Il discorso di Donald Trump alle Nazioni Unite ha visto il presidente statunitense fare su molti fronti la faccia feroce, mostrare forza e assertività, attaccare la stessa istituzione multilaterale dal cui scranno ha parlato. Una dimostrazione di forza che cela, però, il timore per la fragilità intrinseca dell’egemonia della superpotenza
Trump contro tutti all’Onu
Molti gli affondi: Trump ha attaccato le nazioni che accolgono gli immigrati, dichiarando che “l’Europa è in guai seri” perché invasa dagli immigrati clandestini, attaccando le politiche climatiche, denunciando la paralisi dell’Onu, affondando contro tutti sul fronte della guerra in Ucraina. “La Cina e l’India sono i principali finanziatori della guerra in corso, continuando ad acquistare petrolio russo, ma, imperdonabilmente, nemmeno i paesi della Nato hanno tagliato i prezzi dell’energia e dei prodotti energetici russi”, ha dichiarato The Donald.
Trump ha rivendicato gli attacchi contro l’Iran e quelli contro i narcotrafficanti nel Mar dei Caraibi, privi di copertura della giurisdizione internazionale, e preso posizione a favore dei dazi con cui ha teso a ridisegnare il sistema commerciale globale: “La sfida commerciale è molto simile a quella climatica: i Paesi che hanno rispettato le regole, tutte le loro fabbriche sono state saccheggiate da Paesi che le hanno infrante”.
Il sito della Casa Bianca, significativamente, commenta il discorso annunciando che Trump “difende la sovranità e rifiuta il globalismo”, pur non citando, significativamente, gli affondi contro Mosca, Pechino e Nuova Delhi nella comunicazione dei key points (il clima di negoziato in atto con la Cina, in particolar modo, invita a non alzare i toni). Questo mostra tutte le fragilità dell’America: un tempo Washington non doveva difendere la sua sovranità, poteva esercitarla.
Le sfide di Trump e degli Usa
Una volta gli Usa erano in grado di plasmare alleanze, dettare linee e costruire visioni politiche, ora mirano a fermare Sole e Luna su Gabaon per poter combattere nelle migliori condizioni la battaglia per la sopravvivenza della propria egemonia.
Ma Trump non è Giosuè e l’egemonia a stelle e strisce scricchiola. Washington non si rassegna al ruolo di socio di maggioranza, relativa e non più assoluta, dell’ordine globale e intende tenere tutto sotto lo stesso tetto: egemonia commerciale, capacità di dettare le regole degli scambi globali, predominio del dollaro, interdizione alla costruzione di blocchi o campi potenzialmente concorrenziali, leadership parimenti geopolitica e morale.
L’agenda Trump e il fronte interno
Tutto questo mentre il rinculo interno dell’agenda Trump si fa già sentire: i dazi sono, secondo stime, per l’80% pagati da importatori e consumatori americani, l’inflazione è tornata a salire, il mercato del lavoro ristagna, l’industria per ora non decolla. E la violenza interna e la polarizzazione corrodono l’America del Tardo Impero.
Trump parla dallo scranno dell’Onu provando a dettare una linea che Washington non può più delineare in solitaria. Dover usare gli spalti dell’Onu, attaccato come tempio dell’odiato globalismo, per ricordare che anche gli Usa hanno una sovranità è lo specchio di questa problematica condizione.
Nazionalismo e globalismo
A suo modo, per Trump i discorsi all’Onu sono sempre stati uno sfoggio di retorica di questo tipo. Fu così anche dal 2017 al 2020, nel suo primo mandato: sovranità e nazionalismo contro globalismo.
A suo modo, una dimostrazione della volontà di affermare i primi due dopo che il secondo, costrutto americano funzionale a lungo all’egemonia di Washington, ha smesso di funzionare come volano della potenza Usa. E una manifestazione del fatto che il destino del mondo non si può più scrivere solo a Washington, tanto più palese quanto più duri sono i toni del comandante in capo.
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