L’incontro del 14 maggio 2025 a Riad tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il presidente ad interim della Siria, Ahmed al-Sharaa, segna un punto di svolta nella tormentata storia delle relazioni tra Washington e Damasco. La decisione di Trump di revocare le sanzioni contro la Siria, accompagnata dall’incoraggiamento a normalizzare i rapporti con Israele, rappresenta un audace cambio di rotta nella politica estera statunitense. Tuttavia, il passato di aA-Sharaa, ex leader di un gruppo considerato terrorista dagli Stati Uniti e da gran parte della comunità internazionale, getta un’ombra su questo momento storico, sollevando interrogativi sulla sostenibilità di questa apertura e sulle sue implicazioni regionali.
Un passato controverso al centro della scena
Ahmed al-Sharaa, noto in precedenza con il nom de guerre Abu Mohammed al-Jolani, non è una figura qualunque. La sua ascesa al potere, culminata con il rovesciamento di Bashar al-Assad l’8 dicembre 2024, è radicata in un passato di militanza islamista. Negli anni 2000, Al-Sharaa si unì ad Al-Qaeda in Iraq, combattendo contro le forze statunitensi dopo l’invasione del 2003. Arrestato e detenuto per cinque anni in una prigione americana, tornò in Siria nel 2011 per fondare Jabhat al-Nusra, il braccio siriano di Al-Qaeda. Questo gruppo, noto per attacchi suicidi e una visione settaria, fu designato come organizzazione terroristica dagli Stati Uniti nel 2013, con una taglia di 10 milioni di dollari sulla testa di al-Sharaa.
Nel 2016, Al-Sharaa ruppe formalmente con Al-Qaeda, ribattezzando il suo gruppo Hayat Tahrir al-Sham (HTS) e cercando di moderare la sua immagine. Nonostante il distacco, HTS rimase sulla lista delle organizzazioni terroristiche di Stati Uniti, ONU, UE, Turchia e Regno Unito fino al suo scioglimento nel 2024, quando Al-Sharaa integrò le sue forze nell’esercito siriano regolare. La rimozione della taglia americana il 20 dicembre 2024 fu un primo segnale di pragmatismo da parte di Washington, ma non cancellò i sospetti sul passato jihadista del nuovo leader siriano. Israele, in particolare, continua a definirlo un “jihadista” e ha intensificato le operazioni militari in Siria, occupando territori nel Sud-Ovest e distruggendo arsenali militari per prevenire una minaccia islamista.
La svolta di Trump: pragmatismo o rischio calcolato?
La decisione di Trump di revocare le sanzioni, annunciata durante un summit del Consiglio di Cooperazione del Golfo alla presenza del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman e con la partecipazione virtuale del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, riflette un approccio transazionale alla diplomazia. Le sanzioni, imposte durante il regime di Assad per isolare Damasco a causa di violazioni dei diritti umani e uso di armi chimiche, hanno strangolato l’economia siriana, impedendo anche l’arrivo di aiuti umanitari. La loro rimozione apre la porta a investimenti esteri, in particolare dai Paesi del Golfo, e a un maggiore impegno delle organizzazioni umanitarie, cruciali per la ricostruzione di un Paese devastato da 14 anni di guerra civile.
Durante l’incontro, Trump ha chiesto ad Al-Sharaa di espellere i “terroristi palestinesi”, di firmare gli Accordi di Abramo per normalizzare i rapporti con Israele e di gestire i centri di detenzione dell’ISIS nel Nord-Est della Siria. Queste richieste riflettono le priorità di Washington: contenere l’influenza iraniana, rafforzare la sicurezza regionale e contrastare il terrorismo. Al-Sharaa, dal canto suo, ha cercato di presentarsi come un leader inclusivo, promettendo protezione alle minoranze etniche e religiose e cooperazione contro l’ISIS. Tuttavia, episodi come le uccisioni settarie di civili alawiti a marzo 2025 e gli scontri con la minoranza drusa sollevano dubbi sulla sua capacità di unificare un Paese frammentato.
