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Tra le tante novità della presidenza Trump, ce n’è una che lascia abbastanza perplessi ma che dimostra come il presidente meno ideologico di tutti abbia in realtà un’opposizione molto più ideologizzata degli altri predecessori. E cioè che la sua impopolarità viaggia di pari passo con una crescita dell’economia che è, finora, evidente.

E questo dato è interessante soprattutto perché le presidenze statunitensi sono sempre state apprezzate o condannate dall’opinione pubblica anche e soprattutto per motivi economici. La disoccupazione è al livello più basso degli ultimi 17 anni: 4,1%. Un dato di importanza eccezionale specie se messo in parallelo con la campagna di The Donald sulla sua volontà di costruire un’America forgiata proprio sulle opportunità di lavoro e sul riportare il lavoro da fuori a dentro gli Stati Uniti.

È diminuita la disoccupazione, ma soprattutto sono stati creati un milione di posti di lavoro. Nel frattempo, il temuto crollo di Wall Street per la sfiducia al neo-presidente, non solo non si è realizzato, ma anzi, semmai è stato completamente rovesciato: la borsa vola, in questi mesi, puntando a infrangere record di crescita. Basti pensare che l’indice S&P 500 è cresciuto del 20% negli ultimi mesi,  mentre il Dow Jones ha raggiunto 23mila punti, macinando un record dopo l’altro. Il Pil cresce a un ritmo superiore alle aspettative. Nel terzo trimestre, la crescita è stata del 3 per cento, contro le previsioni degli analisti che assegnavano al massimo un 2,7 per cento; e il trimestre precedente, la crescita è stata di 3,1 punti percentuali. Con Barack Obama, la media annua della crescita del Pil è stata dell’1,8%. In molti ritengono che sia una convergenza di fattori internazionali e nazionali in cui Trump, al massimo, ha potuto dare un contributo minimo. Secondo le analisi di Standard & Poor´s, fra i tanti fattori in gioco, c’è fondamentalmente quello per cui, per la prima volta, tutte le regioni del mondo assistono a una crescita parallela delle proprie economie, e questo aiuta una potenza come gli Stati Uniti che si trovava già con un’economia solida.

Mentre l’economia fa registrare una crescita addirittura eccessiva per alcuni analisti, dall’altro lato la popolarità di Donald Trump continua ad essere fra le più basse di sempre. Il suo indice di apprezzamento fra gli americani non supera, stando ai sondaggi, il 37%. Una cifra molto bassa e che preoccupa l’amministrazione Usa, dovendosi comunque confrontare con un Paese fratturato e in cui l’immagine del presidente è, evidentemente, poco amata. Ma che soprattutto contrasta con la storia della popolarità dei presidenti Usa che in linea di massima hanno sempre subito crolli veri e significativi di apprezzamento soltanto nel momento in cui l’economia andava male. Jimmy Carter era al 29% nei sondaggi del 1979, a causa di una disoccupazione galoppante, un’inflazione in crescita vertiginosa e per l’inizio della recessione in tutti gli Stati Uniti. La popolarità di Richard Nixon è crollata, nel suo secondo mandato, dal 67% dei primi mesi al 25% un anno e mezzo dopo, ma oltre allo scandalo del Watergate (che molti mettono a confronto con il Russiagate), pesava anche un’economia prossima al collasso e una crisi petrolifera senza precedenti. George W. Bush, nonostante le guerre e gli eventi catastrofici sotto il suo mandato, subì il maggior crollo di consensi proprio a causa del crollo dei mercati, nel 2008.

Trump, purtroppo per lui, dimostra la sua capacità di rottura del sistema anche in questo caso. Crolla nei sondaggi anche con un’economia florida. Che il presidente non fosse in grado di farsi amare trasversalmente dall’America, questo lo si era capito sin da subito. Il suo atteggiamento in campagna elettorale e la palese opposizione dei media e di tutto l’establishment americano, hanno dimostrato l’impossibilità di costruire un’immagine che travalicasse gli steccati elettorali e che fosse quella del presidente di tutti gli Stati Uniti. La società americana non è la stessa società dei suoi predecessori. Il mondo che si trova di fronte Trump è un mondo in continua polarizzazione, dove non si riconosce più un ruolo all’autorità in quanto tale né si rimuove la barriera ideologica del voto contrario. Oggi Donald Trump vive questa società ideologizzata come vittima e allo stesso tempo come complice, nel senso che subisce questa polarizzazione, ma, allo stesso tempo, l’ha cavalcata per ottenere consenso. Purtroppo però, nonostante il suo lavoro come amministratore, la condanna mediatica e politica continua a essere evidente e sembra difficile cancellarla.

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