Trump chiama Putin, alle viste un baratto Iran-Donbass? Il suicidio non assistito del Tycoon

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Non per buttarla in caciara ma le ultime notizie riportano alla mente il vecchio slogan dell’operatore telefonico: una telefonata allunga la vita. Non quella di migliaia di iraniani e di diversi soldati americani, purtroppo, ma nemmeno la vita politica di Donald Trump. L’ora che il presidente Usa ha passato al telefono con Vladimir Putin è bastata a demolire due settimane di retorica bellicista (un giorno bisognerà riascoltare le conferenze-stampa di Pete Hegseth, che evidentemente poco ha imparato dalle sue esperienze di ufficiale in Afghanistan e in Iraq) e la caterva di ridicole bugie (le 165 ragazzine della scuola di Minab non le ha ammazzate un missile americano, come anche i video dimostrano, perché sono stati gli iraniani stessi; la guerra l’abbiamo cominciata noi perché stavano per colpirci loro…) e di analisi intercambiabili ma sempre dilettantesche che hanno accompagnato i bombardamenti.

In più, è arrivato il resto. I commenti di Trump: che la guerra finirà presto, anche se non si capisce bene perché, né che cosa sia cambiato dal punto di vista degli Usa rispetto, per esempio, a una settimana fa. Le notizie filtrate: che dopo aver esentato il petrolio russo dalle sanzioni Usa perché l’India, in difficoltà, potesse comprarlo, altre agevolazioni per la Russia potrebbero essere in arrivo. I mal di pancia di Israele, che sull’Iran ha un’agenda molto diversa da quella degli Usa ma degli Usa ha bisogno, se non altro per attingere ai suoi arsenali come ha fatto pochi giorni fa, ricevendo 12 mila bombe BLU-110. Le deliranti dichiarazioni degli ultras neocon assetati di guerra, che negli ultimi mesi sembravano manovrare Trump come un burattino, tipo il senatore Lindsey Graham, che di fronte all’evacuazione dell’ambasciata americana di Riyadh (frutto evidente di una reazione iraniana imprevista nei modi e nelle potenzialità) non trova di meglio che prendersela con l’Arabia Saudita, il più prezioso degli alleati degli Usa in Medio Oriente. Per non parlare delle Borse: la sola notizia della telefonata ha fatto calare il prezzo del greggio a 85 dollari a barile, segno evidente di ciò che l’economia mondiale pensa di questa guerra.

Nella telefonata con Putin, Trump può semplicemente aver parlato della collaborazione dell’intelligence russa alle artiglierie iraniane, che qualche parte deve aver avuto, per fare un esempio, nella precisione con cui i droni Shahed e i missili hanno colpito i radar dei sistemi antimissile Usa in Giordania, Emirati Arabi Uniti e Qatar, impianti che si contano in poche decine nel mondo, miliardi di dollari trasformati in rottami. Può avergli detto, ripetendo le dichiarazioni bombastiche rilasciate sul’Air Force One, magari li aiutate ma non fate un buon lavoro, li stiamo facendo a pezzi. Ma la sensazione è diversa, anche perché Putin, a quanto pare, gli avrebbe chiesto di premere su Volodymyr Zelensky perché riconosca che il Donbass è perduto. Il che sa un po’ di baratto, o no?

Quel che Trump voleva e non è successo

Il punto ovviamente non sta in quel che fa o non fa la Russia per l’Iran, o nel determinare quali altre parti dell’Iran gli Usa possano colpire e per quanto tempo. Il punto sta nel fatto che, dopo due guerre americane, gli iraniani non sono insorti contro un regime odioso e inefficiente come quello degli ayatollah; i curdi non si sono lasciati usare come una milizia mercenaria qualunque, usa e getta a piacere; i Paesi del Golfo (che lo dicano o meno) sono più incazzati con gli Usa che con l’Iran, visto che a Trump l’avevano detto e ripetuto di non fare questa guerra; l’uranio arricchito è sempre là; lo Stretto di Hormuz è bloccato; gli omicidi mirati messi a segno dagli israeliani con la collaborazione dell’intelligence Usa non hanno interrotto le catene di comando delle milizie e delle forze armate iraniane; ad Ali Khamenei è succeduto un altro Khamenei, il figlio Mojtaba, corrotto e violento, segno evidente e prevedibile che, nella tempesta della guerra, avrebbero preso il sopravvento le forze più reazionarie.

Citavamo prima le maldigerite esperienze militari dell’attuale ministro della Guerra Hegseth. Quanto a capacità di metabolismo, Trump si rivela persino più debole. Questa guerra all’Iran sembra un bigino di tutti gli errori della politica americana degli ultimi decenni: sottovalutazione, quando non ignoranza, del nemico; confusione negli obiettivi; soluzioni tattiche affidate esclusivamente alla potenza di fuoco; totale disprezzo per i consigli degli alleati e anche per i Paesi amici (in Europa il solo cancelliere Friedrich Merz era stato avvisato). In più, Trump si è fatto mettere in mezzo, probabilmente per ragioni elettorali e di supporto dei gruppi di pressione filo-israeliani in vista di un’elezione di mezzo mandato che potrebbe per lui diventare un bagno di sangue, da Benjamin Netanyahu e da Israele che, come dicevamo, a questa guerra chiede cose molto diverse da quelle che servono alla Casa Bianca. Trump voleva forse mettere ordine in Medio Oriente con un regime change nell’unico Paese ormai davvero dissonante, l’Iran appunto; a Israele, al contrario, serve il disordine, il caos, perché in quello prospera e si allarga.

Vedremo come finirà questa ennesima avventura americana, una di quelle che regolarmente mettono a rischio la stabilità mondiale e la sicurezza europea assai più dei mali che pretendono di curare. C’è ancora tempo perché l’Iran venga seppellito sotto le bombe e qualcosa di drammatico avvenga al suo interno. Al momento, pare soprattutto di aver fatto da spettatori al suicidio (non assistito) politico di Donald Trump. Che sempre più pare colui che ha vinto alla lotteria della Casa Bianca ma poi ha perso il biglietto.

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