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Trump starebbe “perdendo la pazienza” con Netanyahu e gli avrebbe dato due o tre settimane di tempo per porre fine alla guerra di Gaza. Lo riferisce Yedioth Ahronoth, riportando confidenze ricevute da alcuni funzionari israeliani.

Così Ynet: “Alcuni funzionari israeliani che hanno parlato con le loro controparti americane hanno appreso che Trump ha concesso a Netanyahu altro tempo per continuare le operazioni militari, ma non più di due o tre settimane”.

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“Fonti americane hanno detto ieri sera (mercoledì) alle famiglie degli ostaggi che la questione era in cima alla lista delle priorità nel corso dell’incontro tra i due leader [Trump e Netanyahu] alla Casa Bianca di lunedì scorso. Le fonti hanno sottolineato che gli americani stanno facendo pressioni per un accordo sugli ostaggi come parte di un’iniziativa più ampia in Medio Oriente che ha come obiettivo porre fine alla guerra a Gaza e, di conseguenza, la normalizzazione dei rapporti [di Israele] con l’Arabia Saudita“.

“Secondo questi, i colloqui con l’Iran sulla questione nucleare fanno parte di questo piano generale e non sono affatto isolati. Gli americani non si accontentano di pochi passi e promuovono un’iniziativa ampia e completa. I funzionari israeliani che hanno parlato con le loro controparti americane hanno sentito dire che Trump sta concedendo a Netanyahu altro tempo per la guerra, ma non molto, forse due o tre settimane, e che vorrebbe che il conflitto finisse presto”.

Nel riferire questi retroscena Ynet ricorda come Trump, nell’incontro con gli ostaggi israeliani liberati avvenuto a Washington in parallelo al faccia a faccia con Netanyahu, abbia detto che la questione della liberazione degli ostaggi rimasti nelle mani di Hamas è la sua massima priorità, concetto ribadito nel corso della conferenza stampa congiunta con Netanyahu, durante la quale ha affermato: “Stiamo cercando di ottenere il rilascio di tutti gli ostaggi. Voglio che la guerra finisca e spero che ciò accada presto”.

La rivelazione di Ynet fa il paio con quanto dichiarato ieri da Trump, il quale ha detto che i negoziati con Hamas stanno andando avanti, che si sono fatti “progressi” e che “c’è un accordo molto serio sul tavolo ed è questione di pochi giorni” (Timesofisrael).

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Il sollievo per queste rivelazioni va temperato dalla constatazione che dichiarazioni analoghe sono state spese per i negoziati sull’Ucraina, ma la pace non è ancora a portata di mano, anzi. E dal ricordo di come anche Biden avesse pressato Netanyahu intimando una scadenza temporale analoga per le operazioni di Gaza, senza alcun esito.

Quest’ultima constatazione va però relativizzata. Biden era debole e totalmente accerchiato dai falchi della sua amministrazione, tanto che la gestione dell’agenda mediorientale fu di fatto totalmente consegnata al Segretario di Stato Tony Blinken, che il Jerusalem Post indicò nel 2023 come il terzo ebreo più influente del mondo (dopo Sam Altman, Ceo di OpenAI, e il premier israeliano Benjamin Netanyahu).

Anche Trump ha i suoi falchi da tenere a bada, ma il Consigliere per la Sicurezza nazionale Mike Waltz, la punta di diamante dei falchi neocon all’interno della sua amministrazione, è uscito malconcio dallo scandalo “Signal” (la riunione online di vertice per definire i termini dell’attacco contro gli Houti che venne violata dalla presenza invisibile, quanto illegittima, di un cronista).

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Ed è probabile che uno dei motivi per cui non lo ha licenziato dopo lo scandalo è che preferisce avere accanto a sé un falco indebolito, e quindi più propenso ad assecondare le sue decisioni, piuttosto che uno arrembante, che sarebbe costretto a mettere al posto di Waltz se lo licenziasse.

Più che probabile, infatti, che quella carica spetti ai neocon di diritto, come da accordi presi durante la campagna elettorale per limitare i rischi alla sua persona, già gravata da due falliti attentati (accordo che va rispettato: con certi ambienti non si scherza, pacta sunt servanda).  Infine, va rilevato che Trump non è debole come Biden…

Il fatto che Trump faccia sul serio è evidenziato anche dall’odierna visita di Steve Witkoff in Russia, annunciata a sorpresa. L’uomo al quale Trump ha delegato i dossier più cruciali della politica estera statunitense dovrebbe incontrare Putin.

Una visita che probabilmente non ha nulla ha a che fare con i rapporti Usa-Russia, dal momento che arriva il giorno dopo l’incontro tra le delegazioni dei due Paesi a Istanbul, nel corso del quale avranno avuto modo di parlare ampiamente dei rapporti reciproci.

Più probabile, invece, che abbia a che fare sia con le dichiarazioni di Trump riferite in precedenza che con l’incontro previsto per domani in Oman con gli iraniani, che  Witkoff è chiamato a presenziare. Se si tiene presente l’accenno di Ynet, che Gaza e Iran sono cose che corrono in parallelo, tale ipotesi non dovrebbe apparire del tutto fuori luogo.

In attesa degli eventi, va annotato che il malcontento diffuso tra l’esercito israeliano per il prolungarsi della guerra si è fatto pubblico. E di un ordine impensabile solo un mese fa.

Alcuni giorni fa la lettera aperta di circa mille riservisti dell’aeronautica militare, tra cui molti piloti, nella quale si chiedeva un accordo con Hamas che portasse alla liberazione degli ostaggi e alla fine della guerra. Un’iniziativa che il governo pensava di poter gestire semplicemente licenziando i firmatari. Ma è di oggi la notizia di un’analoga iniziativa da parte di “centinaia di ufficiali della riserva, di soldati in servizio attivo e di ufficiali in pensione” dell’unità d’intelligence 8200, unità cruciale dell’esercito israeliano (Jerusalem Post). Qualcosa si muove.

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