Donald Trump pare aver scelto l’Arabia Saudita come principale partner per il Medio Oriente. È avvenuta una chiamata che potrebbe tracciare il futuro ordine mediorientale. Il re dell’Arabia Saudita Salman bin Abd Al-Aziz Al Saud  ha chiamato domenica scorsa il presidente Donald Trump. Argomento principale della conversazione, come riporta la Reuters, è stato il supporto e la difesa delle zone sicure in Siria e Yemen. La conversazione ha poi toccato argomenti più generali circa la “stabilizzazione” dell’area. I due capi di Stato hanno espresso la loro ferma volontà di collaborare per fermare l’avanzata dello Stato islamico. Oltre a Daesh il pericolo per l’asse Washington Ryiad arriverebbe anche dall’Iran.Il pericolo dei Fratelli MusulmaniIn particolare i due leader si sono trovati concordi nella volontà di contrastare l’opera di “destabilizzazione regionale attuata dall’Iran”. Un altro punto che il re d’Arabia Saudita ha voluto porre è il pericolo rappresentato dai Fratelli Musulmani. Il movimento islamico nato in Egitto rappresenta per il regno di Ryiad una concreta minacce per la sua sopravvivenza. I Fratelli Musulmani, pur essendo sunniti come i rappresentanti della casa reale di Ryiad, si contrappongono alla corrente del wahabismo di cui l’Arabia Saudita è la massima esponente. I Fratelli Musulmani potrebbero poi tentare, secondo re Salman, di infiltrare proteste nel Paese. L’intento sarebbe quello di rovesciare la dinastia saudita. Come le rivolte che hanno portato alla Primavera Araba in Egitto. Ryiad ha dunque chiesto che gli Stati Uniti riconoscano l’organizzazione islamica come gruppo terroristico, sottoponendolo così a sanzioni economiche.Nella nota ufficiale della Casa Bianca redatta dopo la chiamata si può così leggere: “I due leaders riaffermano l’amicizia di lunga data e una partnership strategica tra gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita. I due leaders si dicono in accordo sull’importanza di un rafforzamento dell’impegno per combattere l’espandersi del terrorismo radicale islamico e anche l’importanza di lavorare insieme per rivolgersi alle sfide alla pace e alla sicurezza regionale, inclusi i conflitti in Siria e Yemen”. La telefonata sembra dunque delineare quelli che saranno i futuri rapporti di forza nella regione mediorientale.  Gli Stati Uniti, pur con un nuovo presidente, hanno scelto di mantenere saldo il legame d’amicizia con Ryiad.L’obiettivo di isolare l’IranVi è invece un più marcato distacco rispetto alla politica obamiana della distensione con l’Iran. Teheran è infatti percepito come minaccia di destabilizzazione regionale. Sia per il supporto ai ribelli in Yemen sia per l’aiuto militare garantito al Presidente Assad in Siria. Più difficile è invece comprendere come la stretta di mano tra Trump e Salman possa essere interpretata dopo la chiamata tra lo stesso tycoon e Putin. Seppur molto generica la conversazione tra Casa Bianca e Cremlino ha rappresentato segnale di avvicinamento tra i due Paesi. In particolare i due leader si erano detti entusiasti di poter far fronte comune contro il terrorismo di matrice islamica.Un difficile accordo sul nucleareConsiderando che la Russia “gioca” in Medio Oriente sul fronte opposto a Ryiad diventa difficile prevedere il disegno di fondo che Trump si immagina. Da una parte infatti la stabilizzazione della regione non può avvenire senza la partecipazione di tutti a un tavolo di dialogo. Dall’altra il tycoon dovrà esigere da Ryiad una presa di posizione più netta contro Daesh. Finora infatti la casa saudita ha considerato l’Iran come il pericolo principale per sé e per la regione. Il Califfato è sempre rimasto in secondo piano. Gli Stati Uniti dovrebbero poi porsi nel ruolo di mediatore in vista di un accordo sul nucleare nella regione.Lo scorso febbraio 2016, infatti, Dahham Al-Anzi, analista politico saudita, affermava come Ryiad fosse ormai in possesso della tecnologia per l’atomica, ottenuta dal Pakistan. Se queste dichiarazioni fossero vere aumenterebbe di molto il rischio di escalation nucleare. In particolare nel conflitto ancora vivo in Yemen. Trump ha dunque il difficile compito di far cambaciare gli interessi economici del suo Paese con una progressiva pacificazione della zona.