Il generale John P. Abizaid si è ritirato dall’esercito statunitense nel maggio 2007, dopo trentaquattro anni di servizio. Alla pensione, era l’ufficiale più anziano del comando centrale degli Stati Uniti, responsabile di 27 Paesi in Medio Oriente, Asia sud-occidentale e Corno d’Africa. Durante la sua carriera, ha diretto unità a tutti i livelli, prestando servizio nelle zone di guerra in Libano, Kurdistan, Bosnia, Kosovo, Afghanistan e Iraq. Già al servizio del prestigioso Combating Terrorism Centre di West Point, è stato chiamato direttamente dal presidente degli Stati Uniti per un compito delicato e altrettanto importante.
In un periodo complesso per le relazioni tra Stati Uniti e Arabia Saudita, il presidente Donald Trump si è affidato proprio al generale Abizaid, un veterano della guerra in Iraq, come ambasciatore statunitense a Riad. È lui l’uomo forte di The Donald nella capitale saudita.
Il generale al servizio di Trump
Come racconta The National, il generale Abizaid, 67 anni ha studiato il Medio Oriente per anni. Di origine libanese, è salito al comando centrale degli Stati Uniti durante la guerra in Iraq dal 2003 al 2007. Quando era studente all’Università di Harvard, ha scritto la sua tesi sull’Arabia Saudita e sulle spese militari del regno. Parla fluentemente l’arabo, ed è consulente presso la Hoover Institution della Stanford University. In linea con la sua passione per i generali esperti nei ruoli di comando, Trump lo ha scelto e voluto a Riad in qualità di ambasciatore.
La nomina di John Abizaid deve ancora essere confermata dal Senato degli Stati Uniti. Come riporta Le Monde, dopo il suo ritiro nel 2007, il generale Abizaid ha dichiarato che “è possibile convivere con un Iran nucleare”, in netta contrapposizione con la strategia messa in campo dall’amministrazione Trump e con la visione del Medio Oriente che hanno John Bolton e Mike Pompeo.
La crisi tra Riad e Washington
Il ruolo di ambasciatore Usa a Riad non poteva più rimanere vacante nel bel mezzo della crisi diplomatica tra Washington e il suo storico alleato in Medio Oriente dopo l’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi. A complicare la situazione, la notizia pubblicata dal Washington Post secondo cui Mohammed bin Salman avrebbe personalmente ordinato l’assassinio del giornalista all’interno dell’ambasciata saudita di Istanbul, lo scorso 2 ottobre. L’agenzia di intelligence statunitense ritiene che con “alte probabilità” fu proprio lui a dare l’ordine di uccidere il dissidente, a differenza di quanto dichiarato nelle ore precedenti dal procuratore capo di Riad, che escludeva ogni responsabilità del principe.
Nonostante questo, il Presidente Donald Trump e il Segretario di Stato Mike Pompeo hanno difeso la partnership tra Washington e Riyad e la posizione del principe ereditario Mohammad bin Salman. “In ogni caso, la nostra relazione è con il Regno dell’Arabia Saudita. Sono stati un grande alleato nella nostra importantissima lotta contro l’Iran. Gli Stati Uniti intendono rimanere un partner dell’Arabia Saudita per tutelare gli interessi del nostro Paese, di Israele e di tutti gli altri partner. Il nostro obiettivo principale è eliminare completamente la minaccia del terrorismo in tutto il mondo!” ha commentato il presidente sottolineando che “non potremo mai conoscere tutti i fatti che riguardano l’omicidio”. Relazione con il regno che, secondo Pompeo, “e assolutamente vitale per la sicurezza nazionale degli americani”.
“Arabia Saudita First, altro che America First”
“Una dichiarazione comica” ha commentato Numan Kurtulmuş, vice presidente del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan. “Non è possibile per un’agenzia come la Cia, che conosce anche il colore del gatto che passeggia vicino al consolato saudita, non sapere chi ha dato l’ordine [di uccidere Khashoggi]. Non è credibile per l’opinione pubblica americana né mondiale”. “Arabia Saudita First, non America First” ha ironizzato il senatore Rand Paul, criticando duramente le dichiarazioni del presidente Trump. Il generale John Abizaid dovrà lavorare in un clima a dir poco rovente per la diplomazia statunitense in Medio Oriente.
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