I binari su cui si muove la politica commerciale del presidente degli Stati Uniti Donald Trump sembrano essere giunti a un bivio e la Casa Bianca dovrà decidere in che direzione andare. Da una parte, intessere una rete di relazioni e accordi commerciali con alcuni Paesi sudamericani; dall’altra correre il rischio di scatenare una tempesta in seno al Partito Repubblicano intorno a un prodotto molto presente sulle tavole degli americani: la carne bovina.
Gli Usa sono pronti a ridurre i dazi su alcune merci di produzione primaria importate da Argentina, Ecuador, El Salvador e Guatemala. Un’apertura che secondo Washington rappresenterebbe un approccio ragionevole ai mercati esteri, dando modo di importare beni come caffè, banane e altri che non sarebbero prodotti del tutto o in quantità sufficienti all’interno della federazione a stelle e strisce
All’annuncio, però, della cooperazione commerciale con l’America Latina, qualche scossa sismica si è sentita dalle parti del GOP. Molti repubblicani di comprovata fede trumpiana, specie chi proviene dagli Stati con radicata tradizione agricola, hanno gridato al tradimento dei principi dell’”America First”, temendo che che l’import dal Sud del continente possa mettere in ginocchio il comparto nazionale.
La Casa Bianca, dunque, si sta muovendo lungo un crinale sottile e frastagliato: da un versante ci sono i germogli della diplomazia, dall’altro i rovi del malcontento interno.
La guerra della carne interna al GOP
Le dichiarazioni di Donald Trump non passano mai inosservate ed è stato proprio un suo commento iniziale rilasciato a bordo dell’Air Force One ad aver gettato nello sconforto gli allevatori americani: l’ipotesi di un incremento delle importazioni di carne bovina dall’Argentina.
A distanza di qualche ora dalla dichiarazione, il centralino della Casa Bianca ha cominciato a squillare come una tromba: deputati e senatori repubblicani degli Stati del Midwest e del Sud, desiderosi di chiarimenti sulla questione e speranzosi di un incontro con il Presidente e con la segretaria dell’Agricoltura, Brooke Rollins, per metterli in guardia sulla nocività di questa decisione politica.
Nonostante i mal di pancia nel partito e nella base elettorale, il Governo resta convinto della bontà dei suoi piani in modo da abbattere i prezzi per alcuni dei beni più consumati dagli americani come hamburger e bistecche. Non solo, l’accordo commerciale potrebbe avere anche delle conseguenze geopolitiche tali da rafforzare il rapporto, già stretto, con il presidente argentino Javier Milei.
A Capitol Hill, però, c’è chi non ha la pazienza di attendere una convocazione alla Casa Bianca o al dipartimento dell’Agricoltura al punto da giocare d’anticipo prendendo carta e penna. Jason Smith, deputato del Missouri, ha scritto una lettera di fuoco firmata da altri 13 membri del Congresso, sostenendo che non si possa regalare il mercato statunitense alla concorrenza straniera, quando invece bisognerebbe investire nelle filiere americane.
Trump, dalla sua, ha risposto via social alla levata di scudi (più calzante di forconi, in questo caso) ricordando di aver già innalzato le tariffe sul bestiame in ingresso negli Stati Uniti, invitandoli a rivedere i prezzi applicati ai loro beni per non tirar dei salassi ai consumatori.
Le conclusioni? La carne bovina non è più solo oggetto di un dibattito relativo a quali condimenti usare tra sale e pepe per insaporirla, ma un potenziale braccio di ferro tra il Presidente Usa e parte dei suoi alleati.
Gli accordi latinoamericani
Sullo scacchiere geopolitico, l’amministrazione Trump ha spostato le sue pedine in modo selettivo e oculato. Non si staglia all’orizzonte alcuna liberalizzazione degli interscambi commerciali, ma un mosaico di piccole concessioni bipartisan tra Nord e Sud delle Americhe a seconda di quanto siano funzionali alle rispettive economie. Se gli Stati Uniti hanno bisogno perlopiù di un approvvigionamento “alimentare”, i Paesi latinoamericani si impegnano a privilegiare la fornitura di prodotti a stelle e strisce. Più nel dettaglio, Argentina, Ecuador, El Salvador e Guatemala affievoleranno le barriere doganali in merito a servizi digitali, farmaci e innovazioni tecnologiche, ambiti in cui l’America fa da locomotiva.
A margine di questa logica do ut des, sbaglia chi crede che sia in atto una retromarcia sulla via dei dazi in quel di Washington. Il rappresentante per il Commercio Jamieson Greer si è apprestato a ribadire che l’impianto tariffario rimane in piedi e che il suo Governo replicherà lo stesso approccio anche negli accordi da sottoscrivere con altre nazioni a latitudini differenti.
La filosofia, dunque, è quella della reciprocità imperniata su due cardini: riduzione dei prezzi interni attraverso importazioni selettive dall’estero, barriere doganali a tutela dell’industria nazionale, anche a costo di scontentare qualcuno. Resta da capire fino a quando Trump e la sua amministrazione potranno restare in equilibrio lungo il crinale su cui stanno avanzando senza scontentare troppo le parti che faticosamente tengono insieme.
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