Trump chiude le porte agli osservatori internazionali: l’America rompe con l’OSCE

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Le prossime elezioni di metà mandato negli Stati Uniti saranno un’eccezione per numerosi motivi. Fra i tanti, per la prima volta dal 2002, gli Stati Uniti non inviteranno gli osservatori dell’OSCE a monitorare un’elezione federale. La decisione interrompe una prassi consolidata e solleva una questione che va oltre il voto americano: quale credibilità può conservare la richiesta statunitense di trasparenza elettorale rivolta ad altri Paesi quando Washington rinuncia a sottoporsi allo stesso meccanismo di osservazione?

A poco meno di un mese dalle elezioni, gli Stati Uniti sono invischiati in diverse controversie che sollevano preoccupazioni sui diritti degli elettori. Il 25 settembre 2026, ad esempio, la Corte Suprema ha accolto un ricorso d’urgenza presentato dall’amministrazione Trump per ribaltare una sentenza che aveva temporaneamente impedito al governo di utilizzare la versione corrente del database SAVE (Systematic Alien Verification for Entitlements) del Dipartimento per la Sicurezza Interna per verificare la cittadinanza degli elettori. L’uso continuato del database potrebbe portare gli Stati a impedire ingiustamente a diverse persone di votare. L’affidamento a questa fonte incompleta ha già erroneamente segnalato alcune iscrizioni elettorali di cittadini naturalizzati, sottoponendole a ulteriori verifiche. In pratica, queste segnalazioni creano ostacoli all’accesso alle urne, poiché solo ad alcuni cittadini viene richiesto di adempiere agli oneri amministrativi e di fornire ulteriori prove di cittadinanza.

Per oltre vent’anni gli osservatori hanno monitorato le elezioni americane, verificato le procedure di voto e valutato il rispetto degli standard democratici. Questa volta, però, si resta fuori. L’amministrazione di Donald Trump ha virato verso una decisione che assume un significato politico ben più ampio della semplice rinuncia a una missione di osservazione elettorale. Perché a essere messo in discussione non è soltanto il ruolo dell’organizzazione, ma il principio stesso secondo cui anche le democrazie più consolidate accettano una valutazione internazionale indipendente. Il rifiuto arriva da un’amministrazione che ha già manifestato una profonda diffidenza verso numerosi organismi multilaterali, considerati spesso strumenti di ingerenza nelle prerogative degli Stati sovrani.

La reazione dell’OSCE è arrivata il 23 settembre scorso attraverso una dichiarazione congiunta dell’Ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti umani (ODIHR) e dell’Assemblea parlamentare dell’organizzazione. I due organismi hanno definito la scelta “deplorevole e incompatibile con gli impegni assunti dagli Stati partecipanti” attraverso il Documento di Copenaghen del 1990, che riconosce il contributo degli osservatori internazionali alla trasparenza dei processi elettorali. Dal 2002 l’OSCE ha monitorato dodici elezioni federali statunitensi, comprese sei consultazioni di metà mandato. Lo aveva fatto anche nel 2018, durante la prima presidenza Trump, e nel 2024, quando il tycoon ha conquistato nuovamente la Casa Bianca.

“Nel corso di oltre vent’anni, l’ODIHR ha instaurato un rapporto costruttivo con le autorità e le parti interessate al processo elettorale in tutti gli Stati Uniti, e ci dispiace non poter proseguire questa attività durante le prossime elezioni di medio termine”, ha dichiarato la direttrice dell’ODIHR, Maria Telalian. “L’osservazione elettorale non è un giudizio su un Paese o sulle sue istituzioni. Fornisce agli elettori, agli amministratori elettorali, ai candidati e al pubblico in generale una valutazione indipendente e obiettiva del processo elettorale”.

Una lunga polemica

La scelta si inserisce in una relazione già deteriorata tra Washington e l’OSCE, organizzazione della quale gli Stati Uniti sono membri e che riunisce 57 Stati partecipanti dell’Europa, dell’America settentrionale e dell’Asia centrale. Nel dicembre 2025, un alto funzionario del Dipartimento di Stato aveva addirittura prospettato la possibilità di un’uscita americana dall’organizzazione in assenza di riforme sostanziali. Tra le richieste figuravano una riduzione del bilancio, un ridimensionamento delle attività considerate invasive delle politiche nazionali e un diverso approccio al dialogo con la Russia. L’ambasciatore statunitense presso l’OSCE, Darrell Owens, ha successivamente sostenuto la necessità di riformare e ridefinire le priorità dell’organizzazione.

Le critiche più dure sono arrivate dalle organizzazioni per i diritti umani e dall’opposizione democratica. Human Rights Watch ha sottolineato la contraddizione tra la posizione storicamente assunta dagli Stati Uniti nei confronti dei Paesi che rifiutano il monitoraggio internazionale e la scelta compiuta dall’attuale amministrazione. Il 6 ottobre, Jeanne Shaheen, esponente democratica di riferimento della commissione Esteri del Senato, ha denunciato il rischio che la decisione comprometta ulteriormente la fiducia degli americani nel sistema elettorale.

La questione è particolarmente delicata in un Paese nel quale le accuse di brogli, le controversie sulle procedure di voto e il rapporto tra autorità federali e statali sono diventati elementi centrali del confronto politico. “Il governo statunitense critica da tempo la Russia e altri governi per aver eluso il controllo esterno sulle proprie elezioni”, ha dichiarato Philippe Bolopion , direttore esecutivo di Human Rights Watch. “Ora l’amministrazione Trump sta imitando questo comportamento”.

Negli ultimi anni, l’OSCE non è stata in grado di monitorare le elezioni in Bielorussia , Georgia e Tagikistan a causa del rifiuto di questi governi di partecipare tempestivamente alle procedure di monitoraggio e, nel caso della Russia, del rifiuto stesso di inviare un invito. Nel 2024, gli Stati Uniti hanno criticato aspramente la Russia per la sua mancata cooperazione, affermando che “per decenni, gli Stati Uniti hanno invitato gli osservatori dell’OSCE a valutare le nostre elezioni e hanno incoraggiato gli altri Stati partecipanti a fare lo stesso. Apprezziamo le valutazioni approfondite, professionali e imparziali degli osservatori dell’OSCE e prendiamo sul serio le loro raccomandazioni”. A quanto pare, ora non più.