasi certamente la nomination al presidente uscente, salvo sorprese, nel GOP la strategia potrebbe farsi più complessa. Un personaggio come Donald Trump obbliga anche a cercare altrove qualche outsider di primo piano. Ad ogni modo, se il midterm dovesse essere catastrofico per i Democratici, le richieste dalla base di un volto nuovo aumenteranno sicuramente e un fronte interno anti-Biden potrebbe addirittura favorire l’elezione di un repubblicano. Sono in molti, infatti, a rispolverare la similitudine con la sfida di Ted Kennedy all’incumbent Jimmy Carter, che nel 1980 ne uscì tanto indebolito da inaugurare 12 anni di Repubblicani alla Casa Bianca.

Ma quali potrebbero essere questi nuovi volti che gli americani vorrebbero al posto di questi due ingombranti candidati ?

I papabili fra i democratici

La maggior parte delle speculazioni sui candidati democratici alternativi a Biden si è concentrata sulla vicepresidente Kamala Harris, sul segretario ai trasporti Pete Buttigieg e su due senatori che erano anche nelle primarie democratiche del 2020, Elizabeth Warren del Massachusetts e Bernie Sanders del Vermont. L’attuale vicepresidente potrebbe vantare, per tradizione ed ambizione, una sorta di prelazione: tuttavia si tratta di una scelta rischiosa. I numeri dei sondaggi di Harris sono fragili come quelli di Biden di cui porterà il fardello senza poter evocare la memoria di Barack Obama, che tanto gli ha fruttato due anni fa.

Accanto però a questi notabili del partito vi sono almeno cinque nomi papabili.  A seguire, vi sarebbe Mitch Landrieu, ex sindaco di New Orleans, salito alla ribalta quando, nel 2017, ha chiesto la rimozione dei monumenti confederati più antichi in Louisiana. Da allora i democratici hanno visto l’ex sindaco come uno dei pochi che potrebbe ricostruire la coalizione trasversale di Obama dal 2008. Anche il nome del popolare senatore Sherrod Brown dell’Ohio viene subito fuori ogni volta che i Democratici cercano un candidato che non sia Harris o Buttigieg. Fa appello sia ai progressisti che ai moderati in uno swing state per eccellenza.

Ro Khanna è il nome più apertamente progressista, avendo co-presieduto l’ultima campagna presidenziale di Sanders ed essendosi costruito la reputazione di esperto di politica estera al Congresso. Sebbene condivida gran parte dell’ideologia della sinistra, i suoi più accaniti sostenitori affermano che Khanna ha qualcosa che manca ad altri progressisti: il desiderio di lavorare con coloro che hanno opinioni opposte all’interno del partito. Ma soprattutto, ha “solo” 45 anni. Sono in molti fra i democratici a desiderare da tempo che anche Stacey Abrams, l’ex leader della minoranza alla Camera della Georgia, si candidi a una carica più alta, in particolare dopo la sua fulminea ascesa nel partito. Abrams era in cima alla rosa dei candidati alla vicepresidenza di Biden prima di annunciare una seconda corsa elettorale.

La governatrice del Michigan Gretchen Whitmer, in attesa per un secondo mandato in autunno, ha rifiutato di discutere le sue potenziali prospettive per il 2024, sostenendo di essere concentrata sul miglioramento delle condizioni nel suo Stato. Come Abrams, Whitmer ha ricevuto seria considerazione durante la ricerca alla vicepresidenza di Biden, che sarebbe andato molto vicino a sceglierla. Pur avendo dichiarato le sue ferme intenzioni, non è detto che il partito non decida di puntare comunque su di lei.

Le opzioni del GOP

Dall’altra parte della barricata, Donald Trump manifesta segni di nervosismo: sarebbe infatti pronto ad annunciare la sua candidatura per le presidenziali del 2024 il prossimo settembre, secondo il Washington Post. Il timore dello staff dell’ex presidente è che la sua decisione possa condizionare l’esito del voto e che, se i candidati repubblicani dovessero perdere, il partito potrebbe ostacolare la sua eventuale candidatura. Secondo le fonti, l’ex presidente non vuole più aspettare anche perché i suoi avversari – il governatore della Florida Ron DeSantis in testa – sono diventati sempre più aggressivi. La macchina elettorale si sarebbe già messa in movimento, lo staff dell’ex presidente avrebbe già avuto mandato di mettere insieme un team per curare la campagna in vista di un annuncio a breve e Trump stesso ha iniziato a prendere contatti con i donatori.

Nel frattempo, Ron DeSantis, è stato incoronato vincitore su Donald Trump tra i repubblicani della Florida -come nomina presidenziale del GOP 2024- in un sondaggio condotto da Blueprint Polling. Quest’ultimo ha rilevato che il 50,9% degli intervistati appoggia il governatore della Florida, con l’ex presidente dietro, al 38,6%.  Se si guarda poi solo a coloro che sono fermi sulla propria posizione, il vantaggio di DeSantis si estende a quasi 14 punti (dal 47,6% al 33,2%) in uno scenario in cui la coppia dovesse arrivare a contendersi le primarie di partito. Se resta probabile che i repubblicani più anziani sostengano Trump, DeSantis domina in tutte le fasce d’età. I rumors lo vogliono nello Utah il prossimo 18 luglio per dare il via ad una mastodontica raccolta fondi: sebbene DeSantis vada nello Utah per raccogliere fondi per la sua campagna di rielezione governativa del 2022, le raccolte fondi tenute lontano dallo Stato di origine di un candidato spesso suggeriscono aspirazioni nazionali.

Il campo di battaglia del GOP potrebbe farsi molto affollato, nel frattempo. Un elenco crescente di potenziali rivali fa passi sempre più sfacciati, pronunciando discorsi di alto profilo, pubblicando annunci pubblicitari, corteggiando i donatori e visitando ripetutamente gli Stati con voto anticipato. Quel gruppo ora include più di una dozzina di potenziali candidati, incluso l’ex vicepresidente di Trump, Mike Pence; il suo ex segretario di Stato, Mike Pompeo; ma anche Ted Cruz del Texas, Tom Cotton dell’Arkansas, Rick Scott della Florida e Tim Scott della Carolina del Sud. Nella corsia anti-Trump, politici come Liz Cheney del Wyoming e il governatore del Maryland Larry Hogan stanno lucidando i loro profili.

Pompeo sembra quello, fra questi, ad aver dato i segnali più importanti: ha avuto un fitto programma di viaggi e prevede di tornare in Iowa quest’estate; inoltre, ha dichiarato in una recente intervista di aver passato del tempo a leggere e ascoltare i discorsi del presidente Ronald Reagan mentre si prepara per una possibile corsa elettorale. “Ci stiamo preparando a rimanere in battaglia”, ha detto il mese scorso mentre corteggiava i cristiani evangelici a un raduno a Nashville, nel Tennessee.

 

 

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.