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Nel 2020, poche settimane prima le elezioni presidenziali che videro trionfare Joe Biden contro Donald Trump, il New York Post pubblicò un’inchiesta che venne censurata dai social e venne derubricata a “disinformazione russa” da parte della comunità d’intelligence degli Stati Uniti. L’inchiesta, pubblicata a meno di un mese dalle elezioni presidenziali statunitensi, ruotava attorno a delle email trovate in un laptop che Hunter Bidenrecentemente graziato dal padre, poco prima di lasciare la Casa Bianca – avrebbe lasciato in un negozio di riparazioni a Wilmington, Delaware, nel 2019. Il contenuto del laptop, secondo il New York Post, suggeriva che Hunter avesse sfruttato il suo cognome e il ruolo del padre, Joe Biden, per favorire i propri affari, in particolare in Ucraina e Cina. Soltanto qualche anno più tardi si scoprì che non si trattava affatto di “disinformazione russa” e che il contenuto del laptop era reale. Tornato alla Casa Bianca, ora Donald Trump vuole vederci chiaro e punire quei funzionari che hanno fatto pressione affinché quella storia, vera, venisse censurata.

L’ordine esecutivo di Trump su Hunter Biden

Il 20 gennaio scorso, Trump ha firmato un ordine esecutivo che punta il dito contro 51 ex funzionari dell’intelligence e contro l’ex consigliere per la sicurezza nazionale John R. Bolton, accusandoli di interferenza elettorale e divulgazione impropria di informazioni sensibili. L’ordine prevede la revoca immediata delle autorizzazioni di sicurezza per i nominativi coinvolti e l’avvio di misure per prevenire abusi futuri da parte della comunità dell’intelligence.

Come ricorda l’ordine esecutivo firmato dal presidente Usa, nelle settimane finali della campagna presidenziale del 2020, 51 ex funzionari dell’intelligence firmarono una lettera, pubblicata su POLITICO, che screditava le notizie sul laptop di Hunter Biden, figlio del presidente Joe Biden. La lettera suggeriva che la storia fosse parte di una campagna di disinformazione russa. Secondo l’ordine esecutivo, però, questa lettera fu preparata con la consapevolezza di alti funzionari della CIA e inviata per revisione al Prepublication Classification Review Board, che verifica i contenuti sensibili prima della pubblicazione.

Trump accusa i firmatari di aver “strumentalizzato la comunità dell’intelligence per manipolare il processo politico” e di aver minato la fiducia pubblica nelle istituzioni democratiche. La questione, definita “una violazione della fiducia paragonabile a un regime del terzo mondo,” avrebbe, secondo il presidente Usa, avuto un impatto significativo sulla percezione pubblica durante le elezioni del 2020.

Anche John Bolton nei guai

L’ordine esecutivo menziona anche John R. Bolton, ex consigliere per la sicurezza nazionale, accusandolo di aver pubblicato nel 2019 un libro che conteneva informazioni sensibili e riservate sulla sicurezza nazionale. Secondo l’amministrazione Trump, la pubblicazione ha rappresentato un rischio per la sicurezza del Paese e ha compromesso la fiducia dei presidenti futuri nel ricevere consigli confidenziali dal proprio staff.

L’ordine esecutivo stabilisce la revoca immediata delle autorizzazioni di sicurezza per 50 ex funzionari dell’intelligence, tra cui figure di spicco come James R. Clapper Jr., Michael V. Hayden e John O. Brennan. L’ordine esecutivo richiede un rapporto dettagliato su eventuali attività improprie legate alla lettera firmata dai 51 ex funzionari, raccomandazioni per prevenire interferenze elettorali future da parte della comunità dell’intelligence e suggerimenti per ulteriori sanzioni disciplinari contro chi ha agito in modo inappropriato. Insomma, The Donald vuole fare pulizia.

L’inchiesta del New York Post

L’inchiesta sul laptop di Hunter Biden ha portato alla luce alcune email che suggerivano un incontro tra Joe Biden, allora vicepresidente, e un dirigente di Burisma, la società ucraina per la quale Hunter Biden lavorava, contraddicendo le dichiarazioni di Joe Biden, che aveva sempre negato qualsiasi coinvolgimento negli affari del figlio. Altre comunicazioni indicavano presunti accordi d’affari di Hunter con società cinesi, con possibili divisioni di profitti destinate a una figura definita “il grande capo”, presumibilmente Joe Biden. Il laptop conteneva anche materiale personale, come video e immagini che avrebbero mostrato comportamenti discutibili, inclusi uso di droghe e incontri intimi.

Nonostante Joe Biden abbia sempre negato qualsiasi legame con gli affari del figlio, giurando di non aver avuto nulla a che fare con essi, è emerso che fu proprio lui a favorire l’ingresso di Hunter nel consiglio di amministrazione di Burisma nel 2015, dopo Euromaidan. Inoltre, è stato rivelato che i soci di Hunter Biden visitarono la Casa Bianca oltre 80 volte tra il 2009 e il 2016, e un dirigente di Rosemont Seneca, società legata a Hunter, presente almeno 17 volte. Nel marzo 2016, Joe Biden incontrò gli avvocati del figlio per discutere del mandato di comparizione emesso contro Devon Archer, socio di Hunter. Non è tutto: Joe Biden incontrò anche un dirigente di Burisma poco prima di esercitare pressioni per il licenziamento di un procuratore ucraino che stava indagando proprio sulla società. Tutto questo l’opinione pubblica americana non ha potuto, almeno in parte, saperlo prima delle elezioni presidenziali perché un’inchiesta documentata è stata censurata con la complicità delle piattaforme social – che poi hanno fatto mea culpa – e degli apparati governativi schierati contro Trump.

Con questo ordine esecutivo, il presidente Usa mira a ristabilire la trasparenza e a proteggere la democrazia americana da interferenze politiche e abusi di potere, correggendo una grave distorsione che ha influenzato l’opinione pubblica in uno dei momenti più cruciali della storia recente.

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