Una martedì non troppo eccezionale. Senza troppe sorprese, Donald Trump e Joe Biden non falliscono l’appuntamento elettorale del Super Tuesday e saranno loro, con ogni probabilità, a contendersi l’elezione alla Casa Bianca a novembre. Si va verso un atteso “rematch” dopo le elezioni del 2020 che vide trionfare il democratico del Delaware, oggi 81enne. Sul fronte repubblicano, l’ex presidente, dopo aver portato a casa tutti i 39 delegati nella Convention del partito tenutasi nel Michigan sabato scorso, aver vinto in maniera schiacciante nei caucus del Missouri – dove ha raccolto 51 delegati – e vinto con il 85% i caucus dell’Idaho, durante il Super Tuesday svoltosi ieri, che mette in palio 874 delegati, pari al 36% del totale, secondo le proiezioni della Cnn, potrebbe raggiungerebbe i 1040 delegati complessivi avvicinandosi in maniera importante ai 1.215 delegati su 2.429 totali necessari per ottenere la nomination. Dall’Alabama all’Alaska, Donald Trump ha battuto Haley con percentuali bulgare che superano l’80% dei voti.
Prosegue la corsa inarrestabile di Trump, delusione Haley
L’ex inquilino della Casa Bianca prosegue dunque la sua corsa inarrestabile verso la nomination con una grande vittoria in 14 stati su 15, lasciando all’avversaria, l’ex ambasciatrice Nikki Haley, di evitare un umiliante cappotto grazie al trionfo di misura nel Vermont, dove è riuscita a battere The Donald con il 49,9% dei voti contro il 45,9% del magnate. Sebbene il tycoon non abbia abbastanza – ad oggi – abbastanza delegati per avere la nomination in tasca, l’ex governatrice del South Carolina ha deciso di ritirarsi, dopo non essere riuscita nemmeno a impensierire l’avversario, nonostante i milioni di dollari spesi da importanti investitori, dal fondatore di LinkedIn vicino ai dem, Reid Hoffman, alla rete “filantropica” dei fratelli Koch. Il futuro dell’ex ambasciatrice è incerto: sosterrà l’ex presidente repubblicano nella sua corsa oppure si prenderà una pausa dall’attività politica?
In una dichiarazione, il suo portavoce ha affermato che il voto ha mostrato che “rimane un ampio blocco di elettori repubblicani alle primarie che esprimono profonde preoccupazioni nei confronti di Donald Trump”. Ma la verità è che nei prossimi giorni l’ex presidente avrebbe potuto agilmente chiudere la partita, una volta per tutte. Con le primarie Gop che si svolgeranno in Georgia, Florida, Illinois e Ohio, tra gli otto stati che terranno le primarie tra il 12 e 19 marzo, si prevede che Trump avrebbe potuto raggiungere i 1.215 delegati necessari per aggiudicarsi la nomina. “Lo chiamano Super Tuesday per un motivo. Questo è un grande martedì”, ha detto Trump in un discorso pronunciato davanti un folto gruppo di sostenitori nella sua residenza di Mar-a-Lago a Palm Beach, in Florida, spiegando che quella appena trascorsa è stata una serata “fantastica”.
Anche Biden domina, ma prosegue la protesta su Gaza
Sul fronte opposto, il presidente Joe Biden domina in 15 stati – come ampiamente previsto – le primarie democratiche con una sola battuta d’arresto, nelle Samoa Americane, dove il candidato Jason Palmer è riuscito a battere il comandante in capo. Altra “macchia” sulla larga e – scontata – vittoria dell’inquilino della Casa Bianca è rappresentata dal Minnesota: come in Michigan, una parte degli elettori – il 19% – in segno di proposte contro la politica statunitense a Gaza, ha apposto il voto sulla casella “uncommitted”, superando il 13% dei voti di protesta che si erano registrati nello stato chiave del Midwest. Questi segnali di malcontento non vanno ignorati: secondo i sondaggi, gli arabi e i musulmani americani – oltre a circa il 60% di tutti gli americani – chiedono che Biden faccia pressione su Israele affinché accetti un cessate il fuoco immediato a Gaza.
Come nota Al-Jazeera, infatti, si tratta di un elettorato che nel 2020 contribuì alla vittoria dell’esponente democratico in Michigan e in altri stati chiave, tra cui Pennsylvania e Wisconsin, che a novembre potrebbe girare le spalle al presidente Usa. E a poco convincono le “sfuriate” di Joe Biden pubbliche contro Netanyahu, se poi gli Usa bocciano sistematicamente tutte le risoluzioni all’Onu che chiedono un cessate il fuoco. Per convincere questi elettori, delusi e infuriati con l’amministrazione Biden, servono fatti. E dopo 30 mila morti a Gaza, per il presidente dem sarà difficile invertire la rotta.