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Donald Trump ha invitato il primo ministro indiano Narendra Modi alla Casa Bianca. L’incontro tra i due leader si terrà nei prossimi giorni a Washington, e sarà il primo da quando il tycoon è diventato per la seconda volta presidente degli Stati Uniti. A dire il vero lo scorso 27 gennaio Trump ha avuto una conversazione telefonica con Modi per discutere di immigrazione e commercio, i due grandi cavalli di battaglia dell’amministrazione repubblicana. Le implicite richieste che gli Usa hanno rivolto a quello che ritengono essere uno dei propri partner asiatici strategici sono tre: contenere l’afflusso di migranti che ogni anno si riversano nel territorio statunitense, incrementare l’acquisto di attrezzature di sicurezza Made in Usa (leggi: armamenti) e mantenere equi rapporti commerciali.

L’India si trova in una situazione quasi paradossale. Innanzitutto perché, mentre Modi può vantare un ottimo rapporto personale con Trump – e spera quindi di puntare su questo per consolidare le relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti – Washington e Delhi, a livello di singoli Paesi, perseguono obiettivi geopolitici divergenti. E poi perché il gigante asiatico, seppur in aperta rivalità con la Cina, non ha alcuna intenzione di farsi arruolare ufficialmente nella crociata statunitense per contrastare l’ascesa di Pechino in Asia.

Il motivo è semplice: l’India, che non si sente affatto un player del blocco occidentale, intende farsi portabandiera del cosiddetto Global South, ovvero dei Paesi in via di sviluppo.

Perchè gli Usa hanno bisogno dell’India

Gli Stati Uniti, dicevamo, hanno bisogno dell’India. Il rapporto inverso, invece, vale solo fino ad un certo punto. Washington considera infatti Delhi come un partner strategico nei suoi sforzi volti a contrastare la Cina in Asia. Già nel giugno 2023 Modi era volato negli Usa, ospite di Joe Biden, per acquistare una trentina di droni Mq-9b aggiornati, da impiegare, in parte, in operazioni ad alta quota lungo il confine himalayano conteso e condiviso con Pechino.

L’India è poi parte integrante del Quad, la cooperazione strategica informale tra Australia, Giappone, India e Stati Uniti per contenere l’espansionismo cinese nella regione dell’Indo-Pacifico. Sul fronte opposto è altrettanto vero che l’India fa parte dei Brics (insieme a Cina e Russia) e che si sente a tutti gli effetti un Paese che non intende allinearsi al blocco occidentale. Al contrario, Delhi ambisce a consolidare la propria sfera d’influenza in Asia meridionale e diventare l’ispiratrice delle nazioni in via di sviluppo.

Divergenze importanti, queste, che Modi spera di ridurre parlando direttamente con “l’amico” Trump. I due leader parlano infatti la stessa lingua politica pur avendo background biografici opposti: uno, il primo ministro indiano, è figlio di un povero venditore di tè e vive rinunciando a ricchezze materiali; l’altro, il tycoon repubblicano, è invece un miliardario nato per fare soldi, che sogna soldi e ancora soldi. Eppure sono entrambi nazionalisti, a loro modo e in contesti differenti, nonché uomini forti in lotta contro i deep state dei loro rispettivi Paesi e la cultura marxista. Basterà tutto questo per ignorare la geopolitica di Usa e India? Pochi mesi fa Trump ha definito Modi un “grande leader”, ma ha anche accusato l’India di applicare tariffe doganali eccessive…

La conferma della visita del leader indiano a Washington, tra l’altro, è arrivata poco dopo l’atterraggio nello Stato indiano del Punjab di un volo militare statunitense che trasportava circa 100 cittadini indiani, migranti illegali rispediti nella loro patria.

I piani di Modi

La sensazione è che l’India, o almeno Modi, andrà d’amore e d’accordo con Trump finché gli interessi di Washington non contrasteranno quelli di Delhi. Il gigante asiatico, a differenza di otto anni fa, studia per diventare definitivamente una potenza planetaria e vuole seguire un copione ben definito. Un copione che comprende, tra le varie voci, la necessità di essere partner di tutti ma alleata di nessuno e quella, ancor più importante, di attrarre investimenti da chiunque voglia puntare sulla rinascita indiana.

Tra Usa e India ci sono poi due nodi spinosi da sciogliere: economia e immigrazione. Il governo Modi, almeno a parole, è desideroso di migliorare le relazioni commerciali con gli Stati Uniti e di facilitare l’ottenimento di visti per lavoratori qualificati da parte dei suoi cittadini. Il motivo di una simile posizione? Semplice: Delhi vuole assolutamente evitare i dazi più volte minacciati da Trump.

Il presidente statunitense ha infatti spesso citato, come pretesto, le elevate tariffe applicate dall’India sui prodotti Made in Usa. Ricordiamo che gli Stati Uniti sono il principale partner commerciale dell’India e che, tra il 2023 e il 2034, il commercio bilaterale tra i due Paesi ha superato i 118 miliardi di dollari. Particolare da non trascurare: l’India ha registrato un surplus commerciale di 32 miliardi. Non solo: sul fronte immigrazione, le autorità Usa hanno identificato 18.000 migranti indiani senza documenti che vivevano illegalmente nel Paese (per il Pew Research Center il numero totale si aggirerebbe intorno alle 725.000 unità). Per Modi potrebbe essere complicato realizzare le richieste di Trump.-



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