Non si placano le polemiche negli Stati Uniti sul licenziamento improvviso del numero uno dell’Fbi, James Comey, da parte del presidente americano Donald Trump. E sulla vicenda continuano ad emergere nuovi retroscena.Quella cena in cui Trump chiese la “lealtà” di ComeySarebbe stato, infatti, un faccia a faccia avvenuto lo scorso gennaio tra il presidente americano e il capo della polizia federale, secondo il New York Times, a convincere il presidente degli Stati Uniti a licenziare il numero uno dell’Fbi. Il 20 gennaio scorso, ad una settimana dal suo insediamento alla Casa Bianca, Donald Trump convocò James Comey per una cena a due. Il presidente americano e l’allora capo del Bureau iniziarono a parlare dell’elezione di Trump e delle manifestazioni in corso negli Stati Uniti. Poi, il presidente, secondo quanto rivelato al quotidiano da due colleghi di Comey, messi al corrente del contenuto della conversazione dallo stesso ex capo del Bureau, avrebbe deviato la conversazione, domandando a Comey se poteva promettere di essergli “leale”. Comey disse di no. Poteva garantire al presidente che “sarebbe stato sempre onesto con lui”, ma non poteva garantirgli la sua “lealtà” dal punto di vista politico. Trump, secondo la ricostruzione delNew York Times, non sarebbe stato soddisfatto della risposta. Tant’è che alla fine della cena avrebbe detto di nuovo a Comey di aver bisogno della sua “lealtà”. Comey, evidentemente, non era disposto a concederla e avrebbe ripetuto al presidente che poteva assicurargli soltanto la sua “onestà”. “Sarebbe stata un’onestà leale?” avrebbe chiesto, infine, Trump. E Comey avrebbe risposto di sì. La Casa Bianca, però, ha fatto sapere che quello dei colleghi di Comey non sarebbe un resoconto accurato. La cena, insomma, ci sarebbe stata, come ha confermato lo stesso Trump in un’intervista rilasciata ieri alla Nbc, ma, secondo la versione del presidente a chiedere l’incontro sarebbe stato Comey, perché voleva essere confermato alla guida dell’Fbi. E nessuna garanzia di fedeltà sarebbe stata richiesta da Trump a Comey. “James Comey deve sperare che non ci siano registrazioni delle nostre conversazioni prima di cominciare a parlare con la stampa”, ha scritto lo stesso Donald Trump su Twitter, commentando le indiscrezioni pubblicate dal New York Times.Trump cambia versione sui motivi del licenziamentoIntanto, il presidente degli Stati Uniti, che ha annullato la visita annunciata negli scorsi giorni al quartier generale dell’Fbi, dopo che alcuni ufficiali dell’agenzia hanno fatto sapere alla Casa Bianca che il presidente non sarebbe stato accolto con calore, si è assunto in prima persona la responsabilità del licenziamento di Comey. Durante l’intervista con la Nbc, Trump ha chiarito, infatti, come avesse maturato da tempo la decisione di licenziare James Comey, a prescindere dalle raccomandazioni espresse dal procuratore generale, Jeff Sessions, e dal suo vice, Rod Rosenstein. L’ex direttore dell’Fbi “è un fanatico assetato di visibilità, lo avrei licenziato indipendentemente dalle raccomandazioni”, ha detto Trump alla Nbc.Il presidente degli Stati Uniti ha così rivendicato il suo ruolo centrale nella scelta di rimuovere il direttore dell’Fbi, contraddicendo la versione ufficiale della Casa Bianca, che attribuiva la decisione al procuratore generale Jeff Sessions e al suo vice Rosenstein. Circostanza, questa, che aveva contribuito ad alimentare le polemiche sul licenziamento dell’ex direttore dell’Fbi, interpretato come uno strumento per bloccare l’attività investigativa portata avanti dall’ex capo del Bureau sul Russiagate, visto il potenziale coinvolgimento nell’inchiesta dello stesso procuratore generale, Jeff Sessions, accusato di avere avuto contatti con l’ambasciatore russo a Washington, Sergej Kislyak, durante la campagna elettorale del 2016.L’inchiesta sul RussiagateNonostante Trump abbia chiarito di aver preso la sua decisione indipendentemente dal parere espresso da Rosenstein, il vice procuratore generale dovrà comunque comparire di fronte al Senato per spiegare le dinamiche del licenziamento dell’ex capo dell’Fbi. Il leader della maggioranza repubblicana, Mitch McConnel, e quello dei democratici, Chuck Schummer, hanno invitato, infatti, il viceministro della Giustizia a riferire in aula. Secondo Politico, inoltre, sarebbe stato lo stesso Rosenstein a chiedere di essere ascoltato dalla commissione Intelligence del Senato che indaga sulle presunte ingerenze di Mosca nelle presidenziali e sui contatti tra alcuni consiglieri di Trump e funzionari del governo russo. A Rosenstein, infine, si sono rivolti anche i ministri della Giustizia di venti Stati americani, che hanno chiesto al vice procuratore generale di nominare un procuratore speciale, indipendente dall’amministrazione Trump e dal governo, per indagare sul Russiagate. Nonostante le indagini sulle possibili interferenze del Cremlino nelle elezioni americane vadano avanti da circa un anno, senza aver prodotto, al momento, alcuna prova, sono in molti, infatti, sia nelle file dei repubblicani, sia in quelle dei democratici, a chiedere che l’inchiesta vada avanti nonostante il licenziamento dell’ex capo dell’Fbi. La Casa Bianca, però, ha fatto sapere di non giudicare necessaria la nomina di un procuratore speciale sulla vicenda. Trump, intervistato dalla Nbc, ha ribadito, inoltre, di essere stato rassicurato più volte dallo stesso Comey sul fatto di non essere coinvolto nell’inchiesta Russiagate.