Il contesto storico: dalla guerra al terrore alla realpolitik
Per comprendere l’importanza di questo incontro, è necessario collocarlo nel contesto storico della politica statunitense in Medio Oriente. Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, gli Stati Uniti hanno adottato una strategia di “guerra al terrore”, identificando gruppi come Al-Qaeda come minaccia esistenziale. Al-Sharaa, con il suo passato di militante di al-Qaeda, incarnava esattamente il profilo di nemico pubblico numero uno. La sua designazione come terrorista e la taglia sulla sua testa erano coerenti con questa dottrina.
Tuttavia, la caduta di Assad e l’ascesa di Al-Sharaa hanno costretto Washington a riconsiderare le proprie priorità. La Siria post-Assad rappresenta un’opportunità per ridurre l’influenza di Iran e Russia, storici alleati del regime, e per allineare Damasco agli interessi dei Paesi del Golfo, in particolare Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. La revoca delle sanzioni e l’incontro con Al-Sharaa segnano il passaggio dalla rigidità ideologica della “guerra al terrore” a una realpolitik che privilegia la stabilità regionale e gli interessi economici. Non a caso, la visita di Trump a Riad è stata accompagnata da accordi commerciali per centinaia di miliardi di dollari, tra cui 142 miliardi in vendite di armi all’Arabia Saudita.
Sfide e rischi: un equilibrio precario
Nonostante il potenziale di questa svolta, i rischi sono numerosi. Primo, la legittimazione di Al-Sharaa potrebbe alienare Israele, che vede nella nuova leadership siriana una minaccia esistenziale. Le operazioni militari israeliane in Siria, inclusa l’occupazione di territori e gli attacchi aerei, segnalano una profonda sfiducia. Secondo, la debolezza del Governo di Al-Sharaa, che non controlla ancora l’intero territorio nazionale, potrebbe vanificare le promesse di stabilità. Le violenze settarie e la presenza di gruppi armati non statali complicano il processo di ricostruzione. Terzo, la normalizzazione con un ex leader di Al-Qaeda rischia di alimentare critiche interne negli Stati Uniti, dove la memoria della “guerra al terrore” è ancora viva.
Inoltre, la richiesta di Trump di spingere la Siria verso gli Accordi di Abramo appare ambiziosa, data la storica ostilità tra Damasco e Israele, aggravata dalla disputa sul Golan occupato. Anche se Al-Sharaa ha segnalato aperture a un disgelo mediato dagli Emirati, le sue promesse di rispetto degli accordi del 1974 sul disimpegno delle forze sono state accolte con scetticismo da Gerusalemme.
Conclusione: un gamble geopolitico
L’incontro tra Trump e al-Sharaa, insieme alla revoca delle sanzioni, rappresenta un gamble geopolitico che potrebbe ridisegnare gli equilibri in Medio Oriente. Da un lato, offre alla Siria una chance di reinserimento nella comunità internazionale e di ricostruzione economica, con il sostegno dei Paesi del Golfo. Dall’altro, scommette sulla capacità di un ex terrorista, giudicato tale dagli stessi Stati Uniti, di trasformarsi in un leader affidabile. Il passato di Al-Sharaa, segnato da anni di militanza jihadista, contrasta con le sue recenti promesse di moderazione, creando un paradosso che solo il tempo potrà risolvere. Per ora, la mossa di Trump sembra guidata da un mix di pragmatismo e opportunismo, ma il suo successo dipenderà dalla capacità di Damasco di superare le divisioni interne e di convincere i suoi vicini della sua buona fede.
Dopo la caduta di Bashar al-Assad per la Siria si è aperta una fase nuova, piena di opportunità ma anche di rischi. Lo si vede bene ora con le aperture di Donald Trump al nuovo regime dell’ex terrorista Al-Sharaa. Se vuoi seguire tutti gli sviluppi segui InsideOver, diventa uno di noi, abbonati subito cliccando QUI!

