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Dopo il brusco tonfo dei giorni scorsi, nel mondo borsistico statunitense si è aperto il dibattito sulle cause di questa frenata improvvisa. Il Dow Jones è scivolato sotto i 26mila punti, ma la performance peggiore è stata quella del Nasdaq che ha segnato un calo di oltre il 4%. Le forti vendite sono state innescate da un mix di fattori: dai timori associati al rally dei rendimenti dei Treasury alle tensioni commerciali tra Usa e Cina contro cui ha messo di nuovo in guardia il Fondo monetario internazionale e che hanno segnato il percorso dei titoli tecnologici che dell’interscambio sino-americano beneficiano con profusione.

A partire dall’ascesa di Trump alla presidenza, l’indice S&P500 ha segnato 102 volte i punteggi record nella propria storia, e gli altri borsini non hanno fatto certamente di peggio: tuttavia, l’elevata volatilità che è stata dominante nei mercati finanziari negli ultimi anni non accenna a far sentire i suoi effetti in maniera imprevedibile ma, al tempo stesso, severa.

Nella giornata odierna le borse hanno ripreso la loro corsa positiva dopo cinque-sei giorni di “rossi” consecutivi trainate, come segnala Bloombergda titoli finanziari come Jp Morgan, Citigroup e Wells Fargo. La scena, dunque, si è ulteriormente focalizzata sulle tensioni accesesi nei giorni scorsi tra la Casa Bianca e la Federal Reserve (Fed) a causa delle accuse di Trump contro la principale istituzione finanziaria americana, accusata di persistere ottusamente su una politica di stretta monetaria che mette in difficoltà i mercati.

Gli attacchi di Trump a Powell e le repliche della Lagarde

Nei giorni scorsi il Presidente statunitense Donald Trump aveva lanciato duri attacchi contro la Federal Reserve e il suo direttore Jerome Powell, criticandoli per aver perseguito una reiterata politica di innalzamento dei tassi di interesse definita da Trump “fuori controllo”. Questa polemica rafforza una contrapposizione già sdoganata ai tempi della campagna elettorale, con Trump che per i medesimi motivi attaccò Janet Yellen, predecessore di Powell alla guida della Fed.

Trump, riporta Bloombergha in ogni caso dichiarato la sua opposizione al possibile licenziamento di Powell e ha rinfocolato la polemica nella prospettiva delle imminenti elezioni di metà mandato, che vedono i repubblicani ben piazzati nei sondaggi ma che con ogni probabilità si risolveranno sul filo di lana.

La direttrice del Fondo Monetario Internazionale Christine Lagarde ha rintuzzato la sortita di Trump definendo “legittima e necessaria” la politica di Powell, ritenendo le parole del Presidente un attacco sia alle scelte di politica monetaria che all’indipendenza della banca centrale.

Come scrive Donato Masciandaro sul Sole 24 Ore, “tra la posizione da falco di Trump che attacca la Fed e quella da colomba della Lagarde che la difende i fatti sono nel mezzo. Da un lato, è sbagliato dire che è in corso un attacco della politica all’indipendenza della Fed, perché la Fed non è mai stata indipendente dalla politica” a partire dalla sua nascita, nel 1913. Dall’altro lato, “è sbagliato dire che la politica monetaria della Fed sia quella giusta, perché manca un requisito fondamentale: la conformità ad una regola di comportamento”.

La politica fiscale di Trump mette sotto pressione la Fed

In effetti, il disegno istituzionale stesso della Fed la rende profondamente dipendente dalla politica. Secondo Masciandaro, “i toni e i modi dell’attuale Presidente possono sembrare fuori dall’ordinario, ma la sostanza non lo è. Soprattutto se la Fed accentua la sua dipendenza con una strategia di politica monetaria autoreferenziale, contraddistinta da un eccesso di discrezionalità”. E l’autoreferenzialità, “in generale il peggior difetto delle burocrazie”, ha contraddistinto gli ultimi quattro presidenti della Fed: Greenspan, Bernake, Yellen e Powell, con il secondo giustificato dalla necessità di affrontare il “cigno nero” della tempesta finanziaria del 2008.

Negli ultimi anni, la Fed ha confuso l’avallo politico alle sue scelte con la conquista di un’indipendenza burocratica. Trump ha messo in campo una politica fiscale espansiva altamente prociclica, punta sulla crescita massiccia dell’occupazione e sui forti tagli fiscali per massimizzare il risultato economico della sua presidenza e le proprie fortune elettorali e la Fed, imponendo autonomamente una stretta monetaria, rischia di creare un cortocircuito. La realtà racconta che la banca centrale statunitense difende un’indipendenza che non esiste, e promettendo di andare avanti per la propria strada non aiuta certamente a risolvere le contraddizioni che hanno causato il duro rimbalzo borsistico degli ultimi giorni.

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