Donald Trump contro Steve Bannon: un conflitto che qualche mese fa non sarebbe stato neppure ipotizzabile. La questione della pubblicazione di “Fire and Fury”, il libro osteggiato dal presidente degli States nel quale sono contenute alcune dichiarazioni dell’ex Chief strategist della Casa Bianca, è solo l’ultimo capitolo della rottura. Steve Bannon è stato licenziato dal tycoon durante la scorsa estate, quando il trumpismo ha cominciato ad evolversi normalizzando i rapporti con il partito repubblicano. Bannon, considerato da molti come il vero artefice della vittoriosa strategia delle presidenziali, è stato allontanato dal suo ruolo governativo, ma soprattutto dalla piattaforma politica di The Donald. Dell’Alt-Right e delle sue rivendicazioni Trump sembra non volerne più sapere. E questo potrebbe avere delle conseguenze elettorali. Il Tea Party, l’Alt Right e l’utilizzo politicamente scorretto dei social network hanno rappresentato un mix in grado assicurare a Trump il sostegno dell’America profonda. Steve Bannon non è solo il direttore di Breitbart News, è uno dei simboli politici, se non il simbolo mediatico, dello scontento di una parte degli States: un malumore sociale e ideologico che si è declinato anche nell’inaspettata vittoria di Trump. Nelle complesse analisi del momento, però, sembra mancare una domanda essenziale: conviene a Trump staccarsi da Bannon? 

Le recenti elezioni in Alabama, i fatti di Charlottesville e l’evolversi del Russiagate suggerirebbero di sì. Da quando Steve Bannon non è più Senior Advisor della White House, i rapporti tra Trump e il partito repubblicano sono migliorati: l’approvazione della riforma fiscale è lì a testimoniarlo. La separazione con Bannon, poi, ha ottenuto un altro effetto immediato: Trump non è più accusabile d’estremismo. E infatti i democratici sono passati alle diagnosi psichiatriche  pur di continuare nella loro opera di delegittimazione. Mentre la maggior parte dei media si interessano delle vicende di “Fire and Fury”, un’indagine dell’Fbi e dei federali sulla Fondazione Clinton sta passando completamente in sordina: chi investiga sta verificando se ai donatori sia stato in qualche modo facilitato l’accesso alla segreteria di Stato e se si siano verificati abusi nelle esenzioni fiscali. L’universo mediatico, però, è concentrato sui “guai” di Trump e la rottura definitiva con Bannon ha gettato, forse definitivamente, il presidente degli Stati Uniti nelle braccia del GOP, specie in vista delle elezioni di medio termine, appuntamento dove servirà recuperare il voto moderato. Già il Russiagate, del resto, raffigurava una discreta arma di “ricatto” in mano ai repubblicani. La linea neocon di Ivanka Trump e di suo marito Jared Kushner, insomma, ha prevalso: il tycoon si sta progressivamente trasformando in un uomo organico al Deep State, ma è questo quello che vogliono gli americani? 

Il vero rischio comportato dalla separazione di Bannon è la perdita di consensi o meglio la netta separazione tra due ali dell’elettorato conservatore: l’Alt-Right ha assunto negli Stati Uniti il ruolo che è appartenuto al Tea Party durante le amministrazioni Obama. Il controverso candidato Roy Moore, infatti, ha sì perso in Alabama, ma solo dopo essersi imposto alle primarie repubblicane contro l’intero apparato partitico. La base del GOP sembra essersi avvicinata, almeno in alcuni Stati, alle tematiche promosse da Bannon e soci: questo è il grande problema di Donald Trump in vista delle elezioni di metà mandato. E i democratici, nel caso dell’Alabama, non hanno vinto per meriti propri, ma per l’astensione degli elettori moderati. I conservatori, in definitiva, rischiano di dividersi in due frange: i repubblicani tradizionali e i “nativi” di Bannon. Circostanza nella quale aumenterebbe il rischio di astensione degli uni o degli altri a seconda dei candidati e a seconda dei seggi interessati. Trump potrebbe così perdere la maggioranza almeno in uno dei due rami del Parlamento. “Drenare la palude” senza sostegno parlamentare diventerebbe impossibile. Con o senza Bannon al proprio fianco. 

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