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Politica

Trump bannato a vita da Twitter: il totalitarismo di Big Tech

Il nuovo totalitarismo è quello di Big Tech. Assume contorni sempre più preoccupanti lo strapotere dei giganti della Silicon Valley e delle piattaforme social, capaci di condizionare il dibattito politico e decidere chi è più o meno degno di poter...
Donald Trump in viaggio (La Presse)

Il nuovo totalitarismo è quello di Big Tech. Assume contorni sempre più preoccupanti lo strapotere dei giganti della Silicon Valley e delle piattaforme social, capaci di condizionare il dibattito politico e decidere chi è più o meno degno di poter parlare in maniera del tutto arbitraria. È notizia delle ultime ore che l’ex presidente americano Donald Trump è stato rimosso da Twitter “per sempre”, con un divieto permanente, e non potrà creare un nuovo account sulla piattaforma nemmeno se tornasse a candidarsi. Lo ha chiarito il direttore finanziario di Twitter Ned Segal intervistato da Cnbc. “Se vieni rimosso dalla piattaforma, vieni rimosso dalla piattaforma”, ha detto Segal. “Ricordatevi che la nostra politica ha come principio quello di garantire che non venga permesso l’incitamento alla violenza”, ha aggiunto.

L’ipocrisia di Twitter e di Big Tech contro Trump

Per quanto gravi possano essere le  – innegabili – responsabilità politiche di The Donald per quanto accaduto lo scorso 6 gennaio, quando i suoi sostenitori hanno preso d’assalto il Campidoglio, Donald Trump sta affrontando in questi giorni il processo di impeachment al Senato. Dal quale – salvo clamorose sorprese – potrebbe uscire senza essere condannato per incitamento alla violenza. Eppure, alla faccia del “garantismo”, Twitter ha già emesso da tempo la sua sentenza di condanna definitiva ai danni dell’ex Presidente Usa, eliminandolo per sempre dalla piattaforma. Senza alcun a possibilità di appello o dialogo. Nonostante gli errori di Trump e i suoi scivoloni, non c’è un singolo tweet che inciti in maniera esplicita la violenza o la guerriglia. Sarebbe peraltro come insinuare che i vertici democratici, Joe Biden in testa, siano direttamente responsabili dei gravissimi atti di violenza commessi per mesi da Antifa, Black Lives Matter e da altre realtà progressiste in molte città americane.

Su InsideOver, ad esempio, abbiamo raccontato il tragico fallimento della “zona occupata” di Seattle. Abitazioni danneggiate, sporcizia e immondizia ovunque, graffiti: così si presentava il quartiere di Capitol Hill a Seattle – sei isolati nel centro cittadino – liberato dalle forze di polizia dopo tre settimane di occupazione da parte dei manifestanti antirazzisti (Black Lives Matter, Antifa e altre organizzazioni della sinistra radicale americane). Violenze contro le quali Twitter e gli altri social non hanno mosso un dito.

L’azione coordinata contro Parler

Lo strapotere di Big Tech preoccupa sempre di più gli analisti. Come riportato da InsideOver, dopo il grande studioso della democrazia liberale Francis Fukuyama, anche il pluripremiato giornalista Glenn Greenwald, fondatore The Intercept, si è schierato nelle scorse settimane apertamente contro i magnati della Silicon Valley analizzando il caso (clamoroso) di Parler. Nell’agosto 2018, ricorda Greenwald in un articolo pubblicato sul suo blog, i fondatori di Parler hanno creato una piattaforma di social media simile a Twitter ma che prometteva una protezione della privacy decisamente maggiore, incluso il rifiuto di aggregare i dati degli utenti al fine di monetizzarli per gli inserzionisti o classificare attraverso gli algoritmi i loro interessi al fine di promuovere loro contenuti o prodotti. “Hanno anche promesso diritti di libertà di parola maggiori, rifiutando il controllo sui contenuti sempre più repressivo dei giganti della Silicon Valley” osserva.

La chiave del successo di Parler è una: la libertà riservata agli utenti, soprattutto conservatori, che si sentono sempre più penalizzati dagli altri social media sulla base di un pregiudizio politico. E così milioni di utenti sono migrati, negli ultimi mesi, sulla nuova piattaforma. Secondo TechCrunch, l’app è stata la decima applicazione di social media più scaricata nel 2020 con 8,1 milioni di nuovi utenti. La censura della Silicon Valley si è “radicalmente intensificata negli ultimi mesi” chiosa Greenwald, “oscurando gli articoli del New York Post sulla famiglia Biden”, segnalando ed eliminando ” post del presidente degli Stati Uniti” fino ad arrivare alla sospensione del suo account a tempo indeterminato. Per questo motivo Parler è stata la app più scaricata su tutti gli store. L’estromissione della piattaforma social dai servizi host di Amazon, e dagli store di Google ed Apple, ha praticamente reso impossibile a milioni di utenti iscriversi all’alternativa di Twitter e Facebook. Attraverso un’azione senza precedenti, i giganti Big Tech hanno mostrato il loro vero volto.





